venerdì 9 ottobre 2015

Ricreato in provetta un cervello invecchiato, da neuroni ottenuti riprogrammando cellule della pelle.

Fonte: ANSA Scienze
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Ricreato in provetta un 'cervello' invecchiato. Per la prima volta si è riusciti a coltivare e invecchiare in laboratorio dei neuroni umani ricavati dalla pelle. Il risultato, merito del lavoro dei ricercatori del Salk Institute e descritto sulla rivista Cell Stem Cell, è un eccezionale banco di prova per studiare malattie neurodegenerative legate all'invecchiamento, come Alzheimer e Parkinson, e per sperimentare farmaci.
La particolarità di questa tecnica è che i neuroni ricavati hanno caratteristiche genetiche che riflettono l'età del paziente. ''Per la prima volta abbiamo dimostrato che non solo l'identità genetica specifica di una persona, ma anche i segni legati all'invecchiamento possono essere studiati in laboratorio su neuroni umani viventi'', osserva Fred Gage, coordinatore dello studio. Finora infatti chi si è occupato di invecchiamento si è affidato a moscerini, vermi e topi.
Più recentemente si è riusciti a prendere delle cellule dai pazienti e a riprogrammarle, trasformandole in cellule staminali pluripotenti (ipsc), che possono essere propagate per generare cellule cerebrali in numero sufficiente per sperimentazioni. Ma il problema di queste cellule è che somigliano a quelle caratteristiche primi stadi dello sviluppo embrionale, e quindi l'età vera del paziente viene azzerata, lasciando dei neuroni ringiovaniti.
In questo caso invece i ricercatori hanno prelevato le cellule della pelle di 19 persone di età compresa fra 1 a 89 anni e le hanno riprogrammate per trasformarle in neuroni. Quindi hanno confrontato i neuroni così ottenuti con quelli prelevati da autopsie. Il confronto ha permesso di individuare le caratteristiche dei neuroni delle persone più anziane. La stessa tecnica, secondo i ricercatori, potrebbe essere utilizzata per studiare i cambiamenti indotti dall'invecchiamento in altri tessuti, come quelli di fegato e cuore.

Il “lavaggio” del sangue contro le allergie: si chiama “immunoadsorbimento IgE”, ed elimina dal sangue solo gli anticorpi che scatenano le allergie.

Fonte: Galileonet.it
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Di allergie si può morire. È così quando anche solo l’odore di un alimento o la minima esposizione a un allergene scatena lo shock anafilattico. E Michele, bambino di 7 anni affetto da una gravissima forma di allegria alimentare associata ad asma, nella sua giovane vita di shock ne ha subiti tanti. Il latte, le uova, le nocciole, il pesce, la frutta: un veleno per il piccolo che fino allo scorso anno non aveva potuto condurre una vita come tutti i suoi coetanei. Una sorta di controllato a vista all’asilo, a casa, nei momenti di svago, per il rischio di entrare in contatto con qualcuno dei suoi nemici.
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La sua allergia multipla era così grave, il livello di immunoglobuline E nel sangue (IgE, anticorpi responsabili delle allergie) talmente elevato, tale da non poter assumere neanche il farmaco specifico che tiene sotto controllo la malattia, a causa degli effetti collaterali che si manifestano quando somministrato al di sopra di una determinata soglia di IgE.
Dopo tanti tentativi di migliorare la sua condizione, Michele è arrivato all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dove un team multidisciplinare ha eseguito una serie di test ed esami. Escluse soluzioni terapeutiche come la desensibilizzazione specifica ai singoli allergeni o la terapia farmacologica, il piccolo paziente è stato sottoposto a un trattamento innovativo che gli ha restituito una vita normale, guarendolo dalla grave forma di allergia.
Si tratta del primo caso al mondo di ‘lavaggio selettivo’ del sangue effettuato su un paziente pediatrico iperallergico. Chiamato tecnicamente “immunoadsorbimento IgE”, il procedimento viene effettuato con un macchinario in grado di eliminare dal sangue solo gli anticorpi che scatenano le allergie.
La plasmaferesi è una procedura di separazione del sangue in globuli rossi e plasma che viene utilizzata comunemente nei pazienti che seguono terapie antirigetto dopo un trapianto o quando sono affetti da malattie autoimmuni gravi. Consiste nel creare una circolazione extracorporea attraverso una macchina che depura il sangue da tutti i tipi di anticorpi nocivi.
“Il vantaggio del nuovo macchinario, utilizzato al Bambino Gesù già da tempo, grazie alla disponibilità dal 2014 di ‘adsorbitori’ specifici, sta nella capacità di essere selettivo” spiega Stefano Ceccarelli, responsabile del Servizio di Aferesi del Bambino Gesù. “Consente infatti di eliminare dal sangue uno specifico tipo di anticorpi, in questo caso le IgE, mantenendo tutte quelle sostanze che verrebbero invece tolte dal circolo sanguigno con la plasmaferesi generica tradizionale. Inoltre, grazie al ridotto volume di sangue che finisce in circolazione extracorporea (80 ml), è adatto anche per i pazienti di basso peso, quindi per i bambini”.
“Questa procedura apre nuove strade alla cura delle allergie ed è indicata per i bambini affetti da tutte le forme più gravi della malattia allergica, anafilassi, dermatite atopica e asma grave che non possono assumere il farmaco specifico” sottolinea Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia del Bambino Gesù. “Si tratta di bambini che hanno una ridotta qualità della vita, che hanno difficoltà a frequentare la scuola e a giocare con i compagni. Non riescono a interagire con il loro ambiente e i genitori sviluppano tutta una serie di barriere per preservarli dagli attacchi delle loro allergie”.
Al termine del trattamento il livello di IgE nel sangue di Michele si era abbassato tanto da poter iniziare la terapia farmacologica. Dalla plasmaferesi selettiva – effettuata nell’agosto dello sorso anno – ad oggi, la soglia di tolleranza agli alimenti che prima rischiavano di procurargli uno shock anafilattico è cresciuta notevolmente. La sua asma è sotto controllo e non è più in pericolo di vita. Ha potuto iniziare senza impedimenti la scuola elementare, mangia come gli altri bambini e gioca liberamente.
Il caso di Michele, per la sua unicità e complessità, è stato descritto in un articolo appena pubblicato sulla rivista scientifica Pediatrics e sarà presentato nel corso del XXIV congresso mondiale della World Allergy Organization (Wac 2015) che si terrà a Seoul, in Corea del Sud, dal 14 al 17 ottobre.
Riferimenti: Ospedale Pediatrico Bambin Gesù
Credits immagine: Esther Simpson/Flickr CC

giovedì 8 ottobre 2015

Grazie al silicio, realizzata la prima “quantum gate” con transistor a singolo elettrone.

Rappresentazione artistica della porta logica a due qubit sviluppato presso l’UNSW. L’elettrone d’ognuno dei due qubit (nell’immagine, in rosso e in blu) ha uno spin, o un campo magnetico, indicato dalle frecce. Elettrodi di metallo sulla superficie sono utilizzati per manipolare i qubit, che interagiscono a formare uno stato d’entanglement. Crediti: Tony Melov / UNSW
Fonte: INAF
(articolo di Marco Malaspina)
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Descritta sulle pagine di Nature la prima “quantum gate” realizzata con transistor a singolo elettrone in silicio, dunque una tecnologia per molti aspetti matura. Si tratta di una porta CNOT – un XOR reversibile – e lo stato logico dei due qubit che la formano è dato dai rispettivi spin.
Saranno pure delle schegge, i computer quantistici. Ma se per funzionare richiedono bit futuristici fatti d’imperfezioni nel reticolo cristallino d’un diamante, oppure di ioni intrappolati in cavità ottiche magari a pochi gradi sopra lo zero assoluto o di altre diavolerie del genere, be’, come dire: qualche dubbio sull’effettiva possibilità d’averne a breve uno sulla nostra scrivania è giustificato. Ora però arriva dagli antipodi – o meglio, dalla University of New South Wales (UNSW) di Sydney, in Australia – una notizia che promette d’accorciare in modo drastico le distanze fra i tavoli dei laboratori di fisica quantistica e gli scaffali dei centri commerciali: sono state costruite le prime porte logiche quantistiche realizzate in silicio.
Descritto sulle pagine di Nature, l’oggetto messo a punto da Menno Veldhorst e colleghi, dal punto di vista fisico, è fatto di transistor come quelli presenti a miliardi nei chip dei nostri computer – non quantistici – di tutti i giorni. Transistor che nella quasi totalità dei casi si limitano a compiere operazioni su due bit di semplicità disarmante: quelle dell’algebra di Boole. Spesso una soltanto, quella dell’operatore NAND, in quanto da essa si possono derivare tutte le altre.
A differenza dei normali transistor, però, quelli quantistici realizzati nei laboratori della UNSW sono formati da un solo elettrone ciascuno, e lo stato binario non è dato dalla carica elettrica bensì dallo spin di quel singolo elettrone. Ebbene, questi qubit (bit quantistici, appunto) sono stati messi in relazione due a due, a formare porte logiche di tipo CNOT: un operatore quantistico equivalente a una porta XOR ma reversibile. A tutti gli effetti, una porta logica quantistica, in grado d’operare su bit che, a differenza di quelli della normale algebra di Boole, possono essere in condizione di sovrapposizione quantistica: ovvero, semplificando un po’, sia nello stato ‘0’ che nello stato ‘1’. Una caratteristica tanto bizzarra quanto ambita, soprattutto quando è richiesta l’abilità di compiere più operazioni in parallelo.
La vera svolta, però, in questo caso non è concettuale (già erano state realizzate porte logiche quantistiche) ma tecnologica: sta nell’essere riusciti a ottenere qubit quantistici usando il silicio. «Il chip di silicio del vostro smartphone o del vostro tablet già contiene al suo interno circa un miliardo di transistor, ognuno dei quali misura meno di 100 miliardesimi di metro. Assicurandoci che a ognuno di questi transistor in silicio fosse associato un solo elettrone, li abbiamo trasformati in bit quantistici», osserva Veldhorst. «Con questo risultato, possiamo dire che tutti i componenti fisici necessari alla costruzione di un computer quantistico al silicio sono stati realizzati».
A sottolineare la concretezza di questa svolta, c’è anche un brevetto: quello d’un «progetto per un vero e proprio chip quantistico in grado di contenere milioni dei nostri qubit», dice lo scienziato a capo del team, Andrew Dzurak, «tutti capaci d’eseguire questo tipo di calcoli che abbiamo appena dimostrato sperimentalmente». Ora, aggiunge, si tratta soprattutto di trovare i partner industriali più adatti per passare alla costruzione su grande scala. Insomma, magari sotto l’albero di Natale per quest’anno ancora no, ma presto un tablet quantistico nello zainetto potrebbe non essere più fantascienza.
Per saperne di più:
  • Leggi l’articolo “A Two Qubit Logic Gate in Silicon“, di M. Veldhorst, C.H. Yang, J.C.C. Hwang, W. Huang, J.P. Dehollain, J.T. Muhonen, S. Simmons, A. Laucht, F.E. Hudson, K.M. Itoh, A. Morello e A.S. Dzurak.
Guarda su YouTube l’intervista ad Andrew Dzurak e Menno Veldhorst:


Atomi d'oro come “connettori”, per legare fra loro molecole polari.

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Singoli atomi di oro carichi positivamente possono essere sfruttati come “connettori”, per legare fra loro molecole polari. La scoperta, frutto di una ricerca dell’Università di Trieste e dell’Istituto Officina dei Materiali del Cnr, è stata pubblicata sulla rivista Acs Nano, e potrebbe aprire la strada allo sviluppo di una nuova generazione di dispositivi elettronici e meccanici, ottenuti assemblando molecole organiche.
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A sottolineare la novità e la rilevanza della ricerca, il lavoro è stato anche oggetto di uno specifico articolo di Perspective, pubblicato sullo stesso numero della rivista a cura di Saw-Wai Hla, noto nanotecnologo dell’Argonne National Laboratory e della Ohio University.
La possibilità di sviluppare dispositivi elettronici e meccanici assemblando molecole organiche su superfici è da diversi decenni oggetto di studio intenso da parte della comunità scientifica, nella prospettiva di ottenere con tale approccio efficienze più elevate e dimensioni estremamente ridotte. In questo contesto, una delle sfide fondamentali e più complesse consiste nel riuscire a controllare con precisione le proprietà strutturali ed elettroniche delle architetture molecolari.
In gran parte degli studi svolti fino ad ora per caratterizzare le interazioni inter-molecolari che determinano tali proprietà, viene sfruttata come substrato una superficie di oro, che bene si presta a questo scopo vista la sua scarsa reattività e quindi debole influenza sulle proprietà delle molecole. Tuttavia, è ben noto che anche l’oro, quando ridotto a particelle di dimensioni nanometriche, diventa molto reattivo, con svariate applicazioni che spaziano dalla medicina alla catalisi.
Questa caratteristica, legata allo stato di carica degli atomi di oro, suggerisce l’idea che anche singoli atomi di oro, tipicamente disponibili in grande quantità sulle superfici di tale metallo, potrebbero essere sfruttati come “connettori” per legare fra loro molecole organiche. È proprio questa la scoperta ottenuta dai ricercatori triestini, che apre la porta al possibile sviluppo di svariate applicazioni, da nuovi catalizzatori, dove gli adatomi stabilizzati dalle molecole svolgono il ruolo di centri reattivi, alla formazione di architetture molecolari su superfici con funzionalità più ricche, formate dall’assemblaggio di molecole polari mediato da adatomi. Inoltre, la scoperta può contribuire a comprendere più a fondo le proprietà chimico-fisiche dell’interfaccia oro-dimetilsolfossido (la molecola utilizzata per questo studio), che è rilevante nel campo dell’elettrochimica e nella sintesi di nanoparticelle.
Il lavoro ha richiesto una stretta collaborazione tra esperimenti e teoria. Dal punto di vista sperimentale, depositando sull’oro del dimetilsolfossido (DMSO), una semplice molecola polare composta da Carbonio, Idrogeno, Zolfo ed Ossigeno, si è rilevato che forma spontaneamente dei complessi costituiti da tre o quattro molecole. Combinando la microscopia a scansione a effetto tunnel, che permette di ottenere immagini della superficie e delle molecole con risoluzione atomica, con tecniche spettroscopiche basate sulla luce di sincrotrone, è stato possibile determinare la struttura fine di tali complessi, identificando la posizione e la geometria di ciascuna delle molecole coinvolte.
Tale struttura risultava però difficilmente spiegabile dal punto di vista fisico-chimico: i DMSO apparivano infatti legarsi mutuamente tramite i loro atomi di ossigeno, che, avendo una carica nettamente negativa, dovrebbero invece respingersi. Simulazioni teoriche di tali strutture hanno confermato l’instabilità dei complessi osservati, prevedendone l’immediata trasformazione in altre strutture, mai osservate sperimentalmente. Il dilemma si è risolto introducendo nella simulazione, al centro dei complessi, uno o due atomi d’oro, che risultano avere carica positiva e sono quindi in grado di schermare le terminazioni negative dei Dmso, rendendo stabili i complessi. Tali simulazioni, che riproducono esattamente le strutture osservate, prevedono altresì che gli atomi di oro “aggiunti”, per le loro proprietà elettroniche e la loro posizione, risultino essere effettivamente invisibili sperimentalmente.
Riferimenti: Trapping of Charged Gold Adatoms by Dimethyl Sulfoxide on a Gold Surface; Zhijing Feng, Simone Velar, Albano Cossaro, Carla Castellarin-Cudia, Alberto Verdini, Erik Vesselli, Carlo Dri, Maria Peressi, Alessandro De Vita, and Giovanni Comelli; Acs Nano DOI: 10.1021/acsnano.5b02284

Ricostruito al computer un frammento di corteccia cerebrale di ratto.

Fonte: ANSA Scienze
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E' stato costruito il primo cervello 'virtuale'. Con 31.000 neuroni e 55 strati di cellule, riproduce al computer una piccola porzione della corteccia cerebrale di un ratto ed è il primo modello digitale mai ottenuto del più complesso degli organi. Descritto sulla rivista Cell, è stato ottenuto nell'ambito del progetto internazionale Blue Brain, coordinato dal Politecnico di Losanna (Epfl).
Dopo 10 anni di caccia ai segreti del cervello, questo frammento digitale della sua parte più complessa, la corteccia, rappresenta il primo passo concreto per ottenere la mappa completa dei neuroni e delle loro connessioni che stabiliscono tra loro. A riprodurre questa complessità in un modello al computer è stato il gruppo coordinato da Henry Markram, dell'Epfl.
Il frammento di corteccia cerebrale di ratto che è stato ottenuto contiene i diversi tipi di neuroni presenti in questa area e riesce a riprodurre anche il modo in cui sono collegati fra loro. Vale a dire che è riuscito a ricostruire circa 40 milioni di connessioni (sinapsi) tra le cellule nervose ed ha permesso di individuare circa 2.000 connessioni fra ciascun tipo di neurone.
E' stata una vera e propria impresa, ''che ha richiesto una enorme quantità di esperimenti'', ha osservato Markram. Fornisce anche gli strumenti, ha aggiunto, per riuscire a controllare nel dettaglio il comportamento dei 40 milioni di sinapsi.
E' solo il primo passo dell'impresa che punta a ricostruire un interno cervello virtuale. Quando sarà pronto, dei supercomputer permetteranno di simulare il comportamento dei neuroni in diverse condizioni. Diventerebbe perfino possibile simulare il sonno, per osservare i cambiamenti che avvengono rispetto alla veglia.

Ottenuto un 'mini-rene' umano, per sperimentare farmaci: I suoi geni 'accesi' come in un feto di 3 mesi.

Fonte: ANSA Scienze
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Coltivato in laboratorio il primo abbozzo di rene umano: i suoi geni sono 'accesi' come in un feto nel primo trimestre di gravidanza. Lo annunciano sulla rivista Nature i ricercatori australiani del Murdoch Childrens Research Institute, insieme ai colleghi dell'Università di Melbourne, del Queensland e gli olandesi dell'Università di Leiden.
Il mini-rene umano non è un vero e proprio organo strutturato, bensì solo un abbozzo, chiamato 'organoide': al momento, dunque, non può essere utilizzato per i trapianti, ma è un ottimo banco di prova per studiare malattie e sperimentare farmaci. I ricercatori lo hanno ottenuto coltivando in provetta delle cellule staminali pluripotenti indotte (iPS), ovvero cellule staminali riprogrammate a partire da cellule umane adulte. Dosando il giusto mix di fattori di crescita, i ricercatori sono riusciti a trasformarle in tutti i tipi di cellule normalmente presenti in un rene, comprese quelle che compongono il tessuto connettivo.
I geni espressi nell'organoide sono risultati essere simili a quelli 'accesi' nel rene durante i primi tre mesi dello sviluppo fetale. Le cellule si sono inoltre dimostrate sensibili al cisplatino, una sostanza tossica per i reni. Questi risultati indicano che si sta andando nella direzione giusta verso la ricostruzione completa di un rene in provetta, ''anche se la strada da fare è ancora molto lunga'', come sottolinea in un articolo di commento Jamie Davies, fisiologo dell'Università di Edimburgo.

mercoledì 7 ottobre 2015

Il primo acceleratore di particelle in miniatura: Pronto il prototipo, è lungo circa un centimetro.

Fonte: INAF
        (articolo di Elisa Nichelli)        
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Grazie all’applicazione della radiazione al terahertz, un team di ricercatori è riuscito a costruire il prototipo di un acceleratore di particelle in miniatura: il modulo è lungo 1.5 centimetri e ha lo spessore di un millimetro. Lo sviluppo di questa tecnologia è di grande interesse sia per gli acceleratori lineari di prossima generazione che per le numerose applicazioni nella fisica fondamentale, nonché in campo medico.
Un team interdisciplinare di ricercatori ha costruito il prototipo di un acceleratore di particelle in miniatura che utilizza radiazioni al terahertz. Un singolo modulo dell’acceleratore è lungo solo 1.5 centimetri e ha lo spessore di un millimetro. Come ha sottolineato il team di scienziati guidato da Franz Kärtner del Center for Free-Electron Laser Science (CFEL), la tecnologia al terahertz ha mantenuto la promessa di miniaturizzare l’intera apparecchiatura di almeno un fattore 100. Il team ha presentato il prototipo, che è stato assemblato nel laboratorio di Kärtner presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) negli Stati Uniti, con un articolo apparso sulla rivista Nature Communications. Gli autori segnalano numerose applicazioni per questo tipo di acceleratori: nel campo della scienza dei materiali, della medicina e della fisica delle particelle, così come nella costruzione di laser a raggi X. CFEL è una cooperazione tra DESY, l’Università di Amburgo e la Max Planck Society.
Nello spettro elettromagnetico, la radiazione al terahertz si colloca tra la luce infrarossa e le microonde. Gli acceleratori di particelle di solito sfruttano radiazioni elettromagnetiche nelle frequenze radio. L’acceleratore di particelle PETRA III, ad esempio, utilizza una frequenza di circa 500 megahertz. La lunghezza d’onda della radiazione al terahertz è circa mille volte più corta. «Il vantaggio è che anche tutto il resto dell’apparato può essere mille volte più piccolo», spiega Kärtner, che è anche professore presso l’Università di Amburgo e al MIT.
Per il loro prototipo gli scienziati hanno usato uno speciale modulo di acceleratore microstrutturato, sviluppato con lo scopo specifico di lavorare con radiazioni al terahertz. I fisici hanno sparato elettroni ad alta velocità nell’acceleratore in miniatura utilizzando un cannone elettronico fornito dal gruppo del CFEL del professor Dwayne Miller, direttore presso l’Istituto Max Planck per la Struttura e la Dinamica della Materia, nonché membro del CUI. Gli elettroni sono stati poi ulteriormente accelerati dalla radiazione al terahertz all’interno del modulo. Questo primo prototipo di acceleratore al terahertz era in grado di aumentare l’energia delle particelle di circa 7.000 elettronvolt (7 keV).
«Questa non è un’accelerazione enorme, ma l’esperimento dimostra che l’apparato funziona”, spiega Arya Fallahi del CFEL, co-autore dello studio e responsabile dei calcoli. «La teoria indica che dovremmo essere in grado di ottenere un’accelerazione fino a un gigavolt al metro». Questa stima è oltre dieci volte in più di ciò che può essere raggiunto con gli acceleratori migliori a nostra disposizione al giorno d’oggi. La tecnologia degli acceleratori al plasma, anch’essa attualmente in fase sperimentale, promette di produrre accelerazioni ancora più elevate, ma richiede laser molto più potenti di quelli necessari per gli acceleratori al terahertz.
I fisici sottolineano che la tecnologia al terahertz è di grande interesse sia per quanto riguarda i futuri acceleratori lineari, per l’uso che se ne può fare per studi di fisica delle particelle, sia come mezzo per costruire laser ai raggi X compatti e fonti di elettroni per ricerche nel campo dei materiali e per applicazioni mediche. «I rapidi progressi a cui stiamo assistendo consentiranno il futuro lo sviluppo di acceleratori al terahertz», spiega Emilio Nanni del MIT, primo autore dello studio. Nei prossimi anni, il team CFEL di Amburgo prevede di riuscire a costruire in laboratorio un laser compatto a elettroni liberi che emette nei raggi X (X-ray Free Electron Laser, XFEL), utilizzando la tecnologia al terahertz.
I cosiddetti laser ad elettroni liberi (Free Electron Laser, FEL) generano lampi di luce laser inviando elettroni ad alta velocità da un acceleratore di particelle lungo un percorso ondulato. Gli elettroni quindi emettono luce ogni volta che vengono deviati. Questo è lo stesso principio che verrà sfruttato dal laser a raggi X europeo XFEL, attualmente in fase di costruzione da un consorzio internazionale, e che partirà dal campus DESY di Amburgo per arrivare fino alla città di Schenefeld. L’intera struttura sarà lunga più di tre chilometri.
Un apparato sperimentale di tipo XFEL che faccia uso della tecnologia al terahertz dovrebbe avere una lunghezza totale inferiore ad un metro. «Ci aspettiamo che questo tipo di dispositivo garantisca la produzione di impulsi di raggi X molto brevi, con durata inferiore ad un femtosecondo (un milionesimo di miliardesimo di secondo)», dice Kärtner. Poiché gli impulsi sono così brevi, sono in grado di raggiungere picchi di luminosità paragonabili a quelli prodotti da strutture più grandi. «Con questi impulsi estremamente brevi speriamo di acquisire nuove informazioni su una serie di processi chimici estremamente rapidi, come ad esempio quelli che avvengono durante la fotosintesi».
Avere una comprensione dettagliata della fotosintesi potrebbe permetterci di replicare artificialmente questo processo e di sviluppare tecnologie sempre più efficienti per la conversione dell’energia solare. I ricercatori sono inoltre interessati a numerose altre reazioni chimiche. Come sottolinea Kärtner, «la fotosintesi è solo un esempio dei tanti possibili processi che vorremmo indagare in maggiore dettaglio». La tecnologia sviluppata per costruire questi laboratori estremi potrebbe ad esempio fornire supporto prezioso per una serie di tecniche di imaging a scopo medico.