Il Dna sequenziato appartiene a un tipo di mais chiamato mais B73 il quale è ampiamente usato negli studi di genetica e in agricoltura - sia per la produzione alimentare sia di biocombustibili - e dal quale provengono numerose varietà. E molte altre se ne potrebbero ottenere ancora: il lavoro di questi quattro anni potrebbe permettere infatti di sviluppare tipi di mais di resistenti a virus e agenti patogeni o a condizioni climatiche difficili come la mancanza d'acqua. (c.v.) Riferimenti: Science DOI: 10.1126/science.1183463 PloS Genetics doi:10.1371/journal.pgen.1000711 doi:10.1371/journal.pgen.1000728 doi:10.1371/journal.pgen.1000715 Pnas doi:10.1073/pnas.0904742106 doi:10.1073/pnas.0908008106 doi:10.1073/pnas.0906498106
Notizie e curiosità in ambito scientifico. Un blog di Fausto Intilla (teorico, aforista, inventore e divulgatore scientifico).
domenica 22 novembre 2009
Completato il sequenziamento del codice genetico del mais.
Il Dna sequenziato appartiene a un tipo di mais chiamato mais B73 il quale è ampiamente usato negli studi di genetica e in agricoltura - sia per la produzione alimentare sia di biocombustibili - e dal quale provengono numerose varietà. E molte altre se ne potrebbero ottenere ancora: il lavoro di questi quattro anni potrebbe permettere infatti di sviluppare tipi di mais di resistenti a virus e agenti patogeni o a condizioni climatiche difficili come la mancanza d'acqua. (c.v.) Riferimenti: Science DOI: 10.1126/science.1183463 PloS Genetics doi:10.1371/journal.pgen.1000711 doi:10.1371/journal.pgen.1000728 doi:10.1371/journal.pgen.1000715 Pnas doi:10.1073/pnas.0904742106 doi:10.1073/pnas.0908008106 doi:10.1073/pnas.0906498106
sabato 21 novembre 2009
IBM: entro 10 anni creeremo un cervello umano artificiale.
I progressi compiuti nella simulazione corticale su grande scala hanno permesso di sviluppare un algoritmo che sintetizza i dati neurologici: in pratica Ibm sostiene che sia possibile costruire un chip per il calcolo cognitivo.
Il supercomputer utilizzato - che, al contrario di quanto si possa pensare, non è il più potente al mondo ma solo il quarto per pura potenza di calcolo - è il Dawn Blue Gene/P del Lawrence Livermore National Lab, con 147.456 processori e 144 terabyte di memoria.
È stata l'unione di questo hardware e dell'algoritmo sviluppato dagli scienziati, a permettere di emulare il funzionamento della corteccia cerebrale di un gatto, ossia di 1 miliardo di neuroni e 10 trilioni di singole sinapsi di apprendimento.
Ibm e soci, completata con successo la "fase 0", hanno ricevuto 16,1 milioni di dollari di finanziamenti supplementari dalla Darpa per passare alla "fase 1" del progetto SyNAPSE (Systems of Neuromorphic Adaptive Plastic Scalable Electronics), ossia il tentativo di un costruire un prototipo di chip e avvicinarsi, col tempo, all'intelligenza dei mammiferi e utilizzando allo stesso tempo una quantità significativamente minore di energia rispetto ai sistemi di calcolo attuali.
"L'obiettivo del programma SyNAPSE è creare nuovi componenti elettronici, hardware e architettura in grado di comprendere, adattarsi e rispondere a un ambiente informativo in modi che estendono il calcolo tradizionale, per comprendere le capacità fondamentalmente differenti presenti nei cervelli biologici", spiega il program manager della Darpa, Todd Hylton.
E già si guarda a un futuro - forse tra soli 10 anni - in cui sarà possibile creare un cervello umano artificiale.
giovedì 19 novembre 2009
Influenza: l’Europa al lavoro sul vaccino del futuro.
Fonte: EuronewsPer questo, a Vienna, si lavora al progetto di ricerca europeo “Fluvacc”. L’obiettivo è realizzare un nuovo vaccino, da assumere per via nasale. Philippe Neth è uno studente di medicina che lo ha già provato: “Potendo scegliere fra iniezioni intramuscolari e spray nasale – dice -, preferisco senza dubbio lo spray. Non fa male ed è anche più rapido”.
Gli spray nasali rendono la vaccinazione più semplice, soprattutto per chi è più vulnerabile e ha paura delle iniezioni: i bambini.
“Il nostro obiettivo – spiega dall’Università di Vienna la pediatra e immunologa Elisabeth Foerster-Waldl – è quello di far aumentare il numero delle persone vaccinate, soprattutto fra coloro che soffrono di malattie croniche. Diamo quindi il benvenuto a qualsiasi soluzione che faciliti questo compito e venga accettata con favore dai pazienti”.
Lo spray nasale è una soluzione più semplice e pratica, anche perché consentirebbe di vaccinarsi da soli e direttamente a casa propria.
“Il paziente potrà vaccinarsi da solo, senza neanche andare dal medico – conferma Volker Wachek, farmacologo molecolare all’Università di Vienna -. In base ai risultati delle analisi effettuate sul sangue, sembra inoltre che si tratti di un vaccino più efficace. Se parliamo quindi di misure da adottare contro un’epidemia, lo spray nasale dovrebbe offrire una protezione maggiore rispetto alle tradizionali iniezioni intramuscolari”.
La particolare efficacia di questo vaccino dipenderebbe proprio dal fatto che si tratta di uno spray nasale. In quanto tale, agisce infatti esattamente dove si sviluppa l’infezione.
Grazie ai nuovi modelli produttivi sviluppati nei laboratori di Vienna, il progetto Fluvacc promette però di risolvere anche un altro genere di problemi.
“Abbiamo prodotto il nostro vaccino grazie alla cosiddetta ‘genetica inversa’ – spiega il coordinatore Thomas Muster -. Questo significa che possiamo accelerare tutti i processi. In appena tre o quattro giorni siamo in grado di riprodurre ogni ceppo influenzale. Che si tratti di influenza stagionale o epidemica. E partire così con la produzione del vaccino”.
I ricercatori hanno prima identificato il gene, la proteina che rende il virus pericoloso e invisibile al corpo umano. Poi lo hanno cancellato.
“Prima rimuoviamo la proteina che rende il virus invisibile al corpo umano – racconta il virologo Andrej Igorov -. Quando poi iniettiamo il vaccino per via nasale, le cellule riconoscono l’arrivo del virus. Il corpo reagisce quindi immediatamente e ne impedisce la diffusione”.
I vaccini tradizionali vengono prodotti iniettando i virus nelle uova di gallina. Nel caso di un’epidemia, questo sistema non consente però una produzione su vasta scala. Una limitazione a cui i ricercatori hanno cercato di porre rimedio, ricorrendo in alternativa alle colture cellulari.
“Rispetto al metodo tradizionale costituiscono un vantaggio considerevole – conferma ancora Muster -, perché ci sono persone allergiche alle uova, che rischiano lo shock anafilattico. Un pericolo, che con questo nuovo vaccino, invece non esiste”.
Nel progetto è coinvolta anche Lubiana, la capitale della Slovenia. Qui i ricercatori hanno sviluppato una nuova tecnologia per “purificare” il vaccino. L’ultimo passo, prima che possa essere utilizzato e somministrato.
Nel laboratorio “Bia” arriva il vaccino prodotto con le colture cellulari. Un farmaco, quindi non ancora in circolazione. “La particella virale, che è alla base del vaccino – spiega il direttore Ales Strancar -, viene preparata in una specie di ‘brodo’, dove troviamo fra dieci e ventimila sostanze differenti. Fra queste, soltanto una può servire al vaccino. Dobbiamo quindi isolarla in modo che resti più pura possibile, perché altre componenti potrebbero non essere buone o addirittura velenose”.
Visto al microscopio, il brodo appare come una massa scura. All’interno, dei puntini bianchi che sono il vaccino. Accanto, altri più grandi sono invece impurità che ora possono essere rimosse, con una reazione chimica, ottenuta grazie a un nuovo “filtro intelligente”.
“Per il paziente – prosegue Strancar – questo significa avere farmaci più sicuri, più economici, e in alcuni casi ottenerli anche in tempi più brevi”.
La speranza degli scienziati è che grazie a questi sviluppi, aumenti il numero delle persone che vorranno sottoporsi al vaccino. Secondo Franc Strle, uno dei più grandi esperti sloveni in materia, c‘è un solo modo per arginare l’influenza e fermare le epidemie: proprio i vaccini. “Stranamente – dice – continuiamo a sottovalutare il fatto che centinaia di migliaia di persone muoiono ogni anno d’influenza. Ci siamo abituati. E non facciamo niente di particolare per evitarlo”.
Anche se i suoi effetti collaterali sono molto più ridotti di quanto si pensi, in Slovenia si è sottoposto al vaccino appena il 10% della popolazione. “Nessuno – commenta Strle – si chiede se gli air-bag siano importanti, eppure nelle auto ci sono. Di recente ho letto una statistica, secondo cui su 800 persone che salvano, ne uccidono anche 20. Ma nessuno mette in discussione il fatto che servano. Li consideriamo necessari. Ebbene: in proporzione, il vaccino contro l’influenza è molto più sicuro”.
Nei laboratori di Vienna, i ricercatori sostengono che il nuovo vaccino sarà più efficace, perché potrà difenderci sia dal virus, che dalle sue possibili mutazioni. “I risultati dei primi test clinici – dice ancora Thomas Muster -, ci hanno confermato che il nostro vaccino sarà in grado di offrire una protezione maggiore contro l’influenza. Sempre secondo gli stessi test, i suoi effetti collaterali saranno inoltre particolarmente ridotti”.
L’influenza non sarà mai del tutto debellata. Possiamo però combatterla meglio e prepararci ad affrontare nuove epidemie. Questo è l’obiettivo che si propongono gli scienziati, ora impegnati in una corsa contro il tempo, per reinventare la lotta all’influenza.
Riparte il super acceleratore LHC: Lucio Rossi (CERN), "Ecco dove abbiamo sbagliato".
Fonte: Il Sussidiario
Il SuperAcceleratore è di ritorno: quattrocentotrenta giorni di lavoro duro è la distanza che ci separa da quel mattino del 19 settembre 2008 in cui bruciò una connessione tra magneti superconduttori e bruciò anche le speranze di un rapido – e quasi facile – avvio di una fase in cui avremmo osservato “cose mai viste”. Tutto concorreva a convincerci di avercela fatta. I successi tecnici durante la costruzione, i ritardi modesti (circa otto mesi, un’inezia per la complessità della macchina), la partenza folgorante del 10 settembre e anche il can-can mediatico con televisioni che corrono da tutto il mondo, Google che ci dedica il logo e anche la follia del mega-buco-nero! E invece…
Una connessione elettrica tra magneti superconduttori, il gioiello tecnologico prodotto di venti anni di ricerca e spina dorsale della macchina, che va in circuito aperto. Una connessione dicevamo, una parte non particolarmente difficile, anche se deve far passare 13mila ampère (quanto basta per alimentare bene una cittadina) dissipando meno di una lampadina da notte si fuse generando un arco. Lo capimmo dopo, era – banalmente – malfatta e il difetto non era stato rivelato dai tre livelli di sistemi di controllo. Il guasto di per sé avrebbe danneggiato in modo grave solo i due magneti della connessione e ci avrebbe bloccato per almeno 4 mesi. Grave, si, ma non gravissimo: invece una serie di eventi imprevisti ha generato una salita vertiginosa di pressione dell’elio superfluido, il prezioso liquido che tiene i 27 km di magneti a -271 °C (ovvero molto più freddi dello spazio siderale). La pressione (circa cinque volte più elevata del previsto) ha spostato i magneti da 30 tonnellate l’uno in un effetto domino che ha coinvolto circa 700 m dell’acceleratore.
Ai primi ingegneri scesi nel tunnel dopo due giorni la linea dei magneti sembrava disastrata. Che cosa fare? L’incredulità era sui nostri volti. Per molti sembrava uno scacco senza rimedio. Non solo è stato difficile capire tutto l’accaduto (una “task force” di trenta fisici e ingegneri ci ha lavorato per quattro mesi), non solo era difficile a progetto completato prendere delle contromisure adeguate per prevenire simili incidenti, ma soprattutto angustiava la sensazione di essere schiacciato dallo sbaglio, dall’errore. Abituati a essere sempre ai primi posti della corsa tecnologica, a “vincere” sempre, si diventa un po’ presuntuosi, quasi arroganti. E la cosa che costa di più è ammettere, semplicemente, di essersi sbagliati. Sì, anche nelle nostre equazioni o macchinari più complessi progettati con sofisticati FEM e CAD (Finite Element Models e Computer Aided Design) c’è posto per l’errore. Ecco, per trovare l’energia per rinascere occorre partire da questa salutare ammissione: l’errore è possibile, anzi probabile in un sistema cosi complesso. Solo mettendolo in conto si può limitare il suo effetto. Insomma abbiamo re-imparato la lezione del Titanic. Con un vantaggio: colpiti ma non affondati, come nella vecchia battaglia navale, abbiamo potuto ripartire umilmente dal riconoscimento degli errori e, con un lavoro di squadra notevole, abbiamo intrapreso la lunga marcia della risalita, lavorando lungo tre direttrici principali:
- L’inventario dei danni: oltre 700 m ovvero 53 magneti da riportare alla superficie (dai 100 m sottoterra su cui si snodano i 27 km del tunnel); 39 da cambiare completamente, supporti criogenici da rifare, 5 km di tubo a alto vuoto da cambiare o ripulire a fondo nel tunnel; il rifacimento stesso del suolo del tunnel danneggiato.
- La rimozione delle parti danneggiate con un meticoloso lavoro per assicurare la sicurezza del personale, la preparazione dei magneti di riserva (che per fortuna e anche per sana previdenza erano sufficienti, nonostante l’incidente fosse stato del 500% più devastante dell’incidente ragionevolmente prevedibile), i test a freddo in superficie e la re-installazione dei magneti nel tunnel.
- La comprensione più esaustiva possibile delle cause e della dinamica dell’incidente e la messa in opera di tutte le misure per impedire questo e altri incidenti simili. Abbiamo installato un nuovo sistema di diagnostica circa tremila volte più sensibile e utilizziamo molto meglio il sistema che era già installato. Ora utilizziamo misure di precisione nell’elio superfluido, con una sensibilità di 0,01 °C su 100 metri di lunghezza. Non solo, ammaestrati dall’esperienza, abbiamo messo in opera anche misure per mitigare le conseguenze di nuovi possibili incidenti, come l’installazione di valvole di sicurezza e nuovi ancoraggi lungo i 27 km dell’anello: come dire che l’errore è sempre possibile, va messo in conto.
È proprio su questo vorrei porre l’accento: se l’errore, quindi il nostro limite, viene messo in conto come parte ineliminabile del nostro agire, allora le nostre energie sono libere per la costruzione, e questo rende meno sospettosi gli uni verso gli altri nella corsa a “smarcarsi” dalla colpa; tutto ciò permette quindi una dinamica di comune intento che veramente moltiplica le forze. E ciò ha permesso di non solo di risalire rapidamente la china (quando le previsioni di molti scettici raccontavano di due anni e più di stop) ma anche di far fronte alle conseguenze a lungo termine delle cause dell’incidente. La connessione fatta male è stata la spia di un design sbagliato che potrebbe funzionare solo se eseguito con una precisione impensabile su una serie di diecimila e con inevitabili pressioni logistiche e di tempo. Ora sappiamo che dobbiamo intervenire su molte altre connessioni in tutto l’anello prima che l’energia possa essere spinta al massimo.
Dopo l’avvio a fine novembre, a gennaio dovremmo essere al 50% dell’energia massima e poi potremo arrivare al 70%, che è comunque già cinque volte di più del record esistente, come a dire saremo subito in “terra incognita”. Ci metteremo un paio d’anni per arrivare al massimo dell’energia di collisione e, quando ci saremo, ci saranno certo altri problemi che ci terranno occupati: migliorare ancor più le prestazioni, aumentare la luminosità, cioè la potenza con cui si illuminano le zone oscure che andiamo a esplorare, e altro ancora..
Sono andato al Cern dall’Università di Milano nel 2001, proprio per condurre la progettazione e la costruzione dei magneti superconduttori: sette anni di lavoro duro ma un’avventura esaltante e umanamente appagante. Tuttavia, anche dirigere i lavori di riparazione e soprattutto motivare e tenere unito il team che ha condotto queste riparazioni è stata una vera esperienza. Quando ormai i team erano stati dimessi o ristrutturati, la loro ricostituzione su tempi brevissimi è stata altrettanto difficile del lavoro tecnico. Si tocca con mano che le motivazioni di corto respiro non tengono e l’entusiasmo artificiale della forza della volontà non regge. Solo la convinzione che niente è perduto, veramente, perché tutto ha un senso e uno scopo può trasformare una disavventura in una vera avventura, che senza bisogno di dimenticare una virgola della rabbia, della delusione, della fatica, ci sta facendo vivere l’entusiasmo della rinascita.
mercoledì 18 novembre 2009
Ricerca mostra la base genetica delle infezioni micotiche.
Per maggiori informazioni, visitare: New England Journal of Medicine: http://content.nejm.org/ Università Radboud di Nijmegen: http://www.ru.nl/english/ University College London: http://www.ucl.ac.uk/
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Categoria: Risultati dei progettiFonte: New England Journal of Medicine (NEJM)Documenti di Riferimento: Ferwerda, B., et al. (2009) Human Dectin-1 deficiency and mucocutaneous fungal infections. New England Journal of Medicine. 361 (18): 1760. DOI 10.1056/NEJMoa0901053.Acronimi dei Programmi: MS-D C, MS-NL C, MS-UK C, FP6-MOBILITY, FP6-STRUCTURING, FRAMEWORK 6C-->Codici di Classificazione per Materia: Coordinamento, cooperazione; Scienze biologiche; Medicina, sanità; Ricerca scientifica
RCN: 31478
Verso la creazione di una piattaforma che consentirà di combattere in tempo reale le frodi telematiche.
Per maggiori informazioni, visitare: http://www.streamproject.eu/
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Categoria: Risultati dei progettiFonte: Politecnico di MadridDocumenti di Riferimento: Sulla base di informazioni fornite dal Politecnico di MadridAcronimi dei Programmi: MS-E C, FP7, FP7-COOPERATION, FP7-ICT, FUTURE RESEARCH-->Codici di Classificazione per Materia: Automazione; Coordinamento, cooperazione; Aspetti economici; Applicazioni della tecnologia dell'informazione e della comunica; Tecnologie di rete
RCN: 31477