giovedì 7 gennaio 2010

HRP-4C Gynoid: È iniziata l'era dei robot umanoidi!

Fonte: Wikipedia

'HRP-4C è un androide con volto femminile creato dallistituto nazionale Giapponese per la scienza e la tecnologia (AIST) e mostrato in pubblico a Tokio il 16 marzo 2009.Ha un'altezza di 158 centimetri (5 piedi e 2 pollici) e pesa 43 kg (95 pounds) incluse le batterie.

HRP-4C è dotata di capacità di riconoscimento e di sintesi vocale. Ha la capacità di camminare compiendo per ora solo alcuni passi. Può muovere le gambe e le braccia attraverso 30 motori. Sono presenti inoltre altri 8 motori all'interno del volto per dotarla della capacità di esprimere alcune espressioni facciali come ad esempio sorridere.
Il software che la gestisce, sviluppato dall'AIST, è basato su una versione di ART-Linux, un kernel real-time a sua volta basato su
Linux.
Il costo stimato è pari a 200.000 Dollari.

EveR-1
Project Aiko
ASIMO
Actroid
Ginoide
Androide

Almeno due dei nostri geni provengono dal Dna del Bornavirus, incorporato nei cromosomi milioni di anni fa.

Fonte: Galileo
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Almeno due dei nostri geni provengono dal Dna del Bornavirus, incorporato nei cromosomi milioni di anni fa. La scoperta su Nature.
Non tutti i dei geni del nostro Dna sono propriamente “nostri”. Una parte considerevole - circa l’8 per cento - sono infatti “pezzetti” di virus. In particolare, questi geni appertengono a un’antica classe di retrovirus che hanno “invaso” il nostro genoma milioni di anni fa. Uno studio pubblicato su Nature rivela ora, però, un’altra inaspettata fonte di diversità genetica: sempre di virus si tratta, ma di altro tipo, noto come bornavirus.È la prima volta che elementi virali - e non retrovirali - sono stati rintracciati nel genoma di mammiferi. Autori della scoperta sono i ricercatori dell’Università di Osaka, in Giappone, guidati da Masayuki Horie, che ha studiato campioni di Dna di esseri umani, altri primati non umani, elefanti e roditori. L’assimilazione di sequenze genetiche estranee nel genoma ospite è detta “endogenizzazione” e avviene quando i geni virali sono integrati nei cromosomi delle cellule riproduttive (quelle che danno origine alla prole). Il Dna alieno può, in questo modo, trasmettersi da genitori a figli, a tutti gli effetti incorporato al genoma.Il virus di Borna (ordine dei Mononegavirales) deve il suo nome all’omonima città tedesca, dove, nel 1885, scatenò un’epidemia che decimò il reggimento di cavalleria. Questo virus colpisce infatti il cervello di alcuni uccelli e i mammiferi (soprattutto cavalli e pecore) e può infettare anche l’essere umano. Il suo codice genetico è stato decodificato di recente. I ricercatori hanno passato al setaccio 234 genomi trovando sequenze simili a quelle del bornavirus in diversi mammiferi. I dati raccolti mostrano che l’endogenizzazione è avvenuta in più linee mammaliane e in diversi momenti, tra 40 milioni di anni (nei primati antropomorfi) a meno di dieci milioni (negli scoiattoli). Gli studiosi hanno riscontrato forti somiglianze tra il gene per le nucleoproteine (N) virale e due geni umani, chiamati EBLN-1 e EBLN-2. In un esperimento, dopo aver infettato cellule umane per trenta giorni, Horie e colleghi hanno trovato, nei cromosomi, integrazioni del Dna virale che ricordano gli elementi EBLN. Non si sa ancora se e quale ruolo abbiano giocato nell’evoluzione questi due geni, ma è stato dimostrato che le inserzioni sono una fonte di mutazione; la scoperta dimostra anche una coevoluzione di lunga data tra le due specie, tanto che questi frammenti rappresentano importanti “reperti fossili” dei bornavirus.La scoperta potrebbe anche fornire nuovi dati a sostegno dell’ipotesi che malattie come la schizofrenia abbiano avuto origine da un’antica “invasione virale”. Riferimento: Nature Vol 4637 January 2010 doi:10.1038/nature08695

martedì 5 gennaio 2010

Un farmaco derivato dai funghi potrebbe contribuire a debellare il cancro.

Fonte: Cordis
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Uno studio britannico pubblicato sul Journal of Biological Chemistry sostiene che un farmaco derivato da un fungo - usato nella medicina cinese tradizionale e scoperto dagli scienziati occidentali negli anni '50 - potrebbe rendere più efficace la lotta contro il cancro. La ricerca è stata svolta da un team di ricercatori dell'Università di Nottingham, nel Regno Unito, ed è stato finanziato da due organizzazioni di ricerca britanniche: il Wellcome Trust e il Biotechnology and Biological Sciences Research Council (BBSRC), che fa parte del Research Councils UK. La cordicepina veniva inizialmente estratta da un fungo del genere Cordyceps, uno strano fungo parassita che vive a spese dei bruchi, ma è ora prodotta anche in coltura. Inizialmente gli scienziati occidentali sono stati incuriositi dal fungo Cordyceps per le caratteristiche positive che gli venivano attribuite dalla medicina cinese tradizionale. Il primo studio occidentale dedicato al Cordyceps è stato pubblicato nel 1950, ma il degrado veloce della sostanza nell'organismo umano impediva di sfruttarne i vantaggi a favore dei pazienti affetti da cancro. Questo ostacolo è stato ora superato e il farmaco può essere somministrato combinato con un altro farmaco per ovviare al problema. Anche se il secondo farmaco continua a presentare effetti collaterali, gli scienziati sono tuttavia riusciti a chiarire molti aspetti relativi al funzionamento della cordicepina. La dottoressa Cornelia de Moor dell'Università di Nottingham, che ha guidato la ricerca, ha detto: "La nostra scoperta offrirà la possibilità di indagare sui vari tipi di cancro che potrebbero essere trattati con la cordicepina. Abbiamo inoltre sviluppato un metodo altamente efficace per eseguire test sulle versioni nuove, più efficaci e stabili del farmaco in piastre di Petri. Si tratta di un grande vantaggio, dal momento che ci permetterà di eliminare quelli non adatti ancora prima che qualcuno inizi ad testarli". Il team dell'Università di Nottingham ha osservato due effetti specifici della cordicepina sulle cellule tumorali. Inizialmente, a basse dosi essa inibisce la crescita e la divisione cellulare, mentre ad alte dosi impedisce alle cellule di aggregarsi, ottenendo il medesimo effetto inibitore. Successivamente, la cordicepina agisce sulla proteinogenesi cellulare. A basse dosi essa interferisce con la produzione di mRNA (RNA messaggero) - la molecola che informa l'organismo su come produrre una proteina - e a dosi maggiori ha un effetto immediato sulla sintesi proteica. "A causa di impedimenti tecnici e del fatto che i ricercatori si orientavano verso altre ricerche, c'è voluto molto tempo per scoprire l'effetto preciso che la cordicepina aveva sulle cellule", ha continuato la dottoressa Moor. "Ricchi di questa conoscenza, sarà ora possibile prevedere quali tipi di cancro potrebbero essere sensibili alla cordicepina e quali altri farmaci potrebbero essere con essa combinati in maniera efficace. Potrebbe anche gettare le basi per la progettazione di nuovi farmaci antitumorali che agiscono secondo lo stesso principio".
Per maggiori informazioni, visitare: Biotechnology and Biological Sciences Research Council (BBSRC):
http://www.bbsrc.ac.uk/ Journal of Biological Chemistry: http://www.jbc.org/ University of Nottingham: http://www.nottingham.ac.uk/ WellcomeTrust: http://www.wellcome.ac.uk/
Categoria: VarieFonte: Journal of Biological ChemistryDocumenti di Riferimento: Wong, Y et al. (2009). Cordycepin inhibits protein synthesis and cell adhesion through effects on signal transduction. In corso di stampa, pubblicato online nel mese di novembre 2009. DOI: 10.1074/jbc.M109.071159.Acronimi dei Programmi: MS-UK C-->Codici di Classificazione per Materia: Servizi/prestazioni sanitarie ; Medicina, sanità; Ricerca scientifica
RCN: 31619

Il satellite della Nasa Kepler, ha individuato cinque nuovi esopianeti.

Fonte: Galileo
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Il satellite della Nasa, creato per trovare pianeti simili alla Terra, ha individuato cinque nuovi esopianeti. Tutti, però, di grandi dimensioni e temperature inadatte alla vita.
A meno di un anno dal suo lancio, avvenuto nel marzo scorso, ben cinque sono gli esopianeti (cioè al di fuori del Sistema Solare) scoperti dal satellite della Nasa Kepler. Sono tutti pianeti cosiddetti “Giove caldi”, a causa delle loro grandi dimensioni, della vicinanza alla stella madre e delle temperature elevate (tra 1200° C e 1650° C, più caldi della lava). Caratteristiche che li rendono decisamente inospitali. Si chiamano, per il momento, Kepler 4b, 5b, 6b, 7b, 8b e orbitano tutti intorno a stelle a loro volta più calde e grandi del Sole. A valutare i primi risultati di Kepler, sulle pagine di Science, è William Borucky del Nasa's Ames Research Center di Moffet Field (California, Usa): “Queste osservazioni ci aiutano a capire meglio come si formano i sistemi solari e come evolvono a partire da gas e polvere cosmica, responsabili dell'origine sia delle stesse sia dei pianeti”. Grazie al suo telescopio da 1,7 metri di diametro e ai suoi 95 milioni di pixel, Kepler è in grado di osservare continuamente e registrare l'immagine di 150mila corpi celesti contemporaneamente. Per ora, oltre a questi primi cinque esopianeti, il satellite ha individuato e misurato un centinaio di altri possibili pianeti, ma i dati sono ancora in corso di analisi.
La scoperta di questi "Giove caldi" è frutto delle sole prime sei settimane di osservazione, a partire dal 12 maggio scorso, quanto il satellite ha trovato la sua posizione ed è entrato in funzione. “Ci aspettavamo che i primi ad essere individuati fossero pianeti delle dimensioni di Giove, è solo questione di tempo prima che Keplero trovi pianeti sempre più piccoli fino a scoprire il primo simile alla Terra”, ha dichiarato Jon Morse direttore della divisione di Astrofisica del quartier generale della
Nasa a Washington. Il satellite porterà avanti le sue osservazioni fino al novembre 2012, cercando continuamente pianeti con temperature abitabili - dove possa trovarsi acqua liquida sulla superficie - e che orbitino intorno a stelle simili al Sole. “Kepler ci dirà se ci sono altri pianeti che possono ospitare la vita o se invece siamo soli nella nostra galassia”, ha concluso Borucky. (c.v.)Riferimenti: Science, Nasa

Ripresa la spettacolare eruzione del West Mata, un vulcano sottomarino.


Fonte: Galileo
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Ripresa la spettacolare eruzione del West Mata, un vulcano sottomarino che si trova a più di 1.200 metri di profondità.
Un grande spettacolo pirotecnico nelle profondità dell'Oceano. Così appare la più profonda eruzione vulcanica sottomarina, recentemente scoperta da un gruppo di scienziati della National Science Foundation (Nsf) e della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa). A regalarci le suggestive immagini è il vulcano West Mata, che si trova a più di 1.200 metri di profondità nell'Oceano Pacifico, in una regione compresa fra le isole Figi, le Samoa e Tonga.
Le
immagini e i video dell'eruzione sono stati presentati al recente meeting autunnale dell'American Geophysical Association (Agu), svoltosi a San Francisco dal 14 al 18 dicembre. Il video dell'eruzione è stato ripreso da Jason, un robot automatizzato della Woods Hole Oceanographic Institution (Whoi). Alle profondità oceaniche del West Mata, la pressione dell'acqua è così alta da smorzare la violenza dell'eruzione, pertanto Jason ha potuto avvicinarsi molto al vulcano, un'impresa impossibile per le eruzioni sulla superficie terrestre. Un idrofono ha inoltre registrato i suoni dell'eruzione.
Ma non è solo spettacolo. Lo studio dei dati raccolti, infatti, sta aiutando a far luce su molti aspetti della dinamica della litosfera terrestre. “Abbiamo trovato un tipo di lava mai visto prima in un vulcano attivo, e per la prima volta abbiamo osservato lava fusa che scorre sul fondale marino dell'Oceano”, ha commentato Joseph Resing dell'Università di Washington, ricercatore a capo della spedizione.
Nell'eruzione del West Mata sono infatti state osservate lave di boninite, particolarmente ricche di magnesio e silicati. Queste lave, che si ritiene siano fra le più calde del pianeta, finora erano state osservate solo in antichi vulcani spenti da più di un milione di anni. Lo studio delle lave di boninite è di grande importanza per comprendere la formazione del magma nei vulcani e i meccanismi di riciclo dei materiali delle zone di subduzione (quelle in cui un lembo di crosta terrestre “sprofonda” sotto un altro). I campioni di acqua prelevati al di sopra del vulcano hanno inoltre mostrato un altissimo grado di acidità. Gli unici animali osservati in queste acque sono dei gamberetti, il cui Dna è attualmente sotto attenta analisi.
Oggi gli scienziati ritengono che circa l'80 per cento dell'attività eruttiva del pianeta avvenga nell'oceano, dove si troverebbe anche la maggior parte dei vulcani attivi. Le eruzioni profonde sono quindi un prezioso strumento per comprendere vari aspetti del trasporto di materia e calore dall'interno della Terra e per indagare come le forme di vita possano adattarsi a condizioni così estreme. (m.r.) Riferimenti:
American Geophysical Association
Credit immagine: NSF/NOAA

lunedì 4 gennaio 2010

Misurata per la prima volta la velocità con cui si verificano le mutazioni nelle piante.

Fonte: Le Scienze
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Lo studio ha rivelato che non tutte le parti del genoma sono ugualmente interessate da mutazioni e che uno specifico tipo di mutazione dà conto di quasi la metà di esse.
Un gruppo di ricercatori del Max Planck Institut per la biologia dello sviluppo a Tübingen, in Germania, e dell'Università dell'Indiana a Bloomington è riuscito per la prima volta a misurare direttamente la velocità con cui si verificano le mutazioni nelle piante. La scoperta, di cui viene riferito in un articolo pubblicato su "Science" getta nuova luce su un processo fondamentale dell'evoluzione e contribuisce a spiegare perché la resistenza agli erbicidi possa comparire nel giro di pochi anni. Oggi confrontare i genomi di animali o piante imparentate è un lavoro sostanzialmente di routine. In questi confronti, tuttavia, vengono ignorate le mutazioni che sono andate perse nel corso dei milioni di anni che separano le diverse specie dal loro antenato comune. In questo studio i ricercatori hanno cercato di individuare le tracce dell'evoluzione prima che si mettesse in opera la selezione e per farlo hanno seguito passo passo tutti i cambiamenti genetici che si sono verificati nel corso di 30 generazioni in cinque linee filogenetiche di Arabidopsis thaliana. Dall'accurata analisi di tutti questi genomi i ricercatori, diretti da Detlef Weigel, hanno potuto desumere che ne corso di pochi anni una ventina di coppie di basi è risultata mutata in ciascuna delle cinque linee. "La probabilità che una qualsiasi lettera del genoma cambi in una singola generazione è dunque di una si 140 milioni", ha detto Michael Lynch, che ha partecipato alla ricerca. Altrimenti detto, ogni seme ha in media una mutazione in ciascuna delle due copie di genoma che eredita per via materna e paterna. Il numero di mutazioni per individuo può sembrare molto esiguo, ma se si considera che ciò significa che in una popolazione di 60 milioni di pante ciascuna lettera del genoma è cambiata almeno una volta e che ogni pianta di Arabidopsis produce migliaia di semi per generazione, la prospettiva cambia. Lo studio ha peraltro rivelato che non tutte le parti del genoma sono interessate da mutazioni nella stessa misura e che uno specifico tipo di mutazione (G:C→A:T) dava conto di quasi la metà di tutte le mutazioni rinvenute. Sulla base di questi nuovi dati, i ricercatori hanno poi stimato che la separazione di A. thaliana dalla sua specie più prossima, A. lyrata, potrebbe essere avvenuta non cinque milioni di anni fa, come finora si è ritenuto, ma ben 20 milioni di anni fa. I ricercatori ritengono che un'analoga analisi condotta su altre piante e altri animali potrebbe condurre a una revisione delle stime relative al momento di domesticazione di diverse specie. (gg)

Sequenziato l'intero genoma di uno dei batteri responsabili della carie.

Fonte: Galileo
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Un gruppo di ricerca, in parte italiano, ha sequenziato l'intero genoma di uno dei batteri responsabili della carie. Lo studio su PloS Genetics.
Cosa fa del Bifidobacterium dentium il nemico numero uno dei nostri denti? Le sue peculiarità genetiche, che lo rendono in grado di tollerare pH molto acidi e digerire diversi tipi di carboidrati, facendone uno dei più efficienti batteri coinvolti nella formazione delle carie dentali. Le sue armi sono state svelate da un gruppo di ricerca internazionale coordinato da Marco Ventura e Francesca Turroni dell’Università di Parma, che ne hanno sequenziato l’intero genoma, pubblicando i risultati dell’analisi su PloS Genetics.Per scoprire le basi genetiche degli adattamenti che permettono al batterio di sopravvivere nel cavo orale, i ricercatori hanno isolato alcuni patogeni da carie dentali umane e condotto un’accurata analisi per sequenziare il loro genoma. Dai risultati è emerso un codice genetico costituito da un singolo cromosoma circolare con 2.636.368 paia di basi, l’89 per cento delle quali contiene le informazioni necessarie per la sintesi di proteine. Si tratta di uno dei genomi più “lunghi” di tutto il genere Bifidobacterium e più ricco di peculiarità. In primo luogo, il batterio possiede geni che gli permettono di digerire molti più zuccheri rispetto alle altre specie di bifidobatteri; in questo modo, riesce a fare scorta di maggiori quantità di energia per vivere e a riprodursi più efficacemente. Inoltre B. dentium presenta geni che conferiscono la capacità di metabolizzare i carboidrati presenti nella saliva secreta dalle ghiandole della cavità orale, sintetizza proteine che gli permettono di aderire saldamente alla superficie dei denti, sa difendersi contro gli agenti anti-microbici e riesce a tollerare ambienti molto acidi, conseguenza dell’attività dei batteri della placca dentale.
Questi adattamenti lo rendono decisamente diverso dagli altri bifidobatteri, come quelli presenti nella flora microbica intestinale, che sono noti invece per contribuire alla salute del loro ospite: partecipano alla digestione del cibo, stabilizzano il pH intestinale, promuovono la proliferazione e differenziazione cellulare, aiutano l’attività del sistema immunitario. (m.s.)