lunedì 18 maggio 2015

Ottenuta una memoria digitale che imita quella del cervello umano: Immagazzina simultaneamente informazioni diverse.

Fonte: ANSA Scienze
---------------------------
E' stata ottenuta un'unità di memoria che sa imitare quella umana, immagazzinando simultaneamente un grande numero di informazioni. Descritta sulla rivista Advanced Functional Materials, l'unità di memoria è 10.000 volte più sottile di un capello umano ed è stata realizzata in Australia, presso Università di Tecnologia di Melbourne (Rmit). Per i ricercatori che l'hanno ottenuta, coordinati da Hussein Nili, potrebbe segnare un notevole balzo in avanti verso la costruzione in laboratorio di reti di memoria artificiale.

"Lo sviluppo di queste cellule di nanomemoria - ha osservato è un prerequisito per costruire reti di neuroni artificiali a un livello di performance e di funzionalità pari alle loro controparti biologiche". Si tratta, quindi, di uno dei primi passi verso la possibilità di costruire in laboratorio una sorta di 'cervello bionico' che potrebbe aprire la strada a nuove cure per malattie neurologiche come l'Alzheimer e il Parkinson. truzione in laboratorio di reti di memoria artificiale.

A differenza delle memorie digitali attuali che, come le chiavette Usb, immagazzinano dati registrandoli in una sequenza binaria di zero e uno, la nuova unità di memoria conserva informazioni in stati multipli in modo più flessibile, molto simile a quello in cui il cervello umano organizza i ricordi a lungo termine. Per un altro dei ricercatori, Sharath Sriram, ''è quanto di più vicino abbiamo ad un sistema simile al cervello umano, con una memoria che impara e immagazzina informazioni in modo analogico, e sa recuperarle velocemente''. Il cervello umano, prosegue, ''è un complesso computer analogico che si evolve sulla base delle esperienze: una funzione, questa, che finora non era ancora stata riprodotta in modo adeguato nel mondo digitale''.

sabato 16 maggio 2015

Le impronte digitali smascherano i consumatori di cocaina.

Fonte: ANSA Scienze 
---------------------------
Basta un'impronta digitale per smascherare i consumatori di cocaina: questo è possibile grazie ad un nuovo sistema di analisi in grado di riconoscere specifiche sostanze emesse dalla pelle dei polpastrelli dopo che l'organismo ha metabolizzato la droga. I risultati non possono essere falsificati e permettono in un colpo solo di scoprire il consumatore di cocaina identificandolo.

Le tecnica di indagine è stata messa a punto da un gruppo di ricercatori britannici guidati dall'Università di Surrey in collaborazione con gli esperti dell'Istituto forense dei Paesi Bassi. Nel loro studio, pubblicato sulla rivista Analyst, affermano che in futuro la tecnologia necessaria per l'esame potrà essere miniaturizzata in modo da sviluppare un test anti-droga portatile.

''Quando una persona assume cocaina- spiega la coordinatrice dello studio, Melanie Bailey - il corpo metabolizza la droga ed emette tracce di benzoilecgonina e metilecgonina che rimangono nelle impronte digitali''. I ricercatori hanno provato a rilevare questi residui nelle impronte di alcuni pazienti tossicodipendenti usando una tecnica di analisi chimica chiamata spettrometria di massa: per verificarne l'attendibilità, i risultati sono stati poi confrontati con quelli ottenuti grazie al classico test della saliva.

''La bellezza di questo test sta nel fatto che non è invasivo, è più igienico dei tradizionali esami di sangue e saliva e soprattutto non può essere falsificato'', precisa Bailey. Al momento le grandi dimensioni dei macchinari necessari alla spettrometria di massa rappresentano un ostacolo all'impiego su larga scala di questa tecnica, ''ma molte aziende stanno provando a miniaturizzarli e in futuro - conclude la ricercatrice - sarà possibile avere una nuova generazione di test antidroga portatili''.

lunedì 9 marzo 2015

Intervista ad Antonio Masiero (vicepresidente dell'INFN e docente di fisica teorica all'Università di Padova).

Fonte: www.infn.it 
--------------------
Professor Masiero, le nuove frontiere della fisica delle particelle sconfinano oggi in campi che tradizionalmente appartengono alla cosmologia e all’astrofisica. Già dal prossimo avvio di LHC i fisici delle particelle si aspettano importanti informazioni sulla natura della materia oscura. Che cosa ha portato a questo allargamento dell’orizzonte?
.
Premetto che non si tratta né di un cambio di rotta, né di un improvviso allargamento dei nostri orizzonti di ricerca. È un processo che avviene nel contesto più generale di What Next, il percorso di definizione delle priorità future della ricerca dell’ente, in corso dal 2014. L’impegno in campi in cui non abbiamo ancora una presenza specifica si deve innanzitutto a un interesse culturale, giustificato dalla relazione che questi temi hanno con i temi propri della ricerca INFN. In secondo luogo, siamo motivati dalla consapevolezza che il nostro know how specifico può dare importanti contributi alle ricerche in questo settore. A rigore, poi, la nostra fisica delle particelle nasce come fisica dei raggi cosmici e il connubio tra microcosmo e macrocosmo è proprio della ricerca dell’INFN. Il primo acceleratore sfruttato dai fisici per lo studio delle particelle è stato proprio il cosmo e, anche dopo lo sviluppo degli acceleratori, abbiamo proseguito con un intenso programma di fisica dei raggi cosmici. Con i telescopi a terra per la "gamma astronomia", ad esempio. In questo contesto, il nostro strumento di punta è il telescopio Magic, alle Canarie, ora ufficialmente integrato nel più esteso progetto CTA (Cherenkov Telescope Array), che rappresenta il futuro della fisica in questo campo. La ricerca sulle particelle cosmiche ha visto poi in passato importanti collaborazioni come il progetto italo-cinese Argo, in Tibet, il telescopio per raggi cosmici a più alta quota al mondo, e siamo attualmente impegnati nel progetto Auger, nella Pampa argentina, per lo studio dei fotoni cosmici, ma anche di neutrini di alta energia. Nel campo dei neutrini, contiamo sull'impegno sinergico di numerosi esperimenti ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso: in passato, con Macro e Gallex, oggi con Borexino, impegnato da tempo nella ricerca sui neutrini atmosferici, solari e dei geoneutrini, prodotti nella crosta terrestre, e LVD (Large Volume Detector) per la ricerca dei neutrini prodotti nelle esplosioni di supernova. Vi è poi il grande progetto internazionale Km3net, il laboratorio sottomarino per lo studio dei neutrini cosmici di alta energia. Un impegno di rilievo è condotto da anni nel campo delle onde gravitazionali. Con la costruzione di grandi interferometri, come l’italo-francese Virgo, nella campagna vicino a Pisa, la loro rivelazione è oggi una concreta possibilità, alla portata delle attese degli scienziati. Partecipiamo inoltre da anni a imprese spaziali di successo, che hanno visto l'INFN ricoprire ruoli di leadership: è il caso del satellite Pamela, il cui programma di ricerca è integrato a quello degli obiettivi dei satelliti della Nasa, AMS-02 (Alpha Magnetic Spectrometer) e Fermi, nei quali abbiamo una partecipazione molto significativa. Il prossimo futuro prevede la nostra partecipazione all’esperimento su satellite Gamma 400, che sarà lanciato su vettore russo tra circa due anni, dedicato allo studio dei fotoni cosmici. La partecipazione all’esperimento cinese DAMPE (DArk Matter Particle Explorer) per la materia oscura, inoltre, apre un’importante filone di collaborazione con il programma spaziale cinese. Quest’ultimo prevede, tra gli altri, la realizzazione di una stazione spaziale sulla quale pensiamo di installare un avanzato esperimento, HERD (High Energy cosmic Radiation Detection), per la ricerca indiretta di materia oscura nello spazio.
.
Dopo la materia oscura, la grande frontiera della ricerca cosmologica è lo studio dell’energia oscura, quella parte dell’Universo che ne costituisce più del 70%. Come possiamo affrontare una sfida di queste dimensioni?
.
Noi fisici teorici abbiamo un vantaggio sui fisici sperimentali: dobbiamo fare i conti con una minore limitazione delle possibilità di ricerca e ci è permesso spaziare oltre i confini di ciò che è accessibile agli esperimenti. Stiamo avendo in questo senso diverse collaborazioni interessanti (che chiamiamo “iniziative specifiche”) due delle quali sono incentrate su temi di cosmologia, in particolare sullo studio della radiazione cosmica di fondo e sullo studio dell’energia oscura.
Sul fronte della radiazione cosmica di fondo, cioé l’immagine dell’universo primordiale che siamo in grado di rivelare e studiare, siamo impegnati nella progettazione di un esperimento per la rivelazione di una sua proprietà, la polarizzazione, che può dare importanti indizi sul meccanismo, l’inflazione, che 13.5 miliardi di anni fa è stato decisivo per la formazione del nostro universo, così come è oggi.
Attualmente, la collaborazione internazionale BICEP (Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization) è impegnata nello studio della polarizzazione della radiazione cosmica di fondo. In particolare nel 2014, BICEP ha dato risultati che sono stati inizialmente interpretati come un'impronta delle onde gravitazionali generate durante l'inflazione sulla radiazione cosmica di fondo, in particolare sulla polarizzazione dei fotoni che la compongono. Il risultato non è stato poi confermato ma si ritiene che sia possibile ottenere dati più accurati estendendo il campo d'indagine e la portata degli esperimenti. Per questi studi abbiamo attivato una collaborazione con l’INAF, l'Istituto Nazionale di Astrofisica nell’ambito dell’esperimento LSPE (Large Scale Polarization Explorer). L’esperimento prevede il lancio dalle Isole Svalbard, a nord della Norvegia, di palloni aerostatici sui quali sono installati dei rivelatori che, di ritorno dopo qualche giorno o qualche mese, portano informazioni sulle proprietà della radiazione cosmica di fondo e, in particolare, proprio sulla sua polarizzazione.
Per lo studio dell’energia oscura, abbiamo in programma la collaborazione con un esperimento dell’ESA (European Space Agency), EUCLID (European Cooperation for Lighting Detection), che ha come obiettivo primario la misura dell’accelerazione con cui si sta espandendo il nostro universo, che si ritiene essere dovuta proprio alla presenza di energia oscura. In particolare, dalle variazioni di questa accelerazione potrebbe dipendere una variazione corrispondente dell’energia oscura nel corso del tempo. L’oggetto di indagine, in questo caso, sono le galassie, la cui distribuzione è tenuta sotto osservazione grazie al confronto tra fotografie dello spazio fatte a distanze sempre maggiori, corrispondenti a epoche sempre più remote. Ultima, non per interesse, ma perché si concretizza secondo modalità peculiari, è la collaborazione con l’esperimento Planck, nel quale sono coinvolti per l’Italia INAF e ASI (Agenzia Spaziale Italiana), e dedicato all’esplorazione dell’universo profondo. L’INFN parteciperà in questo caso con un gruppo composto a grande maggioranza di giovani, con l’obiettivo primario della loro formazione, partecipando per la prima volta alla produzione scientifica dell’esperimento.
.
Come si configura la collaborazione con gli enti dedicati per missione primaria alle ricerche cosmologiche?
.
L’interesse per aspetti della ricerca che si trovano al limite degli obiettivi primi della fisica delle particelle, si deve anche ad altri due fattori rilevanti, oltre al già citato interesse culturale e cioè all’esperienza che siamo in grado di mettere in campo. Il primo riguarda lo stato dell’arte della ricerca con gli acceleratori e in ambito astroparticellare, che sta spostando sempre più l’impegno dei fisici verso aspettative di scoperta di nuova fisica, di nuove particelle ed estensioni del quadro attuale delle particelle elementari e delle loro interazioni. L’altro è di tipo più sociologico: siamo sempre più interessati ad allargare il quadro delle nostre collaborazioni con altri enti, in Italia, in particolare con l’ASI e l’INAF, e all’estero, nell’ottica di una collaborazione sinergica nei settori di interesse comune. È un processo che si sta realizzando anche in altri paesi, dove enti paragonabili al nostro sono sempre più spesso impegnati in ricerche di cosmologia. Altri fattori importanti sono la condivisione delle competenze tecnologiche acquisite attraverso gli esperimenti di fisica di base e la possibilità di condividere esperienze di formazione per giovani ricercatori.
Possiamo contribuire con un know how unico in Italia in fatto di rivelatori di particelle e tecnologie al silicio. La stessa ricerca con gli acceleratori ci ha consentito di acquisire competenze di altissimo livello nei settori dell’elettronica e del calcolo, queste ultime indispensabili per la gestione dell’immane quantità di dati che derivano dalla fisica spaziale. Un esempio è fornito dai fisici che sono oggi impegnati negli esperimenti Fermi e AMS-02, che provengono in gran parte dalla fisica degli acceleratori di particelle.
L’esperienza di ricerca in condizioni ambientali estreme fa inoltre dei laboratori dell’INFN una risorsa preziosa per lo sviluppo di tecnologie di alto livello. In questo contesto è in fase di progettazione un’infrastruttura specifica ai Laboratori Nazionali di Frascati, con la prospettiva di realizzare un hub tecnologico per la fisica dello spazio, interessante opportunità anche per la formazione di giovani ricercatori in questo settore.

sabato 7 marzo 2015

Un universo finito? Sì, ma luminoso!

-------------------------
Un  universo finito, implica necessariamente l’esistenza, ai suoi confini (ovvero ai suo limiti esterni), di forze e campi di natura “negativa e repulsiva”, rispetto a quelli che definiscono la nostra ordinaria realtà. Un universo finito, infatti, non potrebbe trovarsi isolato da un altro potenziale universo parallelo, costituito da campi della stessa natura di quelli che costituiscono la nostra realtà. Ipotizzando l’esistenza di un universo parallelo al nostro, esso infatti non potrebbe essere inteso da un punto di vista concettuale, come una sorta di immenso “vuoto di campo” (o “vuoto di informazione”) , esterno e “combaciante” con il nostro universo. Un ipotetico “vuoto di campo” (tra l'altro impossibile per le leggi della Relatività Generale), infatti (posto ai limiti esterni del nostro universo, ipotizzandone l’esistenza), non farebbe altro che assorbire/”risucchiare” immediatamente tutta l’energia (in qualsivoglia forma) che si trovi ai limiti cosmici di un simile universo (finito); il che porterebbe quindi ad una sua inevitabile ed ulteriore espansione. Un ipotetico universo finito, dunque, dovrebbe necessariamente essere “contenuto”, all’interno di un altro universo parallelo in cui la natura delle forze e dei campi sia esattamente opposta a quella che conosciamo nella nostra realtà fisica. Se diamo quindi una connotazione “positiva” alla natura della nostra realtà fisica, dovremmo necessariamente dare una connotazione “negativa” alla natura di un ipotetico universo parallelo in cui ci troveremmo “inglobati”. Senza l’esistenza di tali campi di natura opposti a quelli ordinari (appartenenti alla nostra realtà fisica), ovvero di campi che avendo una connotazione negativa, siano di conseguenza anche repulsivi, rispetto a quelli che definiscono la nostra realtà fisica, non è possibile ipotizzare l’esistenza di un universo parallelo, posto ai limiti di un ipotetico universo finito. Come ovviamente, di conseguenza, non è neanche possibile ipotizzare l’esistenza di un universo finito. Ma ora arriva il bello:
Se il nostro universo fosse realmente finito, e un siffatto universo parallelo (di natura negativa/repulsiva) esistesse davvero, allora ai confini dell’universo finito (ai suoi limiti cosmici), dovrebbe esistere anche una sorta di “barriera cosmica” in grado di respingere tutta la materia e l’energia di un universo finito ma in espansione, nonché tutta la radiazione dell’intero spettro elettromagnetico; luce visibile compresa!
Sarebbe dunque come avere uno specchio di dimensioni inimmaginabili, posto ai confini dell’universo (finito), in grado di riflettere (oltre a tutte le altre radiazioni elettromagnetiche) anche la luce visibile di tutte le stelle contenute al suo interno! Se ciò fosse vero, un universo finito, dovrebbe gradualmente divenire sempre più luminoso; per cui un osservatore posto al suo interno (ad esempio sulla Terra), dopo un certo intervallo di tempo (milioni o miliardi di anni, a dipendenza del raggio cosmico dell’universo finito considerato e della sua età; nonché dell’età dell’universo parallelo), non distinguerebbe più il giorno dalla notte, poiché l’intensità della luce sulla Terra (come in qualsiasi altro punto dell’universo) sarebbe sempre la stessa, con o senza la presenza della nostra stella (il Sole)! Si entrerebbe quindi nell’Era del …giorno perpetuo. Tuttavia, ciò potrebbe anche non accadere mai, se nell’universo finito, vi fosse anche un numero sufficientemente elevato, di Buchi Neri. Resta comunque il fatto che, anche qualora vivessimo realmente in un universo finito e ipoteticamente privo di Buchi Neri, la specie umana molto probabilmente non riuscirebbe mai ad osservarne le conseguenze a lungo termine (anzi, a lunghissimo termine); l’attesa infatti sarebbe troppo lunga, per la durata di vita di qualsiasi specie animale.

Fausto Intilla - www.oloscience.com

martedì 24 febbraio 2015

Fibre per l'elettronica indossabile, dello spessore di 100 µm (micron).

Fonte: ANSA Scienze
-----------------------------
Microchip e celle solari potrebbero presto essere integrati direttamente negli abiti grazie ad una nuova fibra prodotta da una speciale 'alchimia' hi-tech sviluppata tra gli Usa e Singapore grazie ad una ricerca coordinata dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Cambridge.

Le fibre multifunzionali prodotte finora combinavano più materiali che, anche una volta uniti, mantenevano intatte e distinte le loro proprietà.
La nuova tecnica, illustrata sulla rivista Nature Communications, ha permesso invece per la prima volta di unire due materiali comuni, come l'alluminio e la silice del vetro, per creare una fibra con un 'cuore' di puro silicio: una vera e propria alchimia, che ha permesso di trasformare due materiali a basso costo nel prezioso materiale di cui sono fatti i chip e le celle solari per il fotovoltaico.

Il segreto sta nell'alta temperatura a cui viene fatta avvenire la reazione. A 2'200 gradi Celsius, l'alluminio reagisce con la silice (biossido di silicio): la reazione chimica produce puro silicio, che va a concentrarsi nel cuore della fibra, e ossido di alluminio, che si deposita intorno formando un sottile strato metallico.

''Vogliamo usare questa tecnica per generare non solo un cuore di silicio, ma anche di altri materiali'', spiega il ricercatore Chong Hou. L'obiettivo finale è quello di aprire ad una nuova generazione di dispositivi elettronici mobili low-cost che possano essere incorporati nelle fibre usate per tessere abiti: un nuovo passo avanti verso l'elettronica indossabile.

Individuare una bomba, prima che sia pronta ad esplodere.

Fonte: Cordis
------------------
I nuovi sensori possono individuare una bomba, prima che sia pronta ad esplodere. Il progetto BONAS ha sviluppato dei dispositivi per il rilevamento anticipato con sensori chimici per individuare gli esplosivi.
Gli ordigni esplosivi improvvisati sono una delle più gravi minacce alla sicurezza in Europa. Ma cosa accadrebbe se fossimo in grado di scoprire questi ordigni persino prima che siano pronti a detonare? Il progetto BONAS spera di rendere possibile proprio questo con una gamma di dispositivi per la rilevazione anticipata basati su sensori chimici.

Benché l’Europa venga generalmente considerata un posto sicuro dove vivere, una serie di attacchi isolati nel corso dell’ultimo decennio hanno fatto salire il terrorismo ai primi posti dell’agenda UE per la sicurezza. L’attentato di Londra nel 2005, l’esplosione dell’automobile a Oslo nel 2011 e gli attacchi di Al Qaeda sulle linee ferroviarie a Madrid nel 2004 parlano da soli: terroristi armati con ordigni esplosivi improvvisati possono colpire in qualsiasi momento. Sono quindi necessarie nuove tecnologie per trovare questi ordigni prima che mettano a rischio le vite dei cittadini dell’UE.

Il progetto BONAS (“BOmb factory detection by Networks of Advanced Sensors”), finanziato dall’UE, sembra molto promettente per quanto riguarda lo sviluppo di queste nuove tecnologie per la rilevazione anticipata. Con 12 partner specializzati in ricerca, sviluppo di sensori, nanotecnologia, tecnologie wireless e schieramento sul campo, il consorzio mira a sviluppare dei sensori all’avanguardia per rilevare le tracce chimiche lasciate dagli ordigni esplosivi nascosti, sia nell’aria che nell’acqua. Ma la vera innovazione è rappresentata da quanto a monte essi riescono a svolgere il loro lavoro. Secondo il coordinatore del progetto Antonio Palucci dell’ENEA (Agenzia nazionale italiana per le nuove tecnologie), i sensori sono in grado di rilevare i precursori degli esplosivi persino prima che siano trasformati in una bomba artigianale.

In questa intervista esclusiva con la rivista research*eu risultati, Palucci spiega gli obbiettivi del progetto, quanto vicini lui e il suo team sono al raggiungerli e le probabilità che queste nuove tecnologie hanno di essere usate dalle agenzie europee nazionali per la sicurezza.

Qual è l’obbiettivo principale del progetto?

La sicurezza dei cittadini dell’UE rappresenta una delle principali preoccupazioni della società. Questo è un risultato degli inattesi attacchi terroristici o eventi criminali che hanno portato a esplosioni e hanno lasciato la gente profondamente sconcertata, come ad esempio ciò che accadde in Norvegia nel 2011.

La CE ha adottato varie misure per contrastare e prevenire questi eventi con degli strumenti sociali e tecnologici. Ora è molto più difficile e dispendioso in termini di tempo raccogliere, costruire e configurare un “ordigno esplosivo improvvisato” (IED - improvised explosive device) finale quando si pianifica un atto terroristico e/o criminale.

Il progetto BONAS sta facendo avanzare questi strumenti. Abbiamo sviluppato nuovi sensori per il rilevamento non solo di composti esplosivi nascosti ma anche dei precursori necessari alla loro preparazione. Tutti questi sensori sono collegati mediante una rete wireless, che rende più facile ed efficace la loro gestione. Inoltre, abbiamo inventato una strategia da applicare sul posto allo scopo di supportare i servizi di intelligence nella scoperta di sospette attività illegali.

Quali sono le differenze e le similitudini tra la vostra tecnologia e i sistemi di rilevamento esistenti? Quali sono le caratteristiche più innovative?

Abbiamo applicato cinque tecnologie per affrontare il rilevamento dei precursori in stati differenti: liquido, particelle e vapore. Attualmente non sono disponibili sensori specifici per il rilevamento dei precursori, quindi le nostre soluzioni tecnologiche sono state create appositamente per questo scopo. In particolare, alcune tecnologie come ad esempio il lidar (rilevamento laser a distanza di emissioni di vapore) e QEPAS (rilevamento laser in situ a cascata quantica delle emissioni di vapore) sono state messe a punto per rilevare molecole specifiche emesse nella fase di preparazione.

Abbiamo migliorato dei sensori elettrochimici integrando degli elettrodi multipli per il rilvamento di sostanze anomale rilasciate nelle acque di scarico. Inoltre, abbiamo accoppiato un sensore Raman portatile con un campionatore di particelle che è a sua volta equipaggiato con una superficie di metallo nanostrutturata potenziata allo scopo di aumentare la capacità di rilevamento. Concretamente, questa tecnica utilizza una tecnologia laser per identificare le impronte digitali chimiche degli esplosivi nell’aria e potrebbe quindi inviare un allarme quando le concentrazioni raggiungono una determinata soglia.

Quale potrebbe essere una situazione tipica in cui si utilizzano i sensori wireless?

La strategia prevista per distribuire i sensori wireless include l’utilizzo della rete delle tubature fognarie per la copertura estesa di un quartiere. A fianco del rilevamento a distanza (che avviene a distanze maggiori dalle persone e dai beni fondamentali allo scopo di ridurre il rischio di gravi danni), i sensori possono essere schierati anche in situ. Tutti i sensori potrebbero essere mimetizzati e schierati attorno all’oggetto sospetto.

Quali sono state le principali difficoltà che avete dovuto affrontare durante il progetto e come le avete risolte?

La principale difficoltà è stata quella di accoppiare il campionatore con i sensori. Le soluzioni meccaniche e tecniche sono state concordate con i partner dopo diversi test.

A che punto siete con lo studio di fattibilità? Questa tecnologia soddisfa le vostre aspettative iniziali?

Lo studio di fattibilità è stato completato e sono orgoglioso di affermare che siamo riusciti a soddisfare i requisiti iniziali.

Il progetto si sta avvicinando alla sua conclusione. Ritiene che la produzione di massa sia una prospettiva realistica?

La rete di sensori è già stata testata in due campagne sul campo. La prima nel mese di giugno del 2014 all’aeroporto militare di Pratica di Mare (Roma, Italia) e nel mese di settembre al complesso FOI (Agenzia svedese di ricerca per la difesa) vicino Stoccolma, congiuntamente al progetto EMPHASYS.

Naturalmente, a causa della natura specifica dell’impiego (rilevamento precursori, ricordando che la lista è riservata), una vera produzione di massa non è realistica per tutti i sensori. Ma lo spettrometro Raman portatile è stato recentemente lanciato sul mercato dalla nostra PMI partner.

Il vostro progetto sta suscitando un interesse da parte dei governi in Europa o all’estero?

Diverse agenzie italiane per le indagini forensi (Polizia Scientifica, Carabinieri e Aeronautica Militare) hanno già espresso un forte interesse. Anche il FOI è entusiasta delle nostre soluzioni.

Per ulteriori informazioni, visitare:

BONAS
http://bonas.tekever.com

lunedì 9 febbraio 2015

Che cos'è un plasma ultrafreddo?

-----------------------------
I vapori atomici raffreddati con i laser, possono essere foto-ionizzati per formare dei plasmi a temperature fino a 1 kelvin. Ciò potrebbe consentire lo studio di plasmi neutri molto particolari, con proprietà liquide e anche cristalline.
Il plasma, il più comune stato della materia nell’universo, copre un’incredibile range di parametri, da una densità di 103 cm-3 e temperature di poche centinaia di kelvin nell’aurora della ionosfera terrestre, fino ad una densità di 1027 cm-3 e una temperatura di 107 kelvin, nel nucleo del Sole. Con gli strumenti di fisica atomica e le tecniche di raffreddamento laser, oggi è possibile creare plasmi neutri, a temperature fino a 1 kelvin (dunque molto basse; 1°K corrisponde a -272,15° C). Poter disporre di questo tipo di plasmi in un laboratorio, può aiutarci a comprendere meglio gli interni dei grandi pianeti e delle nane bianche, nonché a sondare nuovi stati della materia ed effetti non ordinari liquido-cristallini, nei cosiddetti plasmi fortemente accoppiati. I plasmi ultrafreddi sono stati creati in diversi sistemi atomici; inclusi Xeno, Rubidio, Cesio, Stronzio, e Calcio (essenzialmente qualsiasi atomo che può essere facilmente raffreddato con un laser e che abbia una conveniente lunghezza d’onda laser per la fotoionizzazione. Mentre molti esperimenti con i plasmi convenzionali (caldi) tendono a richiedere grandi impianti, gli esperimenti con plasmi ultrafreddi assomigliano molto di più a quelli di fisica atomica (fisica “da tavolo” con una piccola camera a vuoto e vari strumenti laser); ed infatti vengono quasi sempre condotti da gruppi di ricerca specializzati in fisica atomica.
A causa della natura piuttosto delicata di questi plasmi (essi esistono a bassa temperatura e contengono solo ioni; inoltre gli esperimenti con questi plasmi debbono essere eseguiti con camere a vuoto), la maggior parte delle sonde utilizzate nella fisica dei plasmi tradizionali (caldi), risultano essere troppo invasive (ad esempio, degli elettrodi posti al centro del plasma; con i plasmi ultrafreddi, questa strategia è troppo invasiva e non va bene). I ricercatori nel campo dei plasmi ultrafreddi, misurano gli elettroni o gli ioni che fuggono dal plasma (spontaneamente o in modo indotto), oppure utilizzano la spettroscopia laser e tecniche di imaging, per gli ioni con transizioni otticamente convenienti.