lunedì 27 luglio 2009

Brontosauri e dinosauri si ridimensionano: Audio-Intervista a Raffaele Sardella

Fonte:
a cura di Barbara Gallavotti

Dinosauri magri, così magri da fare invidia a un felino: è l'inedita immagine che emerge da uno studio pubblicato sulla rivista della Società Zoologica di Londra. I ricercatori infatti hanno ricalcolato il peso di un brontosauro, giungendo alla conclusione che l'animale poteva pesare 18 tonnellate, invece delle 38 che gli erano state attribuite fino a oggi. Una dieta di 20.000 chili non è male, e viene da chiedersi come è possibile che i paleontologi abbiano un tale margine di incertezza. Abbiamo provato a capirlo con Raffaele Sardella, dell'Università di Roma.

Ascolta l'intervista a Raffaele Sardella:
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martedì 21 luglio 2009

Tomografia Neutronica: dove la fisica si fonde con l'archeologia.

Fonte:
di Federico Pedrocchi

Ci sono oggetti antichi che non possono essere maneggiati a piacimento per scoprire qualcosa che li riguarda.
Pensate a delle ampolle, a dei vasi sigillati; il loro contenuto, anche se alterato dai secoli, potrebbe essere analizzato ricavando informazioni preziose. Oppure si pensi alle sculture. Può sembrare strano ma l'interno delle opere scultoree può dare molte indicazioni sulle tecniche usate, sui rifacimenti; nel caso di alcune parti della Porta Est del Battistero di Firenze - un'opera di Lorenzo Ghiberti - ebbero una prima versione che evidentemente conteneva dei difetti e quindi furono rifuse dallo stesso Ghiberti.Anche in questi casi siamo in presenza di dati che non possono certo essere recuperati penetrando in modo invasivo all'interno delle opere d'arte.Tomografia Neutronica: questa è la tecnica dalla quale un progetto europeo che vede impegnati molti paesi, ma che è coordinato da Giuseppe Gorini dell'Università di Milano - Bicocca, si aspetta di ricavare e mettere a punto un nuovo e potente strumento di indagine.

Ascolta l'intervista a Giuseppe Gorini:
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lunedì 20 luglio 2009

Un flash a raggi infrarossi e ultravioletti che consente di scattare foto al buio senza bagliori.

Fonte: Galileo

Messo a punto un flash a raggi infrarossi e ultravioletti che consente di scattare foto al buio senza bagliori.
Scattare foto notturne senza il fastidioso lampo del flash e bandire per sempre l'effetto occhi rossi dalle nostre fotografie? Presto potrebbe essere realtà. Una coppia di ricercatori della New York University, Dilip Krishnan e Rob Fergus, ha messo a punto una fotocamera che usa un flash in grado di emettere raggi infrarossi e ultravioletti (componenti dello spettro elettromagnetico invisibili all’occhio umano e quindi non fastidiosi), eliminando invece tutte le lunghezze d’onda dello spettro del visibile.
Grazie alla preventiva rimozione dei filtri che normalmente impediscono di fissare UV e infrarossi, la nuova macchina fotografica è in grado di catturare una prima immagine del soggetto “illuminato”, che risulta nitida ma dai colori alterati. Le foto scattate con questo flash, infatti, ricordano le immagini verdine che si osservano con un binocolo notturno. Per ovviare a questo difetto e ottenere un’immagine fedele ai colori reali, la macchina fotografica scatta un secondo fotogramma immediatamente dopo il primo, senza l’ausilio di nessun flash. Come prevedibile questa seconda immagine sarà scura e offuscata, ma fedele nei colori. A questo punto un sofisticato sowftware saprà combinare le due fotografie ottenendone una terza del tutto realistica.
Nonostante i risultati sorprendenti del prototipo, pubblicati sulla rivista New Scientist, alcuni problemi restano: alcuni oggetti e materiali assorbono gli infrarossi e i raggi UV e quindi non appaiono nelle foto scattate con la tecnica del flash invisibile. Nella foto di un volto, per esempio, le lentiggini scompaiono del tutto. (s.s.)
Riferimenti: New Scientist

Ambienti familiari bilingue: ...un "toccasana" per i bambini.

Fonte:
a cura di Chiara Albicocco

Mamma russa e papà egiziano, mamma italiana e papà sloveno… Provate a pensare a che confusione può avere in testa un figlio che si trova, ogni giorno, a doversi destreggiare con accenti e idiomi di lingue diverse. Potrebbe verificarsi un ritardo cognitivo? Niente affatto risponde la ricerca scientifica. Un recente articolo apparso sulla prestigiosa rivista Science* ci rivela che il bambino che deve districarsi tra la lingua paterna e quella materna, in realtà, sviluppa un'acutezza e un stato cognitivo superiore ai coetanei monolingui.
L'articolo è firmato da Jacques Mehler, docente di neuroscienzee direttore del Laboratorio “Linguaggio, cognizione e sviluppo” della SISSA di Trieste, ci racconta della scoperta prodotta nei suoi laboratori.

Ascolta l'intervista a Jacques Mehler:
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La ricerca:
Oggi molti bambini, in tutto il mondo, crescono in un ambiente familiare bilingue, imparando a destreggiarsi tra la lingua del papà e quella della mamma. Con quali conseguenze? Crescere in una famiglia in cui si parla più di una lingua conferisce al bambino un vantaggio cognitivo: accresce infatti alcune funzioni cognitive, le cosiddette funzioni esecutive. Ovvero quei processi fondamentali per eseguire ciascun tipo di compito, non solo verbale. Determinanti per gestire e pianificare attività, che permettono di coordinare delle azioni e inibirne delle altre, spostando l’attenzione da un aspetto a un altro a seconda del compito da eseguire. Come, per esempio, inibire le tecniche proprie della discesa libera per praticare con successo lo sci di fondo. Lo spiega su Science* Jacques Mehler insieme ad Agnes Melinda Kovàcs, della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste.
Ancora prima di iniziare a parlare, un bambino che è esposto a due idiomi fin dalla nascita sa distinguere la lingua materna da quella paterna e riesce ad apprendere regolarità linguistiche più velocemente di un bambino monolingue. Il cervello di un bambino esposto a due lingue, infatti, è più duttile perché è allenato a distinguere gli stimoli verbali della lingua paterna da quelli della lingua materna, senza che le due lingue interferiscano tra loro. Questo non significa che sia più intelligente, ma come un maestro di scacchi è più veloce di un neofita nel memorizzare diverse configurazioni sulla scacchiera, così un bilingue è in grado di acquisire più velocemente e distinguere diverse strutture linguistiche rispetto a un coetaneo monolingue. Perchè è allenato a farlo. E il suo sviluppo cognitivo ne trae vantaggio. Insomma, se un bambino cresce fin dalla culla in un ambiente bilingue apprenderà in maniera naturale due differenti idiomi grazie a una proprietà generale del cervello, la plasticità. E grazie alla ricchezza dell’ambiente linguistico, migliorano alcuni meccanismi di apprendimento. Il bilinguismo infatti è positivo per lo sviluppo cognitivo. Ma ciò non vuol dire che bisogna forzare l’apprendimento di una seconda lingua per rendere tutti i bambini dei bilingui.I neuroscienziati della Sissa hanno realizzato in laboratorio una serie di esperimenti con bambini di 12 mesi - metà bilingui, metà monolingui – impegnandoli in un compito che richiede il controllo delle funzioni esecutive, in modo da poter confrontare la loro performance, e verificare se i bilingui sono effettivamente più bravi nell’apprendere simultaneamente diverse strutture linguistiche.

L’esperimento:
Nella situazione sperimentale, ai bambini sono stati presentati stimoli verbali diversi. Ovvero sequenze trisillabiche aventi differenti strutture: alcune dalla struttura linguistica ABA, come “lobalo” o “mubamu”, in cui la prima sillaba è diversa dalla seconda, ma è uguale alla terza, altre invece dalla struttura linguistica AAB, come per esempio “loloba” e “mimifu”, in cui la prima sillaba è uguale alla seconda, che è diversa dalla terza. Subito dopo l’ascolto dello stimolo sonoro, sullo schermo appariva un pupazzo: a sinistra se la struttura era del tipo AAB, a destra se era del tipo ABA. L’esperimento era finalizzato a testare la capacità dei bambini di anticipare il lato dello schermo cui sarebbe apparso il pupazzo in seguito allo stimolo sonoro.Per riuscire correttamente nel compito, dunque, i bambini dovevano cogliere le regolarità strutturali presenti negli stimoli verbali e associare a ciascuna struttura linguistica un lato dello schermo su cui spostare lo sguardo. I ricercatori hanno constatato che il bambino bilingue apprende con maggiore facilità due strutture linguistiche simultaneamente e riesce a reagire al cambiamento di situazione. I bambini cresciuti in un ambiente bilingue si sono rivelati infatti più capaci dei loro coetanei monolingui nel prevedere il lato dello schermo dove sarebbe comparso il pupazzo subito dopo aver ascoltato gli stimoli sonori. I bambini monolingui, invece, sono riusciti a eseguire il compito correttamente solo con una struttura, la struttura verbale AAB.
Il vantaggio dei bambini bilingui può essere ricondotto alle abilità di selezionare e monitorare gli stimoli, che li rende capaci di prendere in considerazione solo ciò che ha importanza in un determinato contesto. Come in fondo fanno gli adulti bilingui: devono di volta in volta accendere l’interruttore di una lingua e spegnere l’altra, al fine di parlare quella più appropriata allo scopo. Per chi cresce imparando due lingue, passare da una all'altra è naturale.«I bambini che crescono in una famiglia in cui non si parla una sola lingua, riescono a monitorare più velocemente differenti stimoli linguistici ancora prima di imparare a parlare, e così riescono ad apprendere le proprietà fondamentali della lingua di entrambi i genitori. Così da poter gestire senza difficoltà due idiomi diversi. Infatti anche se un bambino bilingue grosso modo deve imparare il doppio dei vocaboli rispetto a un suo coetaneo monolingue, perché deve apprendere due lingue anziché una, non manifesta alcun ritardo nello sviluppo delle capacità linguistiche. E produrrà le sue prime parole come i bambini monolingui: la prima parola indicativamente intorno a un anno, fino a produrne una quindicina intorno ai diciotto mesi di vita.

Articolo scientifico:
Science* Flexible Learning of Multiple Speech Structures in Bilingual Infants Agnes Melinda Kovacs and Jacques Mehler Published online July 9 2009; 10.1126/science.1173947 (Science Express Reports) Abstract PDF Supporting Online Material

Gli autori:
Jacques Mehler è professore di neuroscienze cognitive alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, dove dal 2001 dirige il Laboratorio “Linguaggio, cognizione e sviluppo”.Nato a Barcellona, ha studiato in Argentina, in Inghilterra e negli Stati Uniti dove ha conseguito nel 1964 il Phd alla Harvard University. Prima di arrivare a Trieste ha diretto il Laboratorio di scienze cognitive e psicolinguistica all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales-CNRS di Parigi.Il Language, Cognition and Development Lab che dirige alla Sissa è un luogo di ricerca dove con il suo team è impegnato a comprendere i meccanismi attraverso i quali impariamo, memorizziamo e acquisiamo il linguaggio. Conduce studi con i neonati, con i bambini monolingui e bilingui e anche con gli adulti. Finora sono migliaia le famiglie che hanno collaborato, accompagnando i bambini in laboratorio per condurre alcuni esperimenti. Tuttora le porte del laboratorio sono aperte per tutti i soggetti interessati a partecipare agli esperimenti, assolutamente non invasivi.
Agnes Melinda Kovàcs a maggio 2008 ha conseguito il dottorato in neuroscienze cognitive alla Sissa di Trieste e ora continua la sua attività di ricerca al Central European University di Budapest e presso l’Hungarian Academy of Sciences.

L'evoluzione della tecnologia ...dallo spazio al pianeta Terra.

Fonte:
a cura di Chiara Albicocco
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Da bambini tutti abbiamo odiato l'apparecchio per i denti, soprattutto quello di ceramica fatto a placchette attaccate direttamente sul dente. Ecco non immaginerete mai che quella stessa ceramica è stata impiegata per la prima volta come rivestimento per le navicelle spaziali. Questo è solo uno dei tanti esempi di come la tecnologia studiata e progettata per le missioni spaziali, possa arrivare sulla Terra, nelle nostre case, fra le nostre mani… e anche nelle nostre bocche.
Ora pensate ai caschi da motociclista dietro alla loro progettazione c'è lo studio svolto da fior fior di ingegneri che hanno messo a punto il casco spaziale, quello indossato dagli astronauti durante le missioni, composto da tre strati di una speciale plastica, con la visiera protettiva e la superficie anti-graffio. E sempre a proposito di caschi, anche l'elmetto da football americano ha una storia evolutiva legata allo spazio, infatti la speciale schiuma che c'è all'interno e che serve per attutire gli urti dei giocatori di football è stata in realtà concepita per rendere più confortevoli i sedili dello shuttle durante la fase di lancio.
E' grazie agli ingegneri della Nasa che la sala pesi della vostra palestra vi permette di mantenervi in forma, sì perché le attrezzature che utilizzate e, in particolare i pesi, sono stati progettati per l'allenamento dei muscoli degli astronauti.
Inutile dirvi che il joystick dei videogiochi viene concepito prima di tutto per la guida del Lunar Roving Vehicle, la navicella della missione Apollo per ispezionare il suono lunare. E solo in un secondo momento, viene utilizzato dai ragazzi per muovere sugli schermi dei computer il personaggio di un videogame.
Forse la tecnologia che più di ogni altra ha rivoluzionato e sta rivoluzionando le nostro vite è la tecnologia wireless. Il trapano a batteria che non necessita della corrente elettrica, usato per la riparazione della navicella spaziale, è stato in realtà realizzato per permettere agli astronauti di portare a terra un souvenir, cioè per bucare ed estrarre un pezzetto di suolo lunare. Oggi senza questa ingegnosa trovata non potremmo utilizzare i PC portatili, l'aspira-briciole e come dimenticare… i nostri inseparabili telefonini.
Ricerche infinite sui materiali tessili da portare nello spazio si traducono in vere e proprie scoperte utilissime per l'abbigliamento terrestre. Esempi? Le tute dei pompieri, ignifughe e resistenti alle condizioni più estreme hanno preso in prestito le tecnologie di protezione del corpo dalle tute astronautiche… ma non finisce qui… I materiali che permettono alle tute spaziali di essere isolanti e traspiranti al tempo stesso vengono impiegati anche per le tende da campeggio utilizzate nelle situazioni di emergenza dalla protezione civile.Il polipropilene della biancheria degli astronauti che raffredda la superficie corporea e permette l'evaporazione del sudore ha ispirato la realizzazione di abbigliamenti da lavoro come le uniformi della polizia, dei piloti aeronautici e anche quelle dei fornai!
Al contrario, erroneamente, si pensa che il velcro sia nato nei laboratori della nasa per la chiusura delle tute spaziali, di sicuro i bottoni non sono consoni per un viaggio su Marte… provate a pensare se dovesse staccarsene uno… ago e filo in micro-gravità non so come si comporterebbero…Ma dicevo… il velcro si pensa sia stato progettato per lo spazio, invece no, è stato inventato da un ingegnere svizzero nel 1941 al ritorno da un passeggiata in campagna. Arrivato a casa si accorse di avere dei minuscoli fiori rossi attaccati alla giacca. Colto dalla curiosità, li analizzò al microscopio e scoprì che erano fiori che sul calice avevano degli uncini, li studio e decise riprodurli artificialmente con il nylon. L'invenzione fu con successo brevettata bel 1955.
E chissà mai che tra poco non troveremo sulle nostre tavole sale e pepe in formato liquido, proprio come quello che utilizzano gli astronauti… non possiamo permetterci che la caduta accidentale di qualche granello di sale possa ostruire le preziosissime attrezzature spaziali o che un pizzico di pepe finisca nel naso degli astronauti, provocando fastidiose conseguenze… eccì!

venerdì 17 luglio 2009

CLIMANIMAL:lo scopo è di individuare le zone in cui le condizioni risultano rischiose per gli animali.

Fonte:
a cura di Chiara Albicocco

Loro, proprio come noi, soffrono il caldo.Ma sono sicuramente più vulnerabili. Sto parlando degli animali soprattutto quelli da allevamento. Uno studio dell' IBIMET (Istituto di Biometeorologia del CNR) ha individuato le zone del nostro paese in cui le condizioni meteorologiche sono più rischiose.Marina Baldi, la coordinatrice dell'istituto ci racconta che tipo di analisi meteorologiche sono state svolte e quali sono i risultati.

Ascolta l'intervista a Marina Baldi:
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La ricercaL'Istituto di Biometeorologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ibimet-Cnr) partecipato al progetto CLIMANIMAL voluto dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, i cui risultati finali sono stati illustrati oggi a Viterbo. Il progetto ha lo scopo di individuare le zone sul territorio italiano in cui le condizioni termo-igrometriche possono essere rischiose per gli animali durante la stagione estiva
L'intensificarsi della frequenza con cui le ondate di calore colpiscono le nostre latitudini ed in particolare l'Italia ha portato ad un sempre maggiore interesse verso lo studio degli effetti che queste provocano sulla salute dell'uomo e degli animali. Uno studio recente ha mostrato che negli Stati Uniti le perdite economiche nel settore zootecnico, dovute alle ondate di calore possono essere comprese fra 1.69 e 2.36 miliardi dollari. Alcune stime parlano di un costo economico totale per l'Europa per l'evento 2003 di circa 12 miliardi di Euro, in gran parte dovuto alle perdite in agricoltura, incluso il settore zootecnico, dovute alla siccità e alla lunga ondata di calore verificatasi in quell'anno (da giugno a settembre, con brevi interruzioni), una delle più lunghe ed intense mai verificatesi nel nostro Paese. In particolare, nel campo dell'agricoltura e della zootecnia è noto che le condizioni ambientali, come la concomitanza di alte temperature ed umidità per più giorni consecutivi, possono causare condizioni di stress per gli animali e avere un impatto negativo sulla loro riproduzione, produzione e salute. Nel nostro Paese, in cui il numero di allevamenti di bestiame, sia piccoli che grandi, e' altissimo ed in cui la industria ad esso associata rappresenta una grossa fetta della economia nazionale, le perdite dovute a condizioni di disagio degli animali possono essere notevoli e, se questo e' vero per tutti gli animali da allevamento, lo e' ancor più per le vacche. L'Istituto di Biometeorologia ha partecipato ad un progetto di ricerca voluto dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, denominato CLIMANIMAL, i cui risultati finali sono stati illustrati nel corso di un Convegno che si è tenuto oggi a Viterbo, presso il Centro Congressi Pianeta Benessere, nel corso del quale sono state consegnate le targhe di partecipazione agli Allevatori coinvolti.Il progetto CLIMANIMAL - coordinato dal Dip.to di Scienze Animali della Università della Tuscia e a cui partecipano esperti nel campo della salute, produzione e riproduzione di questi animali quali AIA (associazione Italiana Allevatori) e ANAFI (Associazione Nazionale Allevatori Frisona Italiana) - ha lo scopo di individuare quali sono le zone sul territorio italiano in cui le condizioni termo-igrometriche possono essere rischiose per gli animali, ed in particolare per le vacche, durante la stagione estiva ed individuare eventuali strumenti di gestione delle situazioni di disagio e/o rischio dovuti a fattori climatici.Per far questo, l'IBIMET ha considerato la combinazione di due grandezze meteorologiche che sono la temperatura e la umidità dell'aria e ha ricostruito l'andamento del cosiddetto indice termoigrometrico o di disagio per 100 stazioni meteorologiche distribuite sul territorio nazionale per i mesi estivi, negli ultimi 30 anni. Nel caso in cui questo indice superi determinati valori di soglia, possiamo avere rischio Nullo, Minimo, Medio o Massimo.Il territorio italiano risulta quindi suddiviso in aree 'bioclimaticamente omogenee' e ciascuna zona e' stata assegnata ad una determinata 'classe' di appartenenza. Per ciascuna classe quindi e' stato calcolato il numero di giorni in cui l'indice di disagio nelle estati a partire dal 1971 fino al 2006 incluso ha superato i diversi valori di soglia.Per le zone in classe elevata, ad esempio, e' molto elevato il numero di giorni a rischio massimo, mentre le zone in classe bassa (classe 1 o 2) sono caratterizzate da un numero molto basso di giorni a rischio elevato. La pianura Padana, in cui si ha una altissima densità di allevamenti di bestiame e di caseifici, e', ad esempio, in una classe per cui il numero di giorni a rischio medio e/o massimo e' sufficientemente elevato.Dallo studio svolto all'Ibimet emerge inoltre una indicazione molto importante ovvero che il numero di giorni ad alto rischio che comportano quindi maggior disagio per il bestiame e' significativamente aumentato nel corso degli ultimi anni, a partire dal 2001, rispetto al periodo precedente (1971-2000), segno, presumibilmente, di un clima che sta cambiando.Questo risultato e', ai fini gestionali degli allevamenti, molto importante, in quanto indica come vi sia una alta probabilità che sia necessario adottare delle opportune contromisure, come, ad esempio, il raffrescamento delle stalle, una appropriata distribuzione di acqua e di mangime, operando sia sulla quantità che sulla qualità del mangime stesso, la necessita' di tenere il bestiame all'interno delle stalle piuttosto che al pascolo.IBIMET ha anche curato per tutta la durata del progetto la messa in opera e il funzionamento di otto stazioni meteorologiche presso altrettante aziende agricole laziali, nonché la raccolta ed elaborazione dati meteorologici raccolti. Ha quindi valutato l'andamento dell'indice termoigrometrico nei mesi estivi presso le aziende. Sono attualmente in corso di elaborazione le analisi della correlazione fra tale indice e le prestazioni e lo stato di salute degli animali. Lo studio proseguirà nel corso dell'estate 2009, in modo da avere un quadro più completo delle correlazioni.

Filmato il processo di infezione del virus HIV: il VIDEO