venerdì 15 gennaio 2010

Com'è organizzato il dizionario cerebrale.

Fonte: Le Scienze
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Per classificare i nomi comuni, il cervello ricorre a tre parametri che hanno a che fare con i rapporti che gli oggetti denotati hanno con le azioni di manipolarli, usarli come difesa o mangiarli.
Combinando tecniche di visualizzazione cerebrale e algoritmi di apprendimento per computer un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon University ritiene di aver individuato una "stele di Rosetta" per comprendere il modo con cui il cervello organizza la rappresentazione dei nomi comuni. "In effetti abbiamo scoperto come è organizzato il dizionario cerebrale", ha detto Marcel Just, uno dei due neuroscienziati del gruppo di ricerca che firma un articolo sulla rivista on line "PLoSOne". "Non è ordinato alfabeticamente o per dimensione o colore degli oggetti. Sono tre caratteristiche di base che il cervello sfrutta per definire nomi comuni come appartamento, martello, carota."Questi tre codici fondamentali sono rappresentati dal modo in cui si interagisce fisicamente con l'oggetto (lo si può tenere, calciare, ecc.); dal modo in cui si relazione con l'azione di mangiare (mordere, sorseggiare, assaggiare, deglutire); e dal modo con cui è in relazione con azioni come proteggere o difendere. Questi tre fattori, ciascuno codificato in tre-cinque differenti aree cerebrali sono state individuate attraverso un algoritmo computazionale che ha cercato le somiglianze nelle attivazioni cerebrali di un gruppo di soggetti esposti a 60 nomi che indicavano oggetti fisici.La parola "casa", per esempio, attivava fortemente tutte e cinque le aree di codifica per parole coinvolte nel difendere-nascondere. "Martello" attivava il codice per l'interazione fisica nella corteccia motoria: "Per il cervello una parte centrale del significato di martello è legata al come lo si può impugnare la corteccia senso-motoria lo rappresenta come 'impugnare il martello' " spiega Vladimir Cherkassky, l'altro neuroscienzaito del gruppo.Inoltre, i significati dei nomi sono risultati essere codificati allo stesso modo in tutti i partecipanti alla prova: "Ciò dimostra che quando due persone pensano alla parola 'martello' o 'casa', i loro schemi di attivazione sono molto simili. Inoltre, i nostri risultati indicano che i tre codici cerebrali scoperti catturano dei mattoni fondamentali condivisi da tutte le persone" ha aggiunto Tom Mitchell, il ricercatore che con Sandesh Aryal ha curato gli aspetti informatici dello studio.Nello studio, nel quale i soggetti in esame non sono stati stimolati con immagini degli oggetti ma direttamente con le parole con cui li si designa, i ricercatori sono stati successivamente in grado di predire - grazie all'algoritmo sviluppato - gli schemi di attivazione cerebrale che si sarebbero manifestati dopo la presentazione ai soggetti di altre parole /sempre relative a oggetti) che in precedenza non erano state loro sottoposte. Per converso, osservando gli schemi di attivazione ottenuti, erano in grado di indicare con un elevato grado di successo quale delle 60 parole i soggetti stavano pensando.Al momento, hanno osservato i ricercatori, manca sicuramente il codice relativo a un aspetto essenziale del comportamento umano, quello relativo a sesso, amore e riproduzione: "Il nostro vocabolario di 60 nomi-test non conteneva parole relative a questa dimensione, come 'moglie', fidanzato o semplicemente 'persona'. Ci aspettiamo che oltre alle tre dimensioni trovate faccia parte del codice cerebrale dei nomi anche una specifica dimensione umana", ha detto Just.La ricerca può avere interessanti implicazioni anche sul piano terapeutico di diverse patologie: "Nelle patologie psichiatriche e neurologiche il significato di certi concetti è talvolta distorto. Queste nuove tecniche rendono possibile la misurazione di queste distorsioni e quindi puntare a una loro de-distorsione. Per esempio una persona agorafobica può mostrare una codifica esagerata della dimensione 'difendere'. Un autistico può avere una ridotta codifica del contatto sociale", ha osservato Just. (gg)

Più veloce del previsto l'evoluzione del cromosoma Y.

Fonte: Le Scienze
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Sono state riscontrate notevoli differenze nelle sequenze geniche dei cromosomi Y delle due specie: questi cromosomi si sono evoluti più velocemente del resto del genoma.
Una teoria scientifica consolidata vorrebbe il cromosoma Y dei mammiferi in una fase di stabilità evolutiva, o addirittura di decadimento. Nuove evidenze scientifiche suggeriscono come in realtà tale cromosoma stia evolvendo rapidamente tramite un continuo e completo rinnovamento.
Grazie al primo confronto allargato interspecie, i ricercatori del
Whitehead Institute del Massachusetts Institute of Technology hanno trovato notevoli differenze nelle sequenze geniche dei cromosomi Y di esseri umani e scimpanzé, significativi del fatto che questi cromosomi si sono evoluti più velocemente rispetto ai loro rispettivi genomi nel corso di sei milioni di anni che li separano da un loro comune antenato.
"La regione del cromosoma Y che si è evoluta più rapidamente di tutte è quella che svolge un ruolo importante nella produzione di sperma”, ha spiegato Jennifer Hughes, che ha partecipato alla ricerca e firma come coautrice l'articolo di resoconto pubblicato sulla rivista Nature. ”Il resto della Y si sta evolvendo in modo più simile al resto del genoma, solo un po' più velocemente”.il risultato, inoltre, ha confutato l'aspettativa che i cromosomi Y di esseri umani e scimpanzé fossero molto simili. "Questo lavoro mostra chiaramente che l'Y è assai ingegnoso nell'usare differenti strumenti del genoma per mantenere la diversità tra i geni”, ha aggiunto Wes Warren ricercatore del Washington University Genome Center. “I risultati mostrano che la nostra conoscenza del cromosoma è ancora in divenire.”
Hughes e Page ipotizzano che l'evoluzione divergente del cromosoma Y dello scimpanzé e dell'essere umano possa essere dovuta a diversi fattori, inclusi i tratti specifici del cromosoma Y e differenze nei comportamenti di accoppiamento.
Poiché molti scimpanzé si possono accoppiare con una femmina in rapida successione, lo sperma maschile è sempre impegnato in un'ardua competizione riproduttiva. Se un maschio produce più sperma ha teoricamente più probabilità di ingravidare la femmina e di propagare alla generazione successiva i geni che sono responsabili della sua produzione, alcuni dei quali fanno parte del cromosoma Y.
Poiché la pressione selettiva per far passare i geni di untratto vantaggioso è così alta, questi geni possono anche trascinare con sé tratti genetici svantaggiosi nella generazione successiva.
Tale trasmissione è permessa perché, a differenza di altri cromosomi, l'Y non ha alcun partner con cui scambiare geni durante la divisione cellulare. Tale processo consente infine di associare versioni positive di un certo gene eliminando quelle deleterie. Senza di esso, per contro, il cromosoma Y è trattato dal'evoluzione come un'entità unica, positiva o negativa.
Negli scimpanzé, la combinazione dell'intensa pressione selettiva sulla produzione di sperma con l'impossibilità di scambiare geni può aver determinato la rapida evoluzione del cromosoma. (fc)

Nel genoma i resti silenti di antiche infezioni.

Fonte: Le Scienze
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Le sequenze di DNA di origine retrovirale che costellano il genoma umano sono tenute sotto controllo da proteine inibitorie orchestrate da una proteina master, la KAP1.
E' noto che il nostro genoma è composto per una sua frazione significativa da sequenze di DNA derivanti dal patrimonio genetico di “invasori”, per lo più retrovirus, che infettarono milioni di anni fa i nostri antenati e in particolare le loro cellule geminali.
Perché, e come, queste sequenze restino peraltro costantemente silenti e non provochino danni finora non era ancora stato chiarito. Ora un gruppo di ricercatori del Politecnico di Losanna diretti da Didier Trono è riuscito a individuare il meccanismo e lo descrive in
un articolo pubblicato su “Nature”.
Studiando cellule staminali embrionali di topo, Trono e collaboratori hanno scoperto che il DNA di topo codifica un cospicuo numero di proteine destinate a riconoscere le numerose sequenze di basi di origine virale presenti nel genoma. I ricercatori hanno anche dimostrato che una proteina, chiamata KAP1, ha la funzione di orchestrare l'attività inibitoria di tutte queste altre proteine di geni virali. Se KAP1 viene rimossa, il DNA virale si “risveglia”, determina numerose mutazioni e l'embrione nella generalità dei casi muore.
Dato che i retrovirus tendono a mutare il DNA dell'ospite, hanno una enorme potenzialità e capacità di alterare i geni. Nel corsi delle antiche pandemie alcuni individui sono stati in grado, grazie a opportune mutazioni, di sviluppare meccanismi di silenziamento dei geni di questi virus, trasmettendo questa capacità alla propria progenie.
"Nel nostro genoma ritroviamo le tracce delle ultime due principali ondate. La prima ha avuto luogo 100 milioni di anni fa, quando i mammiferi iniziarono a svilupparsi, la seconda circa cinquanta milioni di anni fa, proprio prima dei primi primati antropoidi”.
La scoperta del meccanismo KAP1 potrebbe in prospettiva avere implicazioni nella ricerca di nuove strategie terapeutiche per combattere l'AIDS, il cui virus può restare silente nelle cellule ematiche che infetta, così da proteggersi dai possibili trattamenti. Il suo risveglio controllato potrebbe quindi permettere di aggredirlo. (gg)

Artemisinina, sostanza vegetale ricavata dall’Artemisia, contro la Malaria.

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Per combattere l'infezione i ricercatori puntano sulla produzione di artemisinina, sostanza vegetale ricavata dall’Artemisia. Lo studio su Science.
Dai laboratori ai campi per combattere la malaria. I ricercatori dell'Università di York hanno completato la mappa genetica dell’Artemisia annua, pianta da cui si ricava l’artemisinina, sostanza utilizzata per la cura della malattia, pubblicando i risultati su Science. Lo studio permetterà di individuare le linee genetiche che possiedono quei caratteri chiave per incrementare la redditività dei raccolti abbassandone i costi. Migliorare la produttività dei raccolti, infatti, è uno dei nuovi obiettivi dei ricercatori nella battaglia contro la malaria.
Il risultato ottenuto dal gruppo di ricerca coordinato da Ian Graham dell’Università di York arriva a 25 anni di distanza da quando Daniel Klayman dello
Smithsonian Institution riuscì a cristallizzare l’artemisinina pura. Prima di allora, solo gli scienziati cinesi sapevano farlo, ma non erano ben disposti a collaborare con i colleghi occidentali. Solo un anno fa, però, la Food and Drug Administration ha finalmente approvato un protocollo per l’uso dell’artemisinina nel trattamento delle forme meno acute di malaria.
Questo ha portato a una crescita della domanda e lo studio di Graham potrebbe di risolvere uno dei maggiori problemi connessi all’uso terapeutico dell’Artemisia: soddisfare la richiesta mondiale. “Intendiamo fornire nuove sementi agli agricoltori entro i prossimo due o tre anni”, ha spiegato Dianna Bowels, coautrice dello studio, “è un termine molto stretto e possiamo farcela solo utilizzando le nuove informazioni nascoste in questa mappa”.
Tuttavia c'è chi ritiene improbabile che solo migliorando le tecniche di coltivazione si riesca a soddisfare la crescente richiesta di questa pianta. Ecco perché la
Fondazione Bill e Melinda Gates e la Medicines for Malaria Venture - partnership internazionale pubblica e privata che ha finanziato lo studio dell'Università di York - sta pensando a una triplice strategia da realizzare entro il 2015. Oltre a implementare le tecniche di orticoltura per rendere le piante più robuste e produttive, altri due obiettivi sono sviluppare composti sintetici simili all’artemisinina facili da produrre e più economici, e lavorare a sistemi batterici in grado di sintetizzare precursori di questa sostanza.
Purtroppo entrambe queste ultime due strategie hanno mostrato più limiti di quanto previsto e sembra che l’unica strada capace di garantire risultati immediati sia proprio quella “botanica” intrapresa da Graham. (m.s.)
Riferimenti:
Science DOI: 10.1126/science.1184780DOI: 10.1126/science.1182612

giovedì 14 gennaio 2010

Un fegato virtuale per una chirurgia migliore.

Fonte: Cordis
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Ricercatori europei hanno sviluppato un fegato virtuale per un miglior recupero dei pazienti con patologie quali il tumore del fegato e la cirrosi epatica. Il lavoro iniziale è stato svolto nel quadro del progetto Odysseus di EUREKA. EUREKA promuove la ricerca internazionale orientata al mercato. Il fegato virtuale è ora oggetto di ulteriori sviluppi nell'ambito del progetto PASSPORT ("Patient specific simulation and preoperative realistic training for liver surgery"), finanziato dall'Unione europea. PASSPORT è finanziato con 3,6 milioni di euro dal tema "Tecnologie dell'informazione e della comunicazione" (TIC) del Settimo programma quadro (7° PQ). Insieme, la cirrosi epatica e il tumore del fegato uccidono ogni anno in Europa circa 90.000 persone. Uno dei trattamenti principali per queste malattie è la chirurgia, il cui scopo è quello di rimuovere completamente il tessuto malato, garantendo comunque al paziente una quantità sufficiente di tessuto epatico rimanente per sopravvivere. Attualmente i medici usano immagini cliniche del fegato per decidere quali pazienti hanno sufficiente tessuto sano per poi procedere agli interventi chirurgici. Tuttavia, l'interpretazione delle immagini bidimensionali (2D) è piuttosto complessa, come lo sono lo studio e l'analisi con altri esperti non fisicamente presenti. Il progetto Odysseus ha sviluppato un programma software per la produzione di immagini tridimensionali (3D) del fegato del paziente che offre la possibilità di condivisione di queste immagini tra esperti che si trovano in luoghi diversi. Il programma fornisce ai medici informazioni dettagliate sulla conformazione del fegato del paziente e sulla localizzazione dei vasi sanguigni nell'organo. Questi dettagli dovrebbero portare ad un aumento del numero di pazienti idonei alla chirurgia e costituiscono un sostegno per i medici nella programmazione delle operazioni. "La futura chirurgia del fegato sarà più precisa, grazie ai modelli in 3D che permettono un'identificazione precisa dei vasi sanguigni del fegato", spiega il professor Luc Soler, dell'Institut de Recherche contre les Cancers de l'Appareil Digestif (IRCAD), in Francia. Oltre a fornire ai medici un nuovo ed importante strumento diagnostico, il nuovo programma ha gettato nuova luce sulla segmentazione del fegato. Ad oggi, la chirurgia del fegato si è basata su un modello di fegato creato nel 1957. Il programma di modellazione in 3D del fegato rivela che, in effetti, quasi il 50% dei pazienti presenta una struttura epatica molto diversa dal modello del 1957. In realtà il sistema ricorre ad una serie di tecnologie diverse. Oltre agli strumenti Virtual Patient Modelling, che permettono una valutazione pre-operatoria, il programma Diagnosis and Virtual Planning permette il posizionamento di strumenti nelle immagini tridimensionali, che possono poi essere ricostruite su un qualsiasi computer dotato di strumenti multimediali. Due simulatori permettono ai chirurghi di operare sul fegato virtuale prima di effettuare l'operazione sul paziente. I simulatori mimano la trama e la resistenza del tessuto epatico con una precisione tale che i medici dicono che è difficile distinguere tra le immagini del simulatore e le fotografie dell'intervento reale. I simulatori possono anche servire per addestrare i chirurghi. Un sistema di comunicazione chiamato Argonaute permette poi agli utenti presenti in luoghi diversi di interagire contemporaneamente tra di loro e di dare una propria valutazione sulla base delle immagini. I partner del progetto - in Francia, Germania e Norvegia - sono già impegnati nella commercializzazione delle loro nuove tecnologie e applicano il nuovo sistema negli ospedali. Nel contempo, il lavoro iniziato nell'ambito di Odysseus continua attraverso il progetto PASSPORT, iniziato a giugno 2008. PASSPORT fornirà ulteriori informazioni biologiche, meccaniche, dinamiche e di immagine al modello geometrico sviluppato da Odysseus. I partner del progetto hanno già migliorato il programma software, che è disponibile gratuitamente su internet.
Per maggiori informazioni, visitare: EUREKA:
http://www.mged.org/ Progetto PASSPORT: http://www.passport-liver.eu
Categoria: ProgettiFonte: EUREKADocumenti di Riferimento: Sulla base di informazioni fornite da EUREKAAcronimi dei Programmi: MS-FR C, MS-D C, FP7, FP7-COOPERATION, FP7-ICT, FUTURE RESEARCH-->Codici di Classificazione per Materia: Coordinamento, cooperazione; Servizi/prestazioni sanitarie ; Applicazioni della tecnologia dell'informazione e della comunica; Elaborazione dati, Sistemi di informazione; Medicina, sanità; Ricerca scientifica
RCN: 31650

I fiori ci aiutano a capire il controllo dei geni.

Fonte: Cordis
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Ricercatori inglesi e polacchi hanno fatto luce su come le piante adattano la loro fioritura al clima e su come vengono controllati i geni. I risultati della ricerca fanno parte del progetto SIROCCO ("Silencing RNAs: organisers and coordinators of complexity in eukaryotic organisms"), finanziato con quasi 12 milioni di euro dal Sesto programma quadro (6° PQ). Un ulteriore finanziamento è stato assicurato da una borsa Marie Curie Early Stage Training. I risultati sono stati pubblicati sulle riviste Science e Nature. Gli studi precedenti sul sequenziamento del genoma e sull'espressione genetica si concentravano sostanzialmente sulle trascrizioni dell'RNA (acido ribonucleico) messaggero generate da geni che codificano le proteine. Tuttavia, oltre a questo RNA - detto codificante - i ricercatori hanno scoperto che l'RNA non codificante è funzionale anche nella regolazione delle attività genetiche. Anche se si conosce poco del ruolo specifico dell'RNA non codificante, i ricercatori sono stati comunque in grado di collegarlo allo sviluppo dei tumori. Si ritiene, inoltre, che l'RNA non codificante possa avere un ruolo nella differenziazione delle cellule staminali. Caroline Dean, professoressa del John Innes Centre, nel Regno Unito, guida un gruppo di studio che cerca di capire come le piante controllano la fioritura nei vari sistemi climatici. Questa ricerca ha anche aiutato gli scienziati a capire come viene elaborato l'RNA non codificante e come questo agisce sull'espressione genetica. I risultati della ricerca dimostrano inoltre il ruolo che un modello di studio basato sulle piante può avere nella comprensione del controllo genetico. Lo studio si è concentrato in particolare su un gene dell'Arabidopsis che sopprime la fioritura: il Flowering Locus C (FLC). La ricerca ha rivelato che la disattivazione di questo gene attiva la fioritura della pianta e la sua fase riproduttiva. La tempistica di questo processo è fondamentale per la riproduzione della pianta. Gli studi hanno rivelato che ci sono diversi segnali che interagiscono con l'FLC, sia per l'attivazione che per la disattivazione della fioritura. Un segnale, ad esempio, è un lungo periodo di freddo, che, per un certo numero di piante, è essenziale per la fioritura. Il processo è chiamato vernalizzazione e garantisce l'inizio della fioritura in condizioni ottimali (ad esempio, alla fine dell'inverno e all'inizio della primavera). La ricerca sull'FLC permette poi ai ricercatori di comprendere meglio la complessità della regolazione genetica, sia nelle piante che in altri organismi. L'RNA non codificante che è presente nei geni FLC è essenziale per la disattivazione dell'FLC al momento dell'insorgere di condizioni di freddo. Una volta disattivato, questo gene "ricorda" la circostanza per il resto del suo ciclo vitale e rimane "in silenzio" anche dopo la scomparsa delle condizioni di freddo. Secondo i ricercatori, questa memoria epigenetica è conservata anche in presenza di modifiche della cromatina, la complessa combinazione di DNA (acido desossiribonucleico) e proteine che forma i cromosomi. I ricercatori sono estremamente interessati al gene FLC e alla vernalizzazione perché ci si chiede come i cambiamenti climatici possano avere un effetto sulle piante. Le piante presenti in climi freddi hanno bisogno di periodi di vernalizzazione più lunghi. Le variazioni del gene FLC e i diversi modi in cui questo è influenzato hanno dato alle piante la capacità di adattarsi a climi diversi. Tuttavia, possono esserci problemi in presenza di rapidi cambiamenti climatici, che possono interrompere le modalità di adattamento delle piante e che, in definitiva, possono avere ricadute sulle forniture alimentari. Ha partecipato alla ricerca anche l'Accademia polacca delle scienze.
Per maggiori informazioni, visitare: John Innes Centre:
http://www.jic.ac.uk/corporate/index.htm Accademia polacca delle scienze: http://www.english.pan.pl/ Science: http://www.sciencemag.org/ Nature: http://www.nature.com/
ARTICOLI CORRELATI: 27533, 31173
Categoria: Risultati dei progettiFonte: John Innes Centre; ScienceDocumenti di Riferimento: Liu, F., et al. (2009) Targeted 3' Processing of antisense transcripts triggers Arabidopsis FLC Chromatin Silencing. Science, pubblicato online il 3 dicembre. DOI: 10.1126/science1180278.Acronimi dei Programmi: MS-UK C, FP6-INTEGRATING, FP6-LIFESCIHEALTH, FRAMEWORK 6C, FP6-MOBILITY, FP6-STRUCTURING, FP7, FP7-PEOPLE, FUTURE RESEARCH-->Codici di Classificazione per Materia: Agricoltura; Coordinamento, cooperazione; Scienze biologiche; Ricerca scientifica
RCN: 31657

Ricercatori dell'UE studiano gli effetti dei fenomeni meteorologici estremi sui trasporti.

Fonte: Cordis
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Nell'Unione europea sia i responsabili delle politiche che i cittadini sono preoccupati dell'impatto che i fenomeni meteoroligici estremi possono avere sul sistema dei trasporti. Per questo motivo, il progetto EWENT ("Extreme weather impacts on European networks of transport") cercherà di individuare e definire questi fenomeni meteorologici estremi e i loro effetti. I partner del progetto hanno ricevuto un finanziamento di quasi 1,5 milioni di euro attraverso il tema "Trasporti" del Settimo programma quadro (7° PQ) dell'UE. Coordinato dal VTT Technical Research Centre in Finlandia, EWENT svilupperà scenari importanti per stimare le conseguenze di eventi meteorologici estremi rischiosi. Il progetto calcolerà anche i costi prodotti dalle interruzioni del traffico alle infrastrutture, operazioni e parti terze, come ad esempio l'impatto sulle catene di fornitura, i danni materiali e la perdita di vite umane; esso valuterà inoltre le misure e alternative per mitigare, controllare e monitorare gli impatti negativi sia sui beni che sulle persone, nel breve e lungo termine. A spronare i ricercatori EWENT è stata la crescente preoccupazione su come il cambiamento climatico sta provocando eventi meteorologici estremi. Il consorzio - composto da 10 membri - si sta concentrando anche sulla sicurezza e affidabilità del trasporto aereo, terrestre e marittimo. "Esiste un'enorme quantità di informazioni sugli effetti dei fenomeni meteorologici, ma è la prima volta che un progetto cerca di valutare i costi in maniera metodica", spiega il capo del progetto, il dottor Pekka Leviäkangas del VTT. In definitiva, i ricercatori tentano di sostenere l'adattamento al cambiamento climatico. I risultati del progetto andranno a supportare anche aziende, assicuratori e finanziatori di progetti. Secondo il team, le scoperte potrebbero rivestire un ruolo centrale per individuare requisiti migliori per le capacità di manutenzione, stimolare la cooperazione tra le varie autorità, migliorare la disponibilità immediata in casi eccezionali e creare criteri di adattamento per le infrastrutture. In una dichiarazione, il VTT afferma che uno dei compiti fondamentali dell'EWENT è di pre-ingegnerizzare metodi e processi nazionali ed europei per la gestione del rischio. Il progetto, che dovrebbe concludersi nel 2012, riunisce attori della ricerca e dell'industria da Austria, Cipro, Finlandia, Germania, Norvegia e Svizzera, nonché l'Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite. Il VTT ha detto che il comitato consultivo di EWENT è composto da rappresentanti del ministero dei Trasporti e delle comunicazioni in Finlandia, la Banca europea per gli investimenti, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), la compagnia assicurativa tedesca Allianz e il Politecnico di Torino.
Per maggiori informazioni, visitare: VTT Technical Research Centre of Finland:
http://www.vtt.fi/?lang=en 7° PQ - Trasporti : http://cordis.europa.eu/fp7/transport/
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Categoria: ProgettiFonte: VTT Technical Research Centre of FinlandDocumenti di Riferimento: Sulla base di informazioni fornite dal VTT Technical Research Centre in Finlandia.Acronimi dei Programmi: MS-A C, MS-D C, MS-I C, MS-FIN C, FP7, FP7-COOPERATION, FP7-TRANSPORT, FUTURE RESEARCH-->Codici di Classificazione per Materia: Aspetti commerciali; Cambiamento climatico e ricerca sul ciclo del carbonio; Coordinamento, cooperazione; Aspetti economici; Valutazione; Elaborazione dati, Sistemi di informazione; Meteorologia; Sicurezza; Ricerca scientifica; Sicurezza; Standard; Trasporti
RCN: 31655