giovedì 26 novembre 2009

CERN (LHC): Sulla questione dei mini buchi neri.

Un articolo di Fausto Intilla
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Nelle teorie di Grande Unificazione, il comportamento tra particelle e interazioni gravitazionali, è indubbiamente ancor oggi il più enigmatico e discusso “capitolo” delle storia della fisica delle alte energie ( e questo a causa della grande differenza nella scala delle forze, in cui ovviamente la Gravità “la fa da padrona”,in quanto a "lontananza" dalle altre forze). In genere si presume che in vicinanza della scala di Planck, la Gravità dovrebbe assumere dei valori simili alle altre forze; andando così a ristabilire un determinato ordine in grado di dar forma a una possibile teoria di Grande Unificazione.Le varie incognite, in relazione all’evoluzione e al tempo di vita dei mini buchi neri (o buchi neri di Planck) che con molta probabilità si formeranno durante gli esperimenti con il LHC, sono quindi dovute alla nostra attuale incapacità di conciliare la fisica delle particelle ad alte energie , con la Relatività Generale.Le uniche speranze di poter comprendere qualcosa in più rispetto alle nostre attuali conoscenze, possiamo attualmente riporle (a mio avviso), solo nella Teoria delle Stringhe; l’unica in grado di darci qualche indicazione di come potrebbe effettivamente comportarsi la Gravità su scale prossime a quella di Planck (anch’essa comunque con tutte le sue lacune, che in questa sede non sto a spiegare). Sembrerebbe infatti che le dimensioni extra (previste appunto dalla Teoria delle Stringhe), siano responsabili della “Gravità debole” (quella che tutti conosciamo,perchè appartiene alla nostra realtà fisica). Se quindi tali dimensioni extra sono in grado di possedere delle “qualità proprie”, ciò avrebbe delle ripercussioni sull’evoluzione delle masse di Planck (mini buchi neri)...nel senso che potrebbero tendere a ridursi ulteriormente, in quanto a volume. Il problema sta quindi nel non sapere assolutamente come potrebbe comportarsi un simile mini buco nero, di dimensioni ridotte.Recenti studi hanno dimostrato (a livello teorico) che il modello (termodinamico) di Bekenstein-Hawking-Page dei mini buchi neri (adattato al Modello Standard) si rompe vicino alla massa di Planck, per il fatto che predice singolarità prive di orizzonti e una curvatura infinita di cui non si conoscono neppure le conseguenze. Su scale prossime a quella di Planck, è assai probabile quindi che, sia la Relatività Generale che la Meccanica Quantistica, si “rompano”.In tali studi (basati sempre sul modello termodinamico), si è avanzata anche l’ipotesi che la Gravità possa accrescere (come forza) , solo quando le temperature dei mini buchi neri in fase di evaporazione, tendono ad infinito. Questa recente analisi quindi, in un certo qual senso regolarizza il processo di evaporazione (liberandolo dal problema degli infiniti fisici) e lo fa apparire come l’unica condizione possibile qualora vengano a crearsi dei mini buchi neri all'interno del LHC. Una simile evaporazione inoltre, possiede tradizionali proprietà termodinamiche (dopo un apparente cambiamento di fase) e probabilmente conserva le informazioni. Anche se tali analisi si discostano sostanzialmente dalla Teoria delle Stringhe,c’è di buono almeno che vanno a parare sempre nella medesima direzione (ed escludono totalmente l’accrescimento di Bondi); ossia quella in cui per qualsiasi nuovo stato della materia si dovesse scoprire al di sotto della massa di Planck, esso avrà sempre comunque lo stesso comportamento (quello ordinario delle particelle elementari, che in ultima analisi quindi, seguono il Principio di Indeterminazione di Heisenberg). I mini buchi neri che si creeranno all’interno del LHC, con estrema probabilità apparterranno quindi alle classiche dimensioni (3D + t) della nostra realtà fisica ...ed evaporeranno, con altrettanta estrema probabilità, in circa 10^-42 secondi.
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Per un approfondimento:
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Ancora due parole sul Bosone di Higgs:
Una delle tante "fregature" in relazione alla possibilità o meno di poter scorgere le particelle scalari di Higgs, nelle collisioni con il LHC, sta nel fatto che queste ultime possano tranquillamente esulare dal Principio di esclusione di Pauli(*1). E questo è senza dubbio il motivo per cui tali bosoni (che seguono la statistica di Bose-Einstein(*2),avendo spin intero ...ebbene sì,anche se nullo,viene considerato ugualmente intero) possono condensare in una configurazione degenere dello stato fondamentale (in parole povere possono ..."condensarsi nel vuoto").La chiave per risolvere questo ed altri dilemmi legati al Modello Standard, potrebbe stare (come ho spiegato tempo fa in un video su Youtube: "Sul Bosone di Higgs"), nell'applicazione teorica del concetto di Supersimmetria.Se è vero che la scala a cui i partner supersimmetrici della materia ordinaria devono esistere, non può essere molto più alta della scala della rottura di simmetria dell' interazione debole, allora molto probabilmente con il LHC,teoricamente, oltre i 2 TeV(*3) di energia di collisione, dovremmo assistere ad eventi che possono finalmente o convalidare una volta per tutte il modello supersimmetrico,...o annullarlo per sempre.
Note:
*1.Basti semplicemente pensare ai fotoni (anch'essi per natura dei bosoni), in grado di occupare lo stesso stato quantico nel medesimo istante; esulando quindi dal Principio di esclusione di Pauli.
*2.Tutte le particelle con spin intero (ossia 0;1;2;3;...) seguono,in quanto a distribuzione, la statistica di Bose-Einstein; quelle invece con spin semintero (ossia 1/2; 3/2;...),seguono la statistica di Fermi-Dirac.
*3. Esperimenti sino a 2 TeV di energia di collisione, sono già stati effettuati al Tevatron; dove nel 1995 è stato scoperto il top quark.
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Masse ed energie ultra-relativistiche chiamate in causa:
Nella fisica delle particelle elementari si usano le equazioni relativistiche dell'energia; solitamente comunque si tende a considerare più che le masse delle varie particelle (quando vengono accelerate a velocità prossime a quelle della luce, vale a dire a c),la loro "quantità" di energia cinetica.
Questo per il semplice motivo che, essendo tali particelle accelerate,"vincolate" dal Fattore di Lorentz, sono soggette ad un aumento di massa (relativistico) che accresce in modo esponenziale per valori di v tendenti sempre di più a c (per raggiungere la velcità della luce occorrerebbe, paradossalmente, un'energia infinita).
Nel caso di un protone accelerato, la sua massa dinamica sarebbe data dall'equazione:
massa dinamica = m / [radice di 1-(v/c)^2] ;dove m è la massa a riposo della particella (in questo caso un protone).
Si consideri che per portare un protone ad una velocità di v=0,99999726 c ,all'interno del LHC, occorre un'energia di circa 400 GeV.
Ora, se risolviamo l'equazione succitata con i rispettivi valori, otteniamo una massa dinamica 427 volte più grande di quella a riposo!
La massa a riposo di un protone, equivale a circa: 1,673 x 10^-27 Kg ;per cui la sua massa dinamica a tale velocità sarà di circa 714,37 x 10^-27 Kg. Con un tale incremento di massa, è ovvio quindi che occorrono degli elettromagneti assai potenti, per mantenere costantemente i protoni in traiettoria. Per esempio,ad un'energia di 400 GeV, l'intensità del campo magnetico B necessario,calcolato in base alle leggi del moto di Newton in una traiettoria circolare di raggio r=4'285m (...guarda caso proprio il raggio del LHC ),sarà di:
B=(mv/qr).427= [(1,673 . 10^-27 kg . 3 . 10^8 m/s)/(1,6 . 10^-19 C . 4'285m)] . 427 = 0,31 Tesla. (*1)
Considerando ora il tutto in termini di energia relativistica,avremo:
E (protone a riposo)=
m.c^2= 1,673 . 10^-27 kg . (3 . 10^8 m/s)^2
= 1,506 . 10^-10 J = 0,941 . 10^9 eV= 941 MeV.
La sua energia cinetica relativistica sarà quindi data da:
(massa dinamica - massa a riposo).c^2=
(427-1)mc^2= 426 . 1,673 . 10^-27 kg . (3 . 10^8 m/s)^2= circa 400 GeV
Per cui, se consideriamo delle collisioni tra due fasci di protoni di 400 GeV , avremo come risultato un'energia di collisione di 800 GeV! ...esattamente il doppio.
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Note:
(*1) Una parentesi: con un'energia per fascio di 7'000 GeV (la massima consentita per il LHC),occorre un campo magnetico B di oltre 8 Tesla!
Il campo magnetico terrestre (geomagnetico),non è uniforme su tutta la superficie della Terra. La sua intensità varia dai 20'000 nT(equatore) ai 70'000 nT (poli). [nT sta per nanotesla,ossia: miliardesimi di Tesla].
Considerando quindi una media terrestre di intensità di campo di circa 45'000 nT,il calcolo di quante volte il campo generato dai magneti del LHC (a pieno regime,ossia portato alla sua massima potenza) sarà più intenso rispetto a quello terrestre, è presto fatto:
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Campo magneti LHC a 7'000 GeV = circa 8,31 T
Campo terrestre medio = circa 0,000045 T
Risolvendo:
8,31 T / 0,000045 T = circa 184'666 volte ...più intenso di quello terrestre!

domenica 22 novembre 2009

The Corporation: Video Documentario in italiano sul potere delle multinazionali.





























Psoriasi e asma: scoperto un nuovo tipo di cellula immunitaria.

Fonte: Cordis
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Alcuni ricercatori finanziati dall'Unione europea hanno scoperto un nuovo tipo di cellula immunitaria determinante in alcune patologie infiammatorie croniche come la psoriasi e l'asma. Il team auspica che questa scoperta possa favorire lo sviluppo di nuovi farmaci per la cura di queste malattie. Lo studio, pubblicato nella rivista online Journal of Clinical Investigation (JCI), è stato in parte finanziato dall'Unione europea attraverso il progetto SENS-IT-IV ("Novel testing strategies for in vitro assessment of allergens") che ha ricevuto 11 milioni di euro in riferimento all'area tematica "Scienze della vita, genomica e biotecnologie per la salute" del Sesto programma quadro (6° PQ). Gli scienziati, provenienti da Germania, Italia e Regno Unito, hanno individuato queste nuove cellule analizzando campioni di cute prelevati da pazienti affetti da psoriasi, eczema atopico e dermatiti allergiche da contatto. Denominata Th22, la cellula recentemente scoperta appartiene al tipo di cellule immunitarie definite cellule ausiliarie T. Le cellule ausiliarie di tipo T - insieme ai linfociti - attivano altre cellule immunitarie nel momento in cui l'organismo viene attaccato, per esempio, da un virus o da un batterio. Inoltre, le cellule ausiliarie T controllano il processo infiammatorio attivato nell'organismo per debellare l'infezione. Le cellule Th22 sembrano essere coinvolte nel controllo e nel coordinamento delle cellule immunitarie che attivano l'infiammazione. Le ricerche degli scienziati hanno rilevato che le cellule Th22 producono una molecola di segnalazione chiamata interleukina-22 (IL-22). Questa molecola invia ai tessuti un complesso segnale che indica l'imminenza del processo infiammatorio o dell'infezione, consentendo così ai tessuti di prepararsi all'agente patogeno o di proteggersi dall'infiammazione. Per questo motivo, nei soggetti sani le cellule Th22 hanno un'azione protettiva. Tuttavia, nei soggetti affetti da malattie croniche cutanee di origine infiammatoria queste cellule non lavorano correttamente, determinando una crescita troppo rapida delle cellule cutanee che porta la cute ad essere dolorante e a squamarsi. "Stiamo assistendo ad un aumento delle malattie croniche - come, per esempio, le dermatiti e le malattie che colpiscono le vie aeree - imputabile al cambiamento dello stile di vita delle persone", ha commentato il dottor Carsten Schmidt-Weber del National Heart and Lung Institute dell'Imperial College London (Regno Unito). "Queste malattie possono avere un impatto significativo sulla vita delle persone, e i pazienti spesso si ritrovano a condurre una battaglia continua per tenere sotto controllo i sintomi. Siamo entusiasti di aver scoperto questa nuova sottoclasse di cellule ausiliarie T, poiché riteniamo che possano fornire un nuovo obiettivo per il trattamento futuro delle malattie croniche di origine infiammatoria". I ricercatori stanno attualmente studiando in dettaglio le cellule Th22 allo scopo di chiarire qual è il loro ruolo nelle malattie infiammatorie. Il team desidera scoprire in quale punto dell'organismo avviene la produzione delle cellule e se esiste un modo per controllarle prima che inizino a causare problemi. L'obiettivo del progetto SENS-IT-IV è ridurre gli esperimenti sugli animali, mediante lo sviluppo di metodi alternativi in vitro per l'effettuazione di test sugli allergeni. Il progetto riunisce 15 università e istituti di ricerca, nonché 9 aziende, alcuni imprenditori e altre organizzazioni. Secondo i partner del progetto "l'esito positivo del progetto contribuirà alla riduzione del numero di animali necessari per effettuare i test di sicurezza e alla messa a punto di strumenti più precisi per lo sviluppo dei prodotti". Gli effetti positivi del progetto, dunque, interesseranno tutti i cittadini europei e potenzieranno la competitività delle aziende europee.
Per maggiori informazioni, visitare: Imperial College Londra:
http://www.imperial.ac.uk Journal of Clinical Investigation (JCI): http://www.jci.org Progetto SENS-IT-IV: http://www.sens-it-iv.eu
ARTICOLI CORRELATI: 28960, 30487
Categoria: Risultati dei progettiFonte: Imperial College London; Journal of Clinical InvestigationDocumenti di Riferimento: Eyerich, S. et al. (2009) Th22 cells represent a distinct human T cell subset involved in epidermal immunity and remodelling. JCI, pubblicato online il 16 novembre. DOI: 10.1172/JCI40202.Acronimi dei Programmi: MS-D C, MS-I C, MS-UK C, FP6-INTEGRATING, FP6-LIFESCIHEALTH, FRAMEWORK 6C-->Codici di Classificazione per Materia: Coordinamento, cooperazione; Scienze biologiche; Medicina, sanità; Ricerca scientifica
RCN: 31487

Sindrome di Down: si può sperare in future terapie farmacologiche.

Fonte: Le Scienze
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Uno studio sperimentale sul modello animale della sindrome di Down suggerisce che in futuro potrebbe essere perseguibile la via farmacologica per alleviare il deficit mentale.
Uno studio sperimentale condotto su un modello animale della sindrome di Down suggerisce per la prima volta che vi sia la possibilità - in prospettiva - di alleviare per via farmacologica alcune manifestazioni del deficit mentale legato alla malattia. Nello studio ("Restoration of Norepinephrine-Modulated Contextual Memory in a Mouse Model of Down Syndrome"), condotto presso la Stanford University School of Medicine e il Lucile Packard Children's Hospital e pubblicato sulla rivista "Science Translational Medicine", i ricercatori sono infatti riusciti a mostrare che in un gruppo di topi geneticamente ingegnerizzati per riprodurre la sindrome di Down, il precoce potenziamento della via di segnalazione della noradrenalina ha migliorato le loro capacità cognitive. Alla nascita, hanno osservato i ricercatori, i bambini Down non sono in ritardo nello sviluppo cerebrale, ma questo con il tempo si accumula in correlazione a una difficoltà a far tesoro delle esperienze necessarie a un normale sviluppo cerebrale. "Se si interviene abbastanza presto si potrà essere in grado di aiutare i bambini con la sindrome di Down a raccogliere e modulare l'informazione. In linea teorica questo potrebbe portare a un miglioramento delle loro funzioni cognitive", ha detto Ahmad Salehi, primo autore dello studio e attualmente in forza presso il Veterans Affairs Palo Alto Health Care System. I ricercatori sono partiti dall'osservazione che nella sindrome di Down la cognizione non è colpita in tutti i suoi aspetti: chi ne soffre tipicamente ha difficoltà a gestire informazioni spaziali e contestuali di un ambiente complesso, che dipendono dell'ippocampo, ma ricorda molto meglio l'informazione legata a colori, suoni e altri stimoli sensoriali la cui memoria è coordinata da un'altra struttura cerebrale, l'amigdala. Salehi e colleghi hanno quindi osservato che quando formano le tracce mnemoniche contestuali e relazionali i neuroni dell'ippocampo ricevono noradrenalina dai neuroni di un'altra area cerebrale, il locus coeruleus. Quest'ultimo, però, nell'essere umano affetto da sindrome di Down come nel topo ingegnerizzato va incontro a una veloce degenerazione. Somministrando precocemente precursori della noradrenalina a un gruppo di esemplari del loro modello animale, i ricercatori sono riusciti a migliorarne le prestazioni, anche se gli effetti dei farmaci sono stati di breve durata.Altri studi avevano già preso in considerazione gli effetti di un altro neurotrasmettitore, l'acetilcolina, che anch'esso ha un ruolo di primo piano nell'ippocampo. Secondo Salehi questi risultati aprono la prospettiva allo studio di eventuali trattamenti che contemplino il potenziamento congiunto di questi neurotrasmettitori.Lo studio ha anche individuato un legame diretto fra la degenerazione del locus coeruleus e uno specifico gene, l'APP, di cui le persone affette da sindrome di Down possiedono una copia in più sul cromosoma 21 extra. APP è il gene che codifica la proteina precursore della proteina amiloide, coinvolto anche nella malattia di Alzheimer, anch'essa caratterizzata da problemi sia di formazione della memoria, sia di orientamento spaziale. (gg)

L'origine delle miniere di Nickel.

Fonte: Le Scienze
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L'analisi è stata effettuata con la misurazione dell'abbondanza relativa di due isotopi dello zolfo, un elemento fondamentale perché si formino minerali di Nickel.
Alcune delle più importanti riserve di nichel presenti sulla Terra si formarono sott'acqua, depositandosi miliardi di anni fa, in un’epoca in cui i cicli chimici erano estremamente diversi da quelli attuali. Grazie all’analisi di particolari tipi di rocce risalenti a circa tre miliardi di anni fa, un gruppo di ricercatori della Carnegie Institution ha scoperto con sorpresa che la formazione di depositi di nichel è legata alla presenza di zolfo un un’antica atmosfera povera di ossigeno.Queste antiche miniere di solfuro di ferro e nichel, che rendono conto di circa il 10 per cento della produzione annuale del metallo, si formarono per la maggior parte tra due e tre miliardi di anni fa quando i magmi ad alta temperatura fuoriuscirono dal fondo oceanico, ma i dettagli finora sono rimasti scarsamente compresi. Per la propria formazione, infatti, questi minerali richiedono la presenza di zolfo, ma né le acque del mare né il magma erano sufficientemente ricchi di questo elemento. "Lo zolfo contenuto nei depositi di nichel deriva dal ciclo atmosferico delle epoche più antiche: la firma isotopica che abbiamo rilevato è quella di un’atmosfera priva di ossigeno”, ha commentato Doug Rumble, del Laboratorio dei geofisica della Carnegie e coautore dell’articolo apparso su “Science”.Secondo quanto si legge nel resoconto, le analisi dei campioni geologici reperiti in Australia e Canada hanno mostrato che lo zolfo giunse in tali depositi dopo un complicato percorso, in cui si sono succedute eruzioni vulcaniche in atmosfera, sorgenti calde e infine magmi fusi in grado di dar origine ai minerali.La prova cruciale deriva dalle misurazioni delle abbondanze relative dell’isotopo zolfo-33 che rispetto al più diffuso zolfo-32 possiede un neutrone in più. I due isotopi hanno le stesse proprietà chimiche; tuttavia le molecole di biossido di zolfo presenti nell’atmosfera vengono scisse in modo differente dalla radiazione ultravioletta, dando luogo a diversi frazionamenti degli isotopi nei prodotti di reazione, osservabili attualmente come anomalie isotopiche."Con un eccesso di ossigeno in atmosfera, i raggi UV non possono penetrare e queste reazioni non possono avere luogo”, ha aggiunto Rumble. "Così se si trovano queste anomalie isotopiche nelle rocce di una certa epoca, è possibile ottenere informazioni sul livello di ossigeno in atmosfera presente in quel periodo”.Collegando la formazione di minerali ricchi di nichel con la composizione dell’atmosfera primordiale, le anomalie consentono così di rispondere alle annose questioni riguardanti l’origine dello zolfo nelle rocce antiche. Ciò consentirebbe, inoltre, di individuare nuovi depositi di minerali, dal momento che la presenza di zolfo e di altri composti chimici rappresenta un fattore chiave per la loro formazione. (fc)

Microrganismi capaci di individuare con precisione gli ordigni.

Fonte: Galileo
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Un gruppo di studenti dell'Università di Edimburgo ha realizzato microrganismi capaci di individuare con precisione gli ordigni.
Batteri ingegnerizzati in grado di localizzare le mine antipersona. Li hanno messi a punto alcuni studenti dell'Università di Edimburgo grazie al BioBricking, una tecnica che permette l'assemblaggio delle molecole batteriche a partire dai singoli elementi che le compongono, in una sorta di "Lego biochimico". I microrganismi così creati, innocui per persone e animali, reagiscono quando entrano in contatto con gli elementi chimici sprigionati dagli esplosivi sepolti sotto il suolo: spruzzando sul terreno una soluzione di batteri e reagenti, si formerebbero delle macchie verdi a indicare le zone che nascondono gli ordigni.
Secondo l'organizzazione
Handicap International, ogni anno tra le 15.000 e le 20.000 persone muoiono o risultano ferite a causa di mine inesplose, ancora sotterrate in 87 paesi del mondo, tra cui Somalia, ex-Yugoslavia, Cambogia, Iraq ed Afghanistan. Le mine antipersona – di cui l'Italia è stata uno dei principali paesi produttori fino al 1994 – uccidono dieci volte più civili che soldati, e tre vittime su dieci sono bambini. Il principale freno all'eliminazione delle mine terrestri è di natura economica: il loro stesso uso sarebbe obsoleto se si scoprisse un metodo capace di rendere la rimozione meno costosa della costruzione e del posizionamento.
La soluzione proposta dagli studenti scozzesi renderebbe possibile bonificare aree estese con risultati visibili in poche ore. Inoltre, sebbene non ci siano ancora piani per commercializzare il prodotto, i ricercatori sostengono che la loro sia un'alternativa accessibile ed economica rispetto agli attuali sensori anti-mine. “Il nostro studio - spiegato Alistair Elfick, supervisore del progetto - mostra quanto le innovazioni scientifiche possano giovare alla società in senso ampio, e come grazie alle nuove tecnologie sia possibile manipolare le molecole destinandole a un uso specifico". (a.p.)
Riferimento:
University of Edinburgh

Completato il sequenziamento del codice genetico del mais.

Fonte: Galileo
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Science, Pnas e PloS Genetics pubblicano i risultati delle ricerche che hanno portato al sequenziamento del codice genetico del mais.
È il mais, dopo il riso e il sorgo, il terzo cereale il cui genoma è stato completamente sequenziato. Ci sono voluti trenta milioni di dollari e quattro anni di assiduo lavoro da parte di diversi gruppi di ricerca, uniti nel "Progetto genoma mais". Ai vari studi che hanno contribuito alla conclusione del progetto, Science, PloS Genetics e Pnas hanno dedicato le rispettive copertine. Il genoma ottenuto dai ricercatori conta 32.000 geni distribuiti su dieci cromosomi, per un totale di due miliardi di basi (le lettere del Dna). Quello umano ne ha quasi tre miliardi ma è formato da 20.000 geni su 23 cromsomi. Non è tanto però l'ampiezza o la complessità di questo codice genetico ad aver colpito i ricercatori, quanto il fatto che sia composto da due genomi separati fusi tra loro e che sia composto per l'85 per cento da trasposoni, elementi mobili di Dna ripetuti spesso più volte. Questi elementi potrebbero fornire indizi utili sulla variabilità genetica e sulla funzione dei vari geni presenti nel genoma.
Il Dna sequenziato appartiene a un tipo di mais chiamato mais B73 il quale è ampiamente usato negli studi di genetica e in agricoltura - sia per la produzione alimentare sia di biocombustibili - e dal quale provengono numerose varietà. E molte altre se ne potrebbero ottenere ancora: il lavoro di questi quattro anni potrebbe permettere infatti di sviluppare tipi di mais di resistenti a virus e agenti patogeni o a condizioni climatiche difficili come la mancanza d'acqua. (c.v.) Riferimenti:
Science DOI: 10.1126/science.1183463 PloS Genetics doi:10.1371/journal.pgen.1000711 doi:10.1371/journal.pgen.1000728 doi:10.1371/journal.pgen.1000715 Pnas doi:10.1073/pnas.0904742106 doi:10.1073/pnas.0908008106 doi:10.1073/pnas.0906498106