sabato 29 maggio 2010

Craig Venter e il "Batterio artificiale": una sintesi chimica per i "DNA-copia" del futuro.

Breve nota introduttiva:
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Una delle più grandi rivoluzioni nel mondo della microbiologia, è sicuramente avvenuta nel lontano 1986 con la scoperta della PCR (Polymerase Chain Reaction;ovvero:reazione a catena della polimerasi), da parte dell’ormai famoso biochimico americano (premio Nobel nel 1993) Kary Mullis. Ora sembrerebbe che un altro grande passo avanti sia stato fatto, nel campo della biologia molecolare; questa volta a nome di Craig Venter, il biologo statunitense, noto per aver sfidato il Progetto Genoma Umano nella corsa al sequenziamento del genoma. In questo breve articolo (firmato dai microbiologi Giovanna Riccardi e Marco Gobbetti), viene presentata una piccola analisi sull’esperimento di Craig Venter (et al.), in cui si evidenziano gli aspetti positivi, ma anche negativi, che tali idee/scoperte a volte celano attraverso i complessi (e molti ancora ignoti) meccanismi che la vita ha dovuto adotarre e modificare nel corso di milioni di anni, per garantire la sopravvivenza di ogni specie vivente (dai micro-organismi fino agli animali veri e propri). Se è vero quindi che la forza di ogni specie, sta principalmente nella sua variabilità genetica, forse è giunto davvero il tempo in cui l’uomo si renda conto che ogni volta che modifichiamo artificialmente determinati parametri che la natura ha definito nel corso di milioni di anni di evoluzione,dobbiamo anche mettere in conto che la logica binaria, nel mondo reale, funziona solo fino ad un certo punto: casualità e caos, hanno sempre la precedenza (e questo nel mondo macroscopico lo notiamo ovunque, senza dover necessariamente andare a scomodare Heisenberg e il Principio di Indeterminazione).
Fausto Intilla
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Articolo di Giovanna Riccardi e Marco Gobbetti:
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Il batterio “artificiale”: la parola ai microbiologi.
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Giovedì 20 maggio 2010 il Team coordinato da Craig Venter ha pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Science l’articolo “Creation of a Bacterial Cell Controlled by a Chemically Synthesized Genome” (“Creazione di una cellula batterica controllata da un genoma sintetizzato chimicamente”) che ha immediatamente innescato un acceso dibattito non solo all’interno della Comunità Scientifica. I “media”, sempre in cerca di notizie sensazionali, hanno già scritto fiumi di parole su quello che secondo loro è il contenuto essenziale della ricerca: la creazione della vita artificiale. Tuttavia, scorrendo i vari articoli, emergono considerazioni non sempre chiare ed interpretazioni talvolta forzate o contraddittorie, che non contribuiscono a chiarire l’importante messaggio di innovazione scientifica contenuto nella scoperta dei ricercatori.
Come scienziati specializzati nella conoscenza delle cellule dei microrganismi, oggetto della ricerca del gruppo di Venter, proponiamo la nostra analisi al riguardo.
Cosa ha fatto veramente C. Venter? Esattamente quanto dice il titolo del suo articolo, in cui ovviamente il termine “creazione” è usato nel senso più esteso di “invenzione ed esecuzione di un’opera”. Infatti:
1) Il gruppo di Venter ha sintetizzato chimicamente e messo insieme pezzo dopo pezzo l’intero genoma di un batterio (Mycoplasma mycoides, parassita polmonare di alcuni ruminanti) per poi introdurlo nella cellula di un batterio di una specie simile (Mycoplasma capricolum), cellula che era stata privata del suo corredo genetico originario. E’ importante rilevare che la cellula ricevente è di origine naturale e solo il genoma, che costituisce soltanto una piccola ma importantissima parte della cellula è stato sintetizzato inizialmente per via chimica.
2) Gli scienziati hanno (ri)costruito il genoma “artificiale” copiando il genoma di un batterio vivente già noto. Deve essere sottolineato, che l’informazione contenuta nel DNA degli organismi viventi è il risultato di miliardi di anni di evoluzione biologica. Lo stato della tecnica e della conoscenza non consente di inventare “ex novo” un intero genoma per la costruzione di un organismo completamente sintetico. Leggere un testo e copiarlo è tutt’altra cosa che averlo capito e interpretato; ancora adesso il funzionamento, anche di un organismo semplice come un batterio, è ben lontano dall’essere compreso nel suo complesso e ancor più lontano dal poter essere re-inventato.
La novità rilevante di questa ricerca è la capacità di sintetizzare chimicamente l’intero genoma di un batterio, il Mycoplasma mycoides, in una struttura idonea per essere introdotta e funzionare in un altro batterio simile al primo, il Mycoplasma capricolum che, privo del suo DNA originario, acquisisce replicazione autonoma e proprietà biologiche dell’organismo donatore.
3) Per mettere insieme i diversi pezzi di DNA sintetizzati chimicamente e ottenere una quantità di genoma sintetico sufficiente per le manipolazioni genetiche, i ricercatori hanno usato un altro microrganismo, il lievito di birra (Saccharomyces cerevisae), come fabbrica cellulare.
4) Per funzionare, il DNA ha bisogno di una macchina molto complicata, la cellula; questa macchina è costruita in base alle istruzioni impartite dal DNA stesso. Per il momento Venter e i suoi sono riusciti a ”copiare” in laboratorio il DNA di un microrganismo, ma è come se avessero impiegato una “macchina usata” per farlo funzionare (ovvero un altro microrganismo privato del suo DNA naturale).

Questo risultato quindi, al di là del clamore mediatico che ha portato a interpretazioni anche fantasiose sulle reali conseguenze degli esperimenti fatti, costituisce un traguardo importante nell’ambito della Microbiologia, dell’Ingegneria Genetica e delle Biotecnologie e mette a disposizione una nuova opportunità per trarre informazioni sulla “vita”, pur essendo ben altra cosa che la “creazione della vita”, fosse anche solo di una piccola cellula batterica.
Il ruolo del genoma è fondamentale in quanto contiene l’informazione genetica e controlla non solo la struttura ma anche le varie funzioni metaboliche della cellula. Abbiamo ora a disposizione una nuova opportunità per comprendere meglio come sono fatte e come funzionano le cellule, non solo dei batteri ma anche le nostre, e per modificarle in modo più mirato. Tuttavia, questo lavoro non nasce dal nulla nei super-laboratori di C. Venter: è il frutto di decenni di ricerche sui microrganismi, spesso fatte con risorse modeste, molto spesso mosse dalla pura curiosità di capire questo mondo sterminato e affascinante in tantissimi laboratori di tutto il mondo. Jacques Monod diceva che “quel che vale per un batterio vale anche per un elefante”, con il vantaggio che i batteri si possono studiare più agevolmente degli elefanti. Infatti, la comunità dei microbiologi in senso lato è stata protagonista principale di numerose scoperte scientifiche biologiche che riguardano anche l’uomo.
Tutto questo evidenzia ancora una volta l’importanza dei microrganismi non soltanto come oggetti di indagine per comprenderne il funzionamento, la fisiologia ed i meccanismi di interazione con altri organismi. Infatti, lo studio dei microrganismi come sistemi modello è stato determinante per lo sviluppo di numerose e fondamentali conoscenze biologiche.
Il lavoro pubblicato da C. Venter e collaboratori offre la possibilità di esplorare le potenzialità della sintesi di DNA in vitro per la realizzazione di sistemi microbici specializzati in funzioni con ampie applicazioni pratiche, quali la produzione di farmaci e altre sostanze di uso comune, la detossificazione di ambienti contaminati, la produzione di bioenergia, la produzione di vaccini e così via.
Non a caso nel XIX secolo Louis Pasteur, il fondatore della Microbiologia moderna, diceva: “Signori, spetterà ai microbi l’ultima parola”.
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Pavia, 26 Maggio 2010
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Giovanna Riccardi
Presidente della Società Italiana di Microbiologia
Generale e Biotecnologie Microbiche (SIMGBM)
http://www.simgbm.it/
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Marco Gobbetti
Presidente della Società Italiana di Microbiologia
Agraria, Alimentare ed Ambientale (SIMTREA)
http://www.simtrea.org/
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sabato 15 maggio 2010

In America si cerca una soluzione al problema delle scorie nucleari. Forse l'Università di Austin l'ha trovata.

Fonte: Casa & Clima
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Un gruppo di fisici americani dell’Institute for Fusion Studies dell’Università di Austin, Texas, ha annunciato di conoscere il modo per sfruttare la fusione nucleare al fine di distruggere le scorie nucleari prodotte dalla fissione. Ciò potrebbe essere il modo per rilanciare l'immagine dell'energia nucleare che molti suoi oppositori ritengono un problema proprio a causa dell'impossibilità di smaltirne le scorie.
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Fissione e fusione:
Per fare chiarezza è meglio precisare che la fissione consiste nello spezzare, per mezzo di neutroni, i nuclei di elementi pesanti come l’Uranio, e utilizzare l’energia liberata. Su questo processo si basano le attuali centrali nucleari. Nella fusione nucleare, invece, l’energia si libera in seguito al compattamento di nuclei di atomi leggeri come l’idrogeno e il deuterio. Ad oggi l'uomo non è ancora riuscito a rendere funzionante una centrale a fusione.
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Bombardare le scorie:
I fisici americani si dichiarano in grado di realizzare una sorgente di neutroni chiamata “Compact Fusion Neutron Source” (CFNS), grande all'incirca come una stanza e costituita da una “ciambella” magnetica contenente deuterio a 100 milioni di gradi Celsius. Le parti non riciclabili delle scorie prodotte dai reattori americani tradizionali (circa il 75%) che si calcola abbiano una vita media di qualche centinaia di migliaia di anni, verrebbero bombardate con neutroni dai nuovi reattori ibridi fissione-fusione CNFS, il quale le renderebbe inoffensive al 99%, oltre a produrre energia.
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Soluzione realistica?
Un CNFS può smaltire le scorie di 15 reattori convenzionali. Così il problema dei depositi geologici potrebbe essere risolto, (a proposito, in Italia si parla tanto di ritorno al nucleare ma mai di come stoccare in modo sicuro le scorie delle centrali dismesse) anche se qualcuno è ancora scettico, come Giancarlo Aquilanti, capo della task force nucleare di Enel: “Si tratta sicuramente di un progetto serio ma anche complicato. E non è detto che sia l’alternativa più economica e vicina nel tempo per sbarazzarsi delle scorie nucleari di alta attività. Personalmente penso che possa risultare più promettente bruciarle nei reattori ad alta velocità di quarta generazione che vedranno la luce fra il 2025 e il 2040”.

venerdì 14 maggio 2010

Scoperto un nuovo gruppo di particelle extraterrestri, nella neve antartica.

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Un'équipe di ricercatori finanziata dall'Unione europea ha fatto una scoperta unica al mondo: ha infatti rinvenuto un nuovo gruppo di particelle extraterrestri nella regione centrale dell'Antartide. Il lavoro è in realtà il risultato del progetto ORIGINS ("Elucidating the origins of Solar System(s): anatomy of primitive meteorites"), che ha ricevuto 2,6 milioni di euro in riferimento al programma Marie Curie del Sesto programma quadro (6° PQ) dell'Unione europea. L'obiettivo del progetto è consolidare le conoscenze delle origini del nostro sistema planetario e di quelli exoplanetari. I risultati di questo recente studio sono stati pubblicati sulla rivista Science. A scoprire i micrometeoriti nella neve sono stati i ricercatori del Centre de spectrométrie nucléaire et de spectrométrie de masse (CSNSM) in Francia, che fa parte dell'Istituto nazionale di fisica nucleare e delle particelle (a sua volta appartenente al Centro nazionale francese della ricerca scientifica, CNRS). Utilizzando il microscopio elettronico a trasmissione (TEC), il team del CSNSM ha scoperto che i micrometeoriti rinvenuti, dallo straordinario stato di conservazione, sono composti da materia organica contenente piccoli assemblaggi di materiali provenienti dalle più fredde e remote regioni del sistema solare. I ricercatori, che beneficiano del supporto logistico dell'Istituto polare Paul-Émile Victor (IPEV, Francia) e del Programma Nazionale Ricerche in Antartide (PRNA, Italia), hanno scoperto queste particelle negli strati di neve più pulita posti a circa a quattro metri di profondità. Le ricerche sono state effettuate in prossimità della base scientifica italo-francese Concordia, che si trova nel Dome C della regione centrale del continente antartico. Secondo gli scienziati, questi micrometeoriti (che misurano appena 0,1 mm) sarebbero unici al mondo. Nessun laboratorio, infatti, sarebbe in possesso di materiale analogo: i due granuli di polvere si sono rivelati particolarmente ricchi di carbonio (contengono una percentuale di materiale carbonico compresa tra il 50 e l'80%). I risultati di questa ricerca, che ha sollevato grande interesse, hanno consentito di avviare ulteriori studi che vedono il coinvolgimento del CSNSM, dell'Università di Lille 1, dell'Ecole Normale Supérieure di Parigi e del Museo di storia naturale francese. Il team del CSNSM ha utilizzato un sofistico strumento (denominato ion microprobe) per dimostrare che la composizione isotopica dell'idrogeno dei meteoriti analizzati presenta un rapporto deuterio/idrogeno particolarmente elevato. "Si suppone che la polvere interplanetaria primitiva contenga i componenti del più antico sistema solare, ivi inclusi minerali e materia organica", si legge nello studio. "Nelle nevi dell'Antartide centrale abbiamo rinvenuto micrometeoriti che contengono una quantità esorbitante di materiale carbonico e sono caratterizzati da una quantità estremamente elevata di deuterio (superiore di 10-30 volte rispetto ai valori terrestri) delle dimensioni di centinaia di micrometri quadri". I risultati della ricerca dimostrano che le particelle provengono con molta probabilità dalle comete, che nel sistema solare rappresentano corpi celesti di dimensioni relativamente ridotte. I nuclei delle comete sono costituiti da ghiaccio, polvere e minuscole particelle di roccia. Durante il passaggio delle comete in vicinanza del sole, le temperature più elevate causano la sublimazione del ghiaccio che ne compone il nucleo. Questo causa l'immissione nello spazio interplanetario di una miscela di gas e di granuli cometari. Alcuni di questi ultimi possono attraversare l'orbita della Terra mentre si muovono verso il sole: i granuli cometari rivenuti in Antartide potrebbero essere arrivati sulla Terra in una circostanza analoga. Nell'articolo i ricercatori sottolineano che fino ad oggi solo la missione spaziale statunitense Stardust ha fornito ai ricercatori di tutto il mondo la possibilità di effettuare analisi mineralogiche e geochimiche dei grani cometari. Le particelle di polvere scoperte nei pressi della base Concordia sono analoghe ai campioni prelevati nell'ambito della missione Stardust. "Le masse delle particelle variano da pochi decimi di microgrammi a pochi microgrammi, superando di più di un ordine di magnitudo le masse dei frammenti di polvere della cometa 81P (altrimenti chiamata Wild 2) prelevati dalla missione Stardust", scrivono gli autori.
Per maggiori informazioni, visitare: Science:
http://www.sciencemag.org/ Centre de spectrométrie nucléaire et de spectrométrie de masse (CSNSM): http://www.csnsm.in2p3.fr/
ARTICOLI CORRELATI: 30631, 32034
Categoria: Risultati dei progettiFonte: Science; CSNSMDocumenti di Riferimento: Duprat, J., et al. (2010) Extreme deuterium excesses in ultracarbonaceous micrometeorites from central Antarctic snow. Science, 328, 742-745. DOI: 10.1126/science1184832.Acronimi dei Programmi: MS-FR C, MS-I C, FP6-MOBILITY, FP6-STRUCTURING, FRAMEWORK 6C-->Codici di Classificazione per Materia: Metodi di misurazione; Scienze della Terra; Ricerca scientifica; Coordinamento, cooperazione
RCN: 32093

martedì 11 maggio 2010

Inquinamento provocato da industrie, traffico e produzione elettrica, causano infarti e ictus.

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WASHINGTON (Reuters) - Uno studio diffuso dall'American Heart Association dice che le prove che l'inquinamento provocato da industrie, traffico e produzione elettrica causano infarti e ictus sono più forti che mai.
E le polveri sottili prodotto dalla combustione di carburanti fossili come benzina, carbone e petrolio sono in tutta evidenza le prime responsabili.
"Il particolato appare aumentare direttamente il rischio provocando eventi in individui sensibili in ore o giorni di aumentato livello d'esposizione, anche tra coloro che altrimenti sarebbero stati in salute per anni", ha detto ieri il dottor Robert Brook dell'Università del Michigan, che ha guidato il gruppo autore del rapporto.
La revisione condotta su sei anni di ricerche mediche indica anche una forte prova sul ruolo dell'inquinamento nell'intasamento delle arterie, e una "piccola ma consistente" associazione tra esposizione a breve termine all'inquinamento atmosferico e morte prematura.
"Il primo messaggio per questi gruppi a rischio elevato è che devono agire per controllare i loro fattori tradizionali di rischio modificabili: pressione sanguigna, colesterolo, diabete, fumo", ha detto Brook.
L'American Heart Association dice che il particolato agisce in molti modi, anche provocando infiammazioni: "E' possibile che certe particelle molto piccole, o elementi chimici che viaggiano insieme a esse, possano raggiungere la circolazione e causare un danno diretto", ha detto Brook.
"Queste risposte possono comprendere coagulazione del sangue e trombosi, funzionamento vascolare e circolazione sanguigna danneggiati, pressione alta, e possono anche danneggiare l'attività elettrica cardiaca che a sua volta può provocare infarti, ictus e anche la morte".
L'associazione raccomanda che gli anziani o chiunque soffra di disturbi cardiaci, pressione alta, colesterolo alto o diabete presti attenzione all'inquinamento atmosferico e agli avvisi sulla qualità dell'aria.

lunedì 10 maggio 2010

Gli ingegneri della Touch Bionics (GB), hanno sviluppato un nuovo modello di mano artificiale (con video).

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Roma - Dopo aver svolto un ruolo pionieristico nel campo delle protesi tecnologiche, gli ingegneri di Touch Bionics che nel 2007 avevano messo in commercio i-Limb, una mano artificiale tecnicamente simile all'originale "umano", sveleranno durante l'ISPO World Congress di Lipsia, in Germania, una versione migliorata dello stesso apparato che poi verrà messo in vendita dal prossimo giugno.Si chiamerà i-Limb Pulse e a differenza del primo modello utilizza una tecnologia brevettata da Touch Bionics che consente di controllare meglio la forza dell'arto a seconda dell'oggetto da maneggiare e dell'azione da compiere. Inoltre la struttura completamente in alluminio dovrebbe permettere di sollevare carichi fino a 90 kg, rendendola attualmente la protesi più resistente sul mercato.
Per la realizzazione del modello Pulse i tecnici di Touch Bionics si sono affidati al feedback dei soggetti che in questi anni hanno utilizzato i-Limb, anche se per il momento sembra che le protesi saranno complementari, almeno per il momento. Sarà dunque l'utente, in accordo con un medico, a scegliere quale delle due farsi impiantare: "In questi tre anni abbiamo potuto raccogliere una grande quantità di informazioni che - ha spiegato il CEO di Touch Bionics, Stuart Mead - hanno contribuito in maniera fondamentale allo sviluppo di i-Limb Pulse". Le analisi hanno dimostrato che gli utilizzatori preferiscono una protesi il più possibile somigliante a una mano umana, per cui i tecnici di Touch Bionics hanno preparato due modelli di dimensioni diverse per assecondare questo bisogno. Fondamentale inoltre per il funzionamento di i-Limb Pulse è il software interno BioSim che sfrutta la connettività Bluetooth per permettere all'utente di impostare, attraverso il programma per computer MyBioSim, i movimenti da far compiere all'arto a seconda dell'azione che intende effettuare.
Giorgio Pontico


DARPA, Progetto "Repair": impianti cerebrali utili a riparare malfunzionamenti e menomazioni della materia grigia.

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Roma - La fusione permanente tra uomo e macchina è sempre più vicina, e se transumanesimo ha da essere si dovrà necessariamente metter mano al cervello e alle sue complicate interconnessioni sinaptiche. Al DARPA, il braccio hi-tech del Pentagono votato alle sperimentazioni estreme, stanno appunto pensando a trasformare in realtà i racconti cyber-punk di William Gibson con il progetto REPAIR.Il problema principale da risolvere, spiega il professore associato Krishna Shenoy della Stanford University coinvolto nel progetto, è la sostanziale impotenza davanti cui si trova oggi la comunità medica quando si tratta di porre rimedio a ferite, menomazioni e malfunzionamenti della materia cerebrale che custodisce la vita di un individuo.L'obiettivo di REPAIR è appunto quello di "comprendere - e poi essere in grado di modificare - il comportamento del cervello in risposta a un trauma". DARPA finanzierà REPAIR e le quattro istituzioni coinvolte con una somma iniziale di 14,9 milioni di dollari in due anni, impegnando 10 team di ricerca dotati di competenze che vanno dalle neuroscienze alla psichiatria, dalla neuroplastica ai semiconduttori elettronici.
Massiccio il compito che attende i ricercatori, i quali non solo dovranno capire in dettaglio come funzionano le interconnessioni tra i neuroni delle varie parti funzionali del cervello - prima animale e infine umano - ma anche e soprattutto come utilizzare le possibilità offerte dall'optogenetica (la precisa stimolazione esterna dei singoli neuroni dell'encefalo) per "leggere un segnale dalla regione A, bypassare l'area B danneggiata e portare quel segnale a C".Nella più ottimistica delle ipotesi, i ricercatori promettono di realizzare impianti cerebrali funzionanti (fibre ottiche, microchip e chissà cos'altro) da testare in laboratorio sugli animali da qui a quattro anni. E se al DARPA giustificano i fondi impegnati per REPAIR con la possibilità di curare i traumi cerebrali dei veterani dell'Iraq o Afghanistan (il 10-20 per cento delle truppe che tornano negli States), un eventuale successo del progetto porterebbe indubbi benefici anche ai quasi 2 milioni di americani (e non solo) che cadono vittima ogni anno di infortuni. Le questioni filosofiche sulla "disumanizzazione" degli impianti cerebrali, infine, sono tutt'altra storia.
Alfonso Maruccia

Nel cervello dei maschi lo spazio dedicato all'impulso sessuale è due volte e mezzo maggiore rispetto a quello delle donne.

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Nel cervello dei maschi lo spazio dedicato all'impulso sessuale è due volte e mezzo maggiore rispetto a quello delle donne (che lo hanno sempre sospettato). Sono gli ormoni rilasciati dal suo cervello a farlo cadere in un sonno profondo dopo il sesso. Gli adolescenti hanno il cervello così pieno di testosterone da percepire i volti altrui più aggressivi di quanto sono in realtà (ecco perchè ce l'hanno con il mondo). È un tema che intriga, da diversi anni. Le differenze tra cervello maschile e quello femminile. Altrettanto fa la psichiatra dell'Università della California Louann Brizendine che e che, dopo aver stupito il mondo con il successo del 'Il cervello delle donnè, torna all'attacco con 'Il cervello dei maschì. Con molti esempi concreti Brizendine svela finalmente i segreti dell'organo maschile più incompreso. La neuroscienza ha scoperto per esempio che gli uomini usano circuiti cerebrali alternativi rispetto alle donne per elaborare informazioni connesse a difficoltà emotive: ecco perchè, davanti alle lacrime di lei, la mente di lui attiverà il processo «soluzione del problema» e non quello «comprensione e consolazione» e cominceranno a «volare le stoviglie». Nel cervello maschile «l'impulso sessuale occupa uno spazio, nell'ipotalamo, che è ben due volte e mezzo più grande di quello occupato nel cervello di lei - scrive la psichiatra; e i pensieri sessuali guizzano nel cervello maschile notte e giorno, in particolare nella corteccia visiva, tenendolo sempre pronto a cogliere un'occasione sessuale che gli si presenti. Le donne non sempre si rendono conto che l»organo maschilè ha una mente sua propria«. Ma il cervello maschile non resta immutato dall'infanzia alla vecchiaia: inondato di testosterone dell'adolescente è molto diverso appunto da quello di un neopappà, addolcito da un'incursione di ormoni femminili, ma anche da quello di un innamorato o di un pensionato. Insomma l'amore, il sesso, il tradimento, la paternità: non sono solo il carattere e le circostanze sociali ma anche e soprattutto i geni e gli ormoni a determinare cosa succede nell'universo complesso e affascinante che è il cervello maschile. Brizendine suggerisce ad esempio alle future spose del maschio individuato di informarsi sulle abitudini sessuali del futuro suocero. È molto probabile, sostiene la psichiatra, che il vostro compagno segua il medesimo atteggiamento da playboy del padre. Ma non per emulazione, bensì per ragioni strettamente neurobiologiche. La colpa è dei recettori della vasopressina. Studi condotti dai neurobiologi dimostrerebbero che la tendenza alla monogamia dipende dai recettori della vasopressina (ormone rilasciato dall'ipotalamo implicato con l'attaccamento, e anche definito, con l'ossitocina, 'ormoni dell'amore') presenti nel cervello.
Louann Brizendine 'Il cervello dei maschi', ed. Rizzoli, pp. 336, euro 18