mercoledì 29 febbraio 2012

Eccezionale risultato: due molecole comunicano attraverso un singolo fotone.

Fonte: Sci-x
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Scienziati realizzano una dei più elementari e più vecchi esperimenti di idee nella fisica moderna, ossia l’eccitazione di una singola molecola con un singolo fotone. Questo apre la strada a ulteriori studi e ricerche, in cui singoli fotoni agiscono come portatori di informazione quantistica, che deve essere processata da emettitori singoli.
Fino dagli albori della fisica moderna, noi sappiamo che, benché gli eventi nella nostra vita di ogni giorno possano essere descritti dalla fisica classica, l’interazione tra luce e materia è regolata, nel profondo, dalle leggi della meccanica quantistica. Nonostante questa saggia conoscenza secolare, accedere veramente alle situazioni quantomeccaniche rimane impresa non banale, affascinante e degna di nota, anche in laboratorio. Recentemente, l'interesse in questo settore è stato potenziato al di là della curiosità accademica, in virtù delle potenzialità per forme nuove e più efficienti di elaborazione dell’informazione. In una delle proposte più di base, un singolo atomo o una singola molecola agiscono come un bit quantistico, che elabora i segnali che sono stati loro recapitati tramite singoli fotoni .
Negli ultimi venti anni gli scienziati hanno dimostrato che singole molecole possono essere rivelate e che singoli fotoni possono essere generati. Tuttavia, l’eccitazione di una molecola con un fotone era rimasta irraggiungibile, perché la probabilità che una molecola veda e assorba un fotone è molto bassa. Risultato è che, solitamente, bisogna mandare miliardi di fotoni al secondo su una molecola, per ottenere da questa un segnale. Un modo comune per aggirare questa difficoltà nella fisica atomica è stata quella di costruire una cavità attorno all'atomo, in modo che un fotone rimanga intrappolato per tempi sufficienti lunghi, da permettere di avere una probabilità favorevole di interazione.
Gli scienziati dell’ETH di Zurigo e dell’Istituto Max Planck per la Scienza della Luce di Erlangen hanno ora dimostrato che si può anche far interagire un fotone in volo con una singola molecola.
Tra le molte sfide sul modo di eseguire un tale esperimento, c’è la realizzazione di una sorgente adatta di singoli fotoni, che abbiano frequenza e larghezza di banda giuste. Benchè laser di colori e specifiche differenti si possano trovare abbastanza facilmente in commercio, sorgenti di singoli fotoni non sono disponibili sul mercato. E così un team di scienziati guidati dal professor Vahid Sandoghdar ne ha costruita una propria. Per far questo, hanno sfruttato il fatto che quando un atomo o molecola assorbe un fotone compie una transizione ad uno stato eccitato. Dopo pochi nanosecondi, questo status decade, ritornando alla sua condizione iniziale e viene emesso esattamente un fotone.
Nel loro esperimento, il gruppo ha usato due campioni contenenti molecole fluorescenti inglobate in cristalli organici e li hanno raffreddati a circa 1,5 gradi Kelvin (-272° C). Molecole singole in ciascun campione sono state rivelate da una combinazione di selezione spettrale e spaziale. Per generare singoli fotoni, una singola molecola è stato eccitata nel campione di sorgente. Quando lo stato eccitato della molecola è decaduto, i fotoni emessi sono stati raccolti e ben focalizzato sul campione ‘obiettivo’, a distanza di pochi metri. Per garantire che una molecola in quel campione ‘veda’ i fotoni in arrivo, il team ha dovuto assicurarsi che avessero la stessa frequenza. Inoltre, i singoli fotoni, preziosi, dovevano interagire con la molecola bersaglio, in modo efficiente.
Una molecola ha la dimensione di circa un nanometro, ma la focalizzazione di un fascio di luce non può essere inferiore a poche centinaia di nanometri. Questo, di solito, significa che la maggior parte della luce che arriva gira intorno alla molecola, ossia senza che luce e molecola si ‘vedano’ reciprocamente. Tuttavia, se i fotoni che arrivano sono in risonanza con la transizione quantomeccanica della molecola, quest'ultima agisce come un disco, che è paragonabile all’area della luce focalizzata. In questo processo, la molecola funge da antenna, che cattura le onde luminose nelle sue vicinanze.
I risultati dello studio, pubblicati su Physical Review Letters, forniscono il primo esempio di comunicazione a lunga distanza tra le due antenne quanto-ottiche, in analogia agli esperimenti di Hertz e Marconi con antenne radio.
Negli esperimenti attuali, due singole molecole imitano lo scenario di trasmissione-ricezione radio, a livello di frequenze ottiche e attraverso un canale ottico non-classico, ossia un fascio costituito da un singolo fotone. Questo apre molte porte per ulteriori e stimolanti esperimenti, in cui i singoli fotoni agiscono come portatori di informazione quantistica, che deve essere elaborata da emettitori singoli.

http://www.ethz.ch/media/pressreleases
Testo originario integrale del prof. Vahid Sandoghdar
Immagine di Robert Lettow

martedì 28 febbraio 2012

Realizzato microfono rivelatore quantistico in grado di captare suoni estremamente deboli.

Fonte: Sci-X
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Gli scienziati della Chalmers University of Technology hanno dimostrato un nuovo tipo di rilevatore per il suono a livello di silenziosità della meccanica quantistica. Il risultato offre prospettive di una nuova classe di circuiti ibridi quantistici, che mescolano elementi acustici con quelli elettrici, e che può aiutare a far luce su nuovi fenomeni della fisica quantistica. I risultati sono stati pubblicati su Nature Physics.
Il ‘microfono quantistico’ (rivelatore) si basa su un transistore a singolo elettrone, ossia su un transistor in cui la corrente passa nella quantità di un elettrone alla volta. Le onde acustiche studiate dal team di ricerca si propagano sulla superficie di un microchip cristallino e ricordano le onde formate su uno stagno quando vi viene gettato un sasso. La lunghezza d'onda del suono è di soli 3 micrometri, ma il rilevatore è ancora più piccolo e, pertanto, in grado di rilevare rapidamente le onde acustiche al loro passaggio.
Sulla superficie del chip, i ricercatori hanno costruito una camera di risonanza lunga tre millimetri e, anche se la velocità del suono sul cristallo è 10 volte più alta che in aria, il rivelatore mostra come gli impulsi di suono si riflettono avanti e indietro tra le pareti della camera di risonanza, verificando così la natura acustica dell’onda.
Il rivelatore è sensibile alle onde con picchi pari a una piccola percentuale del diametro di un protone, livelli così silenziosi che il suono può essere trattato dalla legge quantistica, piuttosto che con quelle della meccanica classica, praticamente nello stesso modo in cui si tratta la luce.
"L'esperimento viene fatto su onde acustiche classiche, ma dimostra che abbiamo tutto pronto per iniziare gli studi di corretta acustica quantistica che nessuno ha tentato prima", dice Martin Gustafsson, studente di dottorato e primo autore dell'articolo.
A parte la tranquillità estrema, la frequenza di quei suoni è troppo alta perché noi la si possa ascoltare: la frequenza di quasi 1 gigahertz è di 21 ottave sopra il livello udibile. Il nuovo rivelatore è il più sensibile al mondo per tale suono a tale alta frequenza.

Testo originario integrale e immagini:
http://www.chalmers.se/en/news/Pages/Quantum-microphone-captures-extremely-weak-sound.aspx

Al termine della notizia, cè il link per leggere l’articolo su Nature Phisics, intitolato: “Local probing of propagating acoustic waves in a gigahertz echo chambre”
Autori: Martin V. Gustafsson, Paulo V. Santos, Göran Johansson e Per Delsing

Per maggiori informazioni:
Martin Gustafsson, tel. +46 70-745 9955 - email : martin.gustafsson@chalmers.se Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Göran Johansson, tel. +46 73-060 7338 -- email : goran.l.johansson@chalmers.se Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Per Delsing, tel. +46 70-308 8317 - email : per.delsing@chalmers.se Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Paulo Santos, +49-30-20377-221 , santos@pdi-berlin.de Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Immag.:Philip Krantz, Chalmers


venerdì 17 febbraio 2012

Nanotecnologie per ottenere plastica dalle piante.

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La ricetta della plastica ecologica esiste. In uno studio pubblicato su Science, un gruppo di ricerca coordinato da Hirsa Maria Torres Galvis dell’Università di Utrecht, nei Paesi Bassi, descrive come sintetizzare i composti alla base delle materie plastiche in modo più efficiente e pulito partendo da biomasse. Il segreto del successo è nel catalizzatore utilizzato per favorire le reazioni chimiche di trasformazione: nanoparticelle di ferro sistemate su un letto di nanofibre di carbonio.
Gli oggetti di plastica, i detergenti, i solventi, i cosmetici e i farmaci sono fatti tutti della stessa pasta: le olefine, cioè molecole costituite da atomi di carbonio e idrogeno. Tradizionalmente, per ottenere le olefine si parte da derivati del petrolio come la nafta, che vengono trasformati tramite reazioni di decomposizione termochimica. Ma ciò, naturalmente, crea problemi sia di natura economica (si vogliono preservare il più possibile le scorte di petrolio) sia ambientale. Per questo motivo, i chimici lavorano da tempo per cercare di produrre olefine utilizzando procedimenti e materie prime alternativi.
In realtà, i chimici avevano già messo a punto una metodologia per ottenere olefine a partire da prodotti più ecologici come il bio syngas, un biocombustibile ottenuto dalla gassificazione di biomasse. Tuttavia, questo tipo di processo ha un’efficienza molto bassa. Il problema è nel catalizzatore, cioè la molecola utilizzata per promuovere le reazioni chimiche. Sino a oggi, infatti, i ricercatori non sono mai riusciti a trovare quello giusto per garantire il buon esito del processo. Generalmente si usa il ferro, ma le alte temperature richieste dalle reazioni portano alla formazione di carbonio che alla fine consuma il catalizzatore, crea una polvere che rovina le apparecchiature e porta alla formazione di metano.
L’equipe di Torres Galvis ha cercato di superare il problema utilizzando come catalizzatore nanoparticelle di ferro sistemate su un supporto chimicamente poco reattivo come il carbonio. In questo modo, speravano di garantire alle nanoparticelle il necessario sostegno meccanico senza però alterarne l’attività. L’intuizione si è rivelata vincente: con questo catalizzatore, i ricercatori sono riusciti a produrre olefine a partire da biomasse con un’efficienza del 60 per cento e senza generare gas inquinanti come il metano.
via wired.it
Credit immagine a NatriumChlorine/ Flickr

Il primo dispositivo wireless impiantato sottopelle per il rilascio dei medicinali.

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È il primo dispositivo wireless impiantato sottopelle per il rilascio dei medicinali. E ci si può dimenticare quando prendere la pillola.
Presto l’espressione farmacia ambulante non sarà più solo un modo di dire. I pazienti che seguono cure croniche, come avviene per l’osteoporosi, l’ipertensione, la sclerosi multipla, i tumori, e persino nella terapia anticoncezionale, potranno usufruire dell’ impianto sottopelle di un piccolo dispositivo wireless, controllato in remoto e programmato per il rilascio dei medicinali secondo dosi e tempi prestabiliti. Si potrà dire addio alle punture quotidiane. Non sarà più necessario portare sempre con sé le pillole o impostare l’allarme sul telefono per ricordarsi di prenderle. Questo è quanto promettono Robert Langer e Michael Cima, ricercatori del David Koch Institute al Mit di Boston, e Robert Farra, a capo di MicroCHIPS. Il team ha condotto una pionieristica sperimentazione clinica sul primo prototipo di pill-dispenser intelligente, direttamente incorporato nell’organismo.
Lo studio è stato avviato nel gennaio 2011 e ha coinvolto sette donne in Danimarca di età compresa tra i 65 e i 70 anni, alla quali è stato inserito nel basso ventre il microchip, grande quanto un polpastrello, tramite un semplice intervento ambulatoriale in anestesia locale. È stato quindi somministrato un comune farmaco contro l’osteoporosi, che dev’essere abitualmente assunto per via endovenosa ogni giorno. Dopo quattro mesi – hanno riferito gli scienziati in un articolo pubblicato online su Science Translational Medicine e presentato nel corso del congresso annuale dell’ American Association for the Advancement of Science (Aaas), a Vancouver, in Canada – il dispositivo aveva rilasciato dosaggi paragonabili alle iniezioni e a distanza di un anno i benefici sulla densità di massa ossea erano simili al gruppo di confronto. Non erano emersi effetti collaterali negativi, né reazioni da parte del sistema immunitario. Alcune pazienti hanno riferito di essersi quasi scordate di indossare il microchip. 
Il successo arriva a coronamento di 15 anni di esperimenti, da quando verso la metà degli anni Novanta il team del Mit ha iniziato a lavorare sul chip medicale impiantabile. Nel 1999 sono stati pubblicati i primi risultati su Nature e venne fondata l’azienda che ha finanziato lo sviluppo della tecnologia. L’impresa non è stata semplice. Bisognava trovare il modo di sigillare ermeticamente le singole dosi del farmaco in piccoli serbatoi separati, delle dimensioni di una puntura di spillo, facendo in modo che si aprissero in base a un programma pre-impostato o su comando wireless. “ Ciascuno dei minuscoli contenitori è ricoperto da un sottilissimo nano-strato d’oro, che protegge il farmaco anche per anni, impendendone il rilascio”, spiega Langer. “ Quando arriva il segnale wireless l’oro si dissolve, facendo fuoriuscire la medicina direttamente nel circolo sanguigno”. Risolto ingegnosamente questo problema, se n’è posto un altro.
Negli studi preclinici sugli animali i ricercatori hanno notato che intorno al dispositivo si formava una membrana fibrosa di collagene. Il timore era che la membrana potesse ridurre l’assorbimento della medicina, ma fortunatamente questo non si è verificato.
Il dispositivo va ancora perfezionato. Per il momento il segnale wireless funziona solo a distanza di pochi centimetri e c’è spazio per una ventina di dosi farmacologiche. La MicroCHIPS ha annunciato che sta già sviluppando mini-apparecchiature da 400 dosi, per terapie della durata di un anno o più, e sono previste prossimamente altre sperimentazioni cliniche su un numero più ampio di pazienti. “ In futuro si potrebbe avere letteralmente una farmacia su un chip”, afferma Langer.
I benefici per la salute sono notevoli soprattutto per i pazienti affetti da malattie croniche che, trascorso un certo tempo, tendono ad abbandonare la terapia. “ Il microchip eliminerebbe alla radice il problema della compliance , l’aderenza alle cure, spianando la strada alle terapie farmacologiche completamente automatizzate”, aggiunge Cima. Se tutti andrà secondo i piani, il dispositivo potrebbe entrare in commercio già tra cinque anni.

giovedì 16 febbraio 2012

Wave Hub: generare energia dal moto ondoso.

Fonte: Cordis
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Due dei quattro ancoraggi al sito in mare aperto di test per l'energia marina connesso alla rete e finanziato dall'UE sono stati ora occupati. Wave Hub, situato al largo della costa della Cornovaglia nel Regno Unito, è il più grande sito per test di questo tipo al mondo. Esso è supportato con 23 milioni di euro dal Fondo europeo di sviluppo regionale nell'ambito del suo obbiettivo Convergenza, che si concentra sul supporto dello sviluppo economico integrato sostenibile e la creazione di posti di lavoro sostenibili.

Wave Hub fornisce un'infrastruttura condivisa in mare aperto per la dimostrazione e il test di schieramenti di dispositivi per la generazione di energia dal moto ondoso per prolungati periodi di tempo. Situato 16 chilometri al largo della costa, esso è composto da un centro elettrico sul fondo del mare a cui possono essere connessi i dispositivi per l'energia del moto ondoso. Sono disponibili in affitto quattro ancoraggi separati, ciascuno con una capacità compresa tra 4 MW e 5 MW. Tutti assieme, questi quattro ancoraggi hanno una capacità equivalente alle necessità di elettricità di oltre 7000 abitazioni.

L'ultima azienda a salire a bordo e a prendere parte a Wave Hub è l'azienda irlandese OceanEnergy Limited. Essi si uniscono a Ocean Power Technologies (OPT), con sede nel Regno Unito e Stati Uniti, che ha già firmato un atto di impegno a dislocare il proprio dispositivo PowerBuoy al Wave Hub.

Negli ultimi tre anni, OceanEnergy ha testato un prototipo in scala uno a quattro della sua OE Buoy nella baia di Galway in Irlanda. Questi test hanno ricevuto un impulso in quanto parte del progetto finanziato dall'UE CORES ("Components for ocean renewable energy systems"), finanziato in parte da oltre 4,5 milioni di euro nell'ambito di una sovvenzione del tema "Energia" del Settimo programma quadro (7° PQ).

Ora i test sulla OE Buoy verranno eseguiti al Wave Hub, che è essenzialmente una gigantesca "presa di corrente" sul fondo del mare connessa alla rete nazionale a terra per mezzo di un cavo sottomarino che pesa 1.300 tonnellate ed è lungo 25 km.

La OE Buoy utilizza il principio della colonna d'acqua oscillante. Quando le onde entrano nella camera sottomarina, esse spingono l'aria attraverso una turbina in superficie e generano elettricità. Quando le onde si ritirano, esse creano un vuoto, aspirando l'aria nuovamente attraverso la turbina. La tecnologia impiegata significa che la turbina gira ininterrottamente, indipendentemente dalla direzione del flusso d'aria. Ciò migliora l'efficienza e richiede che vi sia una sola parte in movimento, minimizzando così i costi di manutenzione.

Máire Geoghegan-Quinn, Commissario per la ricerca, l'innovazione e la scienza, ha visitato la OE Buoy nel novembre del 2010 durante il progetto CORES.

Claire Gibson, direttore generale di Wave Hub, ha commentato il noleggio del secondo ancoraggio: "Io ho il piacere di confermare il nostro partenariato con OceanEnergy Limited e non vedo l'ora di assisterli nella loro sistemazione presso il Wave Hub nei prossimi mesi. OceanEnergy ha completato tre anni di test del prototipo in condizioni di mare agitato ed è pronto a compiere il passo successivo con Wave Hub e con un dispositivo a grandezza naturale. Se i test avranno successo, noi ci aspettiamo di vedere OceanEnergy schierare una serie di dispositivi a Wave Hub. Supportando lo schieramento di OceanEnergy, noi possiamo ora testare pienamente le nostre procedure operative e creare il processo per ottenere una Licenza marittima. Questo supporterà e accelererà ulteriori sviluppi al Wave Hub."

Con lunghe sezioni della linea costiera che si affacciano direttamente sull'Oceano Atlantico, il Regno Unito e l'Irlanda sono entrambi in una buona posizione per promuovere lo sviluppo dell'energia dalle onde, poiché le tempeste distanti nell'Atlantico generano onde che alla fine raggiungono queste coste.

Utilizzare l'energia contenuta in queste onde può mettere a disposizione una fonte sicura di elettricità ecologica per molti anni a venire, una fonte che non emette gas serra inquinanti nella già intasata atmosfera della Terra. Supportare e incoraggiare questo tipo di tecnologia è essenziale se l'EU vuole riuscire a centrare il suo obbiettivo di ricavare il 20% delle sue necessità energetiche da fonti rinnovabili entro il 2020.

La tecnologia del moto ondoso è ancora relativamente giovane e, allo scopo di far progredire questi sistemi fino a una completa realizzazione su vasta scala, è necessario riuscire a svilupparli in unità adatte alla produzione di massa.

Phil Prendergast, membro irlandese del Parlamento europeo (MEP) del Gruppo dell'alleanza progressista di Socialisti & Democratici (S&D), ha elogiato il supporto dato dal 7° PQ ai test della OE Buoy e ha commentato i benefici generali che il partenariato tra OceanEnergy e Wave Hub porterà: "L'UE ha fornito oltre 1,4 milioni di euro ai partecipanti irlandesi che hanno collaborato alla ricerca e sviluppo su questo prodotto di livello mondiale. L'investimento sta chiaramente dando i suoi frutti, poiché questo, e altri progetti simili, hanno prodotto risultati tangibili che porteranno benefici a tutta l'Europa. L'accordo OceanEnergy rappresenta un trionfo anche per il settore della ricerca e sviluppo dell'Irlanda, in particolare alla luce delle recenti proposte per il nuovo programma di R&S dell'Europa, Orizzonte 2020."
Per maggiori informazioni, visitare:

OceanEnergy:
http://www.oceanenergy.ie/
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CleanSpace One: satellite svizzero “spazzino” ripulirà lo spazio.

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Dal lancio del primo Sputnik avvenuto nel 1957 sono stati mandati in orbita più di 6000 satelliti, la maggior parte dei quali attualmente inattivi, esplosi e in costante rivoluzione attorno alla Terra in un orbita definita la cintura di rifiuti a circa 2000 km di altezza. Pericolosissimi per tutti i preziosi satelliti che invece sono in funzione e di cui ci serviamo giornalmente.
Il problema della “pulizia” da questi rottami è in discussione da molto tempo e pare che allo Swiss Space Center abbiano concepito un satellite spazzino di nome CleanSpace One che potrebbe migliorare la situazione.

L’idea di fondo dello Swiss Space Center è teoricamente abbastanza semplice con una piccola flotta di satelliti CleanSpace che partirebbero a caccia dei 20 mila pezzi vaganti, prendendoli fisicamente e spingendoli in direzione della Terra dove brucerebbero a causa dell’alta velocità al contatto con l’atmosfera. Vediamo un filmato che mostra il funzionamento:
La partenza del primo CleanSpace è attesa entro 3-4 anni, ma il continuo aumento dei frammenti vaganti potrebbe diventare un vero problema per tutti perchè a volte alcuni di loro riescono ad attraversare l’atmosfera e cadono sulla Terra, per non parlare dei danni economici che hanno visto ad esempio il satellite americano Iridium-33 esplodere dopo la collisione con un inattivo satellite russo Cosmos-2251.

giovedì 9 febbraio 2012

Ferro trasparente e luce lenta per i futuri computer quanto-ottici.

Fonte: LeScienze.it
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Sfruttando la luce di sincrotrone è stato possibile creare un effetto di trasparenza elettromagneticamente indotta nel nucleo di atomi di ferro 57 disposti in strati sottili, ottenendo un interruttore utile per la futura elaborazione ottica dell'informazione, che potrà sfruttare, per memorizzare i dati, anche l'enorme rallentamento della luce realizzato nell'apparato usato per ottenere la trasparenza.

Con un'intensa luce laser di una certa lunghezza d'onda è possibile rendere trasparente alla luce di una lunghezza d'onda un materiale normalmente non trasparente. Questo effetto viene generato da una complessa interazione di luce con il guscio elettronico degli atomi del materiale. Per la prima volta questo effetto di trasparenza è stato dimostrato per il ferro- 57 rispetto alla luce a raggi X da un gruppo di ricercatori della collaborazione DESY (Deutsches Elektronen-Synchrotron) che hanno sfruttato l'elevata brillantezza della fonte di luce di sincrotrone PETRA III.
Per ottenere questo risultato, descritto in un articolo sulla rivista "Nature", gli scienziati hanno posizionato due strati sottili di atomi di ferro-57 in una cavità ottica, formata da due specchi paralleli in platino che riflettono più volte i raggi X. I due strati di ferro-57 atomi, ciascuno di circa tre nanometri, sono mantenuti in posizione tra i due specchi in platino da un supporto in carbonio, che è trasparente per la luce a raggi X della lunghezza d'onda utilizzata.

Questo sandwich dello spessore totale di soli 50 nanometri viene illuminato sotto angoli molto stretti con un fascio di raggi X dalla sorgente di luce di sincrotrone PETRA III. All'interno di questo sistema di specchi, la luce è riflessa più volte, generando un'onda stazionaria: quando la lunghezza d'onda della luce e la distanza tra i due strati di ferro sono nei giusti rapporti, il ferro diventa quasi trasparente per la luce a raggi X. In questo caso però, la trasparenza elettromagneticamente indotta coinvolgerebbe interazioni che coinvolgono il nucleo stesso.
Ferro trasparente e luce lenta per i futuri computer quanto-ottici
Cortesia DESY
"Il risultato di realizzare la trasparenza dei nuclei atomici è praticamente l'effetto di trasparenza elettromagneticamente indotta nel nucleo atomico", osserva
Ralf Röhlsberger, primo firmatario dell'articolo. "Senza dubbio, c'è ancora molta strada da fare prima che il primo computer quanto-ottico diventa realtà. Tuttavia, con questo effetto, siamo in grado di eseguire una classe completamente nuova di esperimenti quanto-ottici di alta sensibilità. Con lo European XFEL X-ray laser, attualmente in costruzione ad Amburgo, vi è una reale possibilità di controllare la luce a raggi X con luce a raggi X ".

Gli esperimenti realizzati da DESY anche mostrato un altro effetto oltre a quello di trasparenza elettromagneticamente indotta: la luce intrappolata nella cavità ottica viaggia a una velocità di pochi metri al secondo, contro i normali 300.000 chilometri al secondo.

Ora i ricercatori intendono chiarire fino a che punto si possa rallentare la luce in questo modo, e se è possibile utilizzare questo effetto nell'ambito di un computer quantistico, realizzando, per esempio, la memorizzazione delle informazioni con impulsi di luce estremamente lenta oppure interrotta.