giovedì 4 ottobre 2012

Correlazioni quantistiche senza ordine causale?

Fonte: Gaianews.it
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VIENNA – Anche a prescindere dalle varie declinazioni che nozioni come “evento” ed “effetto” possono assumere, siamo abituati a pensare che, se A causa B, A sia un evento passato o correlativo a B, che svolga una qualche azione su B, e che B non possa essere in nessun caso causa di A. In questo senso molto generico la relazione che lega A e B non è simmetrica, e pone B in una posizione di dipendenza rispetto ad A, termine a cui risulta vincolato.
Il famoso esempio delle palle da biliardo, usato anche dal filosofo David Hume, chiarisce bene l’idea. Ecco qui una palla A ferma sul tavolo del biliardo, e un’altra palla B che rapidamente si muove verso di essa. Si urtano. Cosa accade? La palla B che prima era ferma ora acquista un movimento. Questo è un caso di relazione tra causa ed effetto: è evidente che le due palle si sono toccate prima della trasmissione del moto, e che non c’è stato alcun intervallo tra l’urto e il movimento. La contiguità nel tempo e nello spazio è dunque una condizione necessaria dell’azione di ogni causa. È anche chiaro che il movimento, ovvero l’azione di A su B che funge da causa, deve godere di una certa priorità nel tempo. Ma non basta. Facciamo l’esperimento con quante altre palle vogliamo, della medesima specie e in una situazione simile: troveremo sempre che la spinta dell’una produce il movimento dell’altra. Abbiamo dunque una terza condizione, ossia una correlazione o costante tra causa ed effetto: qualunque oggetto simile alla causa produce sempre un oggetto simile all’effetto.
Questa idea è valida in fisica classica, nello studio della meccanica dei corpi. Possiamo dire lo stesso per la fisica quantistica? Un gruppo di fisici teorici presso l’Università di Vienna e dell’Université Libre de Bruxelles si sono posti il problema ed hanno dimostrato che in fisica quantistica è possibile ‘immaginare’ situazioni in cui un singolo evento può essere sia una causa e un effetto di un’altra. I risultati saranno pubblicati questa settimana nella rivista Nature Communications. Anche se non è ancora noto se tali situazioni possano verificarsi in natura, la possibilità che possa esistere possono avere implicazioni di vasta portata per i fondamenti della fisica quantistica, della gravità quantistica e della computazione quantistica. Vediamo più da vicino questo studio.
(1) Un primo punto concerne la determinazione esatta di cosa agisce su cosa nelle relazioni causali tra due termini. Nella vita di tutti i giorni, come nella fisica classica, gli eventi sono ordinati nel tempo: una causa può influire solo un effetto nel suo futuro non è nel suo passato. Nell’articolo gli studiosi immaginano questa situazione: Alice entra in una stanza e trova un foglio di carta. Dopo averlo letto, Alice cancella il messaggio e ne lascia un altro sullo stesso foglio di carta. Successivamente Bob entra nella stessa stanza e fa la stessa cosa: legge, cancella e riscrive un messaggio sul foglio di carta. Se Bob entra nella stanza dopo Alice, sarà in grado di leggere quello che Alice ha scritto, ma Alice non avrà mai la possibilità di conoscere il messaggio di Bob. In questo caso, il messaggio di Alice è la “causa” mentre ciò che Bob legge è l’”effetto”. La procedura potrà ripetersi indefinitamente, ma il risultato non cambia. Anche senza possedere orologi, solo Alice sarà in grado di leggere ciò che Bob ha scritto.
(2) Un secondo punto è dato dal fatto che in fisica classica la freccia temporale è irreversibile. Nel dominio della fisica quantistica la situazione diventa più complessa: si ammette, infatti, il caso che gli oggetti A e B possano “perdere” le loro proprietà. Più precisamente, la loro localizzazione in quello che siamo soliti chiamare spazio-tempo non è univoca: una particella può essere contemporaneamente in due luoghi diversi a seguito di un fenomeno chiamato “sovrapposizione”. La sovrapposizione è generalmente considerato come il primo postulato della fisica quantistica. Va però ricordato che non è un fenomeno che venne considerato rilevante, almeno nella prima lettura della fisica quantistica data dalla Scuola di Copenaghen in cui si assume sempre un ordine (pur fittizio o concettuale) tra cause. Il principio di sovrapposizione delle cause e degli effetti conserva validità solo nei sistemi lineari ed è in generale applicabile a tutti i sistemi che ammettano degli stati fondamentali che generano (in modo lineare) lo spazio degli stati possibili. Ciò posto, il team guidato da Caslav Brukner dell’Università di Vienna ha mostrato che anche può verificarsi un caso di sovrapposizione anche nell’ordine causale tra eventi. Restando all’esempio di Alice e Bob, all’interno di un sistema quantistico potrebbe darsi il caso in cui ciascuno dei due possa trovarsi a leggere una parte del messaggio scritto dall’altro.
Quali conclusioni possiamo trarne? In modo simile alla posizione e alla velocità di una particella, sarebbe dunque possibile per Alice e Bob essere in due luoghi diversi nello stesso momento. Questo sempre che si ammetta che le stesse leggi valide per il microcosmo (inteso come la fisica delle particelle) conservino la loro validità anche nel macrocosmo (inteso come dominio degli oggetti che comunemente esperiamo). Lo studio offre un importante passo avanti nella comprensione dei legami tra questi due domini, come una rilettura critica dell’ordine causale degli eventi: “ora la vera sfida è scoprire dove, in natura, dovremmo cercare fenomeni di sovrapposizione dell’ordine causale”, conclude Caslav Brukner.
Riferimenti: Ognyan Oreshkov, Fabio Costa, Caslav Brukner, Quantum correlations with no causal order in Nature Communications. DOI: 10.1038/ncomms2076.

Scritto da "Annalisa Arci" il 04.10.2012 

Da celle solari coniche, elettricità 20 volte superiore ai normali pannelli.

Fonte: Gaianews.it
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Un'azienda californiana ha ideato un ingegnoso metodo per utilizzare i concentratori solari insieme alle celle fotovoltaiche, evitando che queste si danneggino.
Un’azienda americana con sede a Los Angeles ha sviluppato un nuovo metodo per convertire l’energia solare in energia elettrica in cui si utilizzano i pannelli fotovoltaici conici e rotanti.
Le celle solari funzionano meglio quando vengono lasciate sotto i raggi del Sole per tutto il giorno. Ma lasciandole al Sole, tuttavia, col tempo la maggior parte dei loro componenti elettronici tende a rovinarsi. La risoluzione? Ruotando le celle solari si aumenta la corrente elettrica di 20 volte. Un modo efficace per aumentare la produttività di pannelli fotovoltaici tradizionali è utilizzare i cosiddetti concentratori solari: le lenti che raccolgono l’eccesso di luce solare e lo focalizzano sui pannelli fotovoltaici. Questo si può fare bene solo stando attenti a non fondere i componenti dei pannelli. Con un concentratore a 20x in pieno sole (ossia che concentra i raggi solari di 20 volte), la vostra cella durerà circa dieci secondi prima di soccombere ad un calore di 260 gradi.
Per questo, la società V3Solar – un’azienda americana con sede a Los Angeles – ha sviluppato un nuovo metodo per convertire l’energia solare in energia elettrica. Il nuovo meccanismo consiste di una nuova cella solare a forma di cono, chiamata Spin Cell, che viene fatta ruotare per evitare appunto il suriscaldamento dei componenti elettronici.
La progettazione delle Spin Cell di V3Solar sfrutta il fatto che ci vogliono pochi nanosecondi per convertire la luce in elettricità e qualche millisecondo (circa mille volte più lunga) per convertire la luce in calore. Per rapidamente le celle solari coniche e rotanti sotto e fuori dalla luce solare diretta, queste celle possono tollerare diversi concentratori da 20x a 75x senza fondersi, aumentando la produzione di elettricità per unità di superficie di una quantità corrispondente. In tal modo, la temperatura delle celle non si supera 95 gradi che sembra piacevole.
Gli Spin Cells sono di un metro di lunghezza per uno di larghezza ed a forma di cono con un angolo di 56 gradi, che massimizza il loro potenziale di raccolta della luce senza aver bisogno di un sistema ad inseguimento solare attivo. Stando a quanto riferisce il sito Device, c’è un guscio esterno per ogni cella (in cui si trovano i concentratori a lente), e la calotta interna contiene le celle fotovoltaiche. Per la rotazione occorre un po’ di energia, ma con un cuscinetto a levitazione magnetica riempito di elio non c’è una perdita significativa. Inoltre, dato che lo strumento ruota in ogni caso, si converte automaticamente la corrente continua (DC) in corrente alternata (AC).
Tipicamente, una Spin Cell può generare un’energia 5 volte superiore rispetto ai tradizionali pannelli solari piani. Tuttavia, secondo V3Solar questo progetto potrebbe raggiungere risultati che parlano di un’efficienza pari a circa 20 volte quella dei tradizionali pannelli piani.

Scritto da "Hoda Arabshahi" il 04.10.2012 

Concentrata la luce in uno spazio di dimensione atomica.

Fonte: Sci-X
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I fisici dell'Università di Würzburg sono riusciti a concentrare la luce in una zona incredibilmente piccola. Hanno sfruttato un effetto che si verifica anche quando il caffè viene versato ("Atomic-scale confinement of resonant optical fields" – Confinamento su scala atomica di campi ottici risonanti).
La luce visibile è la parte dello spettro elettromagnetico che è più importante per la nostra percezione quotidiana. Il fatto che il nostro ambiente sia colorato e che siamo in grado di percepire questi colori è dovuta all'interazione caratteristica tra fotoni visibili e materia.
Questa interazione permette conclusioni sulle proprietà della materia; per questa ragione la microscopia ottica svolge un ruolo di primo piano nell'esplorazione del nanocosmo. Inoltre, la luce è importante per molte applicazioni, come ad esempio la memorizzazione dei dati nelle memorie fisse e mobili e nella trasmissione ottica dei dati in Internet e l'elaborazione dei dati.
La concentrazione spaziale è essenziale. In tutti i settori menzionati sopra, il confinamento spaziale della luce visibile alla minima dimensione possibile è di fondamentale importanza. Più forte è la concentrazione o la focalizzazione della luce, ad esempio in microscopia ottica, maggiore è la risoluzione e più piccola è la struttura che può essere esaminata con l’attrezzatura ottica. Nell’elaborazione ottica dei dati, questo principio spinge ad una miniaturizzazione crescente e a una possibile integrazione, che permette una più elevata velocità di trasferimento dati.
"Purtroppo, la concentrazione spaziale della luce nello spazio libero ha i suoi limiti naturali stabiliti dagli effetti di diffrazione," dice il professor Bert Hecht. "La risoluzione spaziale in microscopia e la densità di memorizzazione dei supporti ottici sono limitate dalla diffrazione se sono utilizzati solo componenti convenzionali, come lenti o specchi". Pertanto, il fisico e il suo gruppo di studio, presso il Dipartimento di Fisica Sperimentale 5, sono da tempo alla ricerca di nuovi modi di confinamento della luce alle più piccole dimensioni possibili. E ora hanno compiuto un importante passo avanti, in collaborazione con i colleghi di ingegneria fisica.
"Siamo riusciti a focalizzare la luce fino a dimensioni atomiche, mediante nanostrutture plasmoniche", spiega Hecht. Nanostrutture plasmoniche: Questo è un termine usato dai fisici, riferito a strutture in cui elettroni mobili, carichi negativamente, compiono oscillazioni risonanti in un ambiente di nuclei atomici, stazionari, carichi positivamente. Queste oscillazioni fanno nascere cariche in eccesso, periodicamente alternanti, alla superficie della struttura, che a loro volta producono campi elettrici alternati. "Poiché questi campi alternati cambiare il loro segno in accordo con la frequenza ottica, rappresentano campi di luce a legame di superficie", dice lo scienziato fisico.
Come riportato nella edizione on line della prestigiosa rivista "Nanoletters", il gruppo di studio di Bert Hecht è riuscito per la prima volta a localizzare (confinare) accuratamente questi campi a legame di superficie, in un esperimento, in uno spazio estremamente piccolo tra due nanostrutture d’oro plasmoniche adiacenti. Lo spazio rilevante ha la larghezza più piccola possibile, che corrisponde approssimativamente alla distanza di due atomi in un cristallo di oro. Questo corrisponde a un punto luce, che è mille volte più piccolo della rispettiva lunghezza d'onda della luce.
Le nanostrutture necessarie per questo esperimento sono state create dai fisici con un procedimento molto semplice. Gli scienziati hanno usato bastoncini d’oro cresciuti chimicamente, ognuno dei quali ha un diametro di solo circa 30 nanometri e una lunghezza di circa 70 nanometri. Questi bastoncini sono stati disciolti in acqua e goccioline di quella acqua sono stati applicate a un vettore di vetro. In virtù di un effetto che è presente anche nella formazione degli ‘anelli’ del caffè nella tazza, coppie di nanobastoncini allineati lateralmente si assemblano automaticamente al bordo della goccia, avvicinandosi l’uno all’altro durante l'evaporazione del liquido, fino a quando non rimane che uno spazio di dimensione atomica.
Nei loro esperimenti, i ricercatori di Würzburg hanno irraggiato queste coppie di bastoncini con luce bianca e hanno esaminato i colori della luce diffratta. Dalla posizione spettrale caratteristica delle componenti del colore nella luce diffratta, i ricercatori sono riusciti a dedurre gli stati di oscillazione risonante degli elettroni, quindi a dedurre una concentrazione della luce, nello spazio tra i bastoncini d’oro.
"Tali campi ottici fortemente concentrati offrono una varietà di possibili applicazioni", spiega Johannes Kern, studente di dottorato nel gruppo di studio di Bert Hecht e autore principale della pubblicazione. "Ulteriori sviluppi considerano la microscopia ottica o la lettura di supporti di memoria dati, con risoluzione atomica. "Nuove possibilità si aprono anche in altri campi di applicazione: la concentrazione estremamente forte della luce va di pari passo con una amplificazione locale dei campi ottici, che non solo permetta un’ottimizzazione del processo di assorbimento della luce, che è di fondamentale importanza nel settore fotovoltaico, ma potrebbe anche contribuire a generare processi ottici non lineari, i quali potrebbero, in futuro, essere usati per la creazione di transistor ottici a fotone singolo, in nanocircuiti ottici. ottici.
Testo originario:
Nella foto: il Prof. Dr. Bert Hech

mercoledì 3 ottobre 2012

La gassificazione con torcia al plasma, ideata dalla Nasa, sperimentata dall'Aeronautica Usa.

Fonte: Corriere.it
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Smaltire i rifiuti in maniera alternativa. È quello che hanno pensato gli scienziati ambientali dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, intenti a sperimentare la gassificazione al plasma per evitare ai militari americani di respirare i fumi dei rifiuti incendiati a cielo aperto durante le missioni di guerra. Un modo di trasformare i rifiuti in energia pulita non solo promosso dall’Air Force, ma preso in considerazioni anche da diverse amministrazioni e aziende di New York e del Texas come possibile soluzione di smaltimento. Anche se, per il momento, l’altezza elevata dei costi sembra scoraggiarne la diffusione capillare. Scettica, una parte degli studiosi italiani che, nonostante riconoscano i benefici ambientali dello smaltimento dei rifiuti mediante torce al plasma, per una sua possibile applicazione urbana hanno molto da obiettare. Proponendo metodi alternativi e molto più economici che prevedono, invece della totale dissoluzione, il riutilizzo dei residui.

METODO SPAZIALE - Il sistema per combattere l’inquinamento avallato dall'Air Force, proviene dalla Nasa, che lo ha sviluppato per sulle navicelle spaziali dove la questione dello smaltimento dei rifiuti si presenta come un problema di complicata gestione. E dove, la gassificazione con torcia al plasma per trasformare in gas e dissolvere i legami molecolari dei rifiuti trasformandoli in un arco energetico, poteva essere una buona soluzione.
IL PROCESSO - Per avviare la gassificazione con la torcia al plasma occorre avviare un processo che richiede una temperatura di 5 mila gradi Celsius. Temperatura che permette la dissoluzione dei legami molecolari e la divisione della parte organica da quella inorganica. E di ricavare dalla prima il gas di sintesi (syngas), cioè una miscela in grado di produrre energia elettrica, termica e biocarburante. La parte inorganica, vetrificata, è invece trasformabile in materiale edilizio.
I DUBBI ITALIANI – Meno convinta del metodo stellare la scienza italiana. «Il sistema della torcia al plasma», afferma Stefano Consonni, professore del dipartimento di energia del Politecnico, «è un tormentone ricorrente, di cui si parla da almeno dieci anni. La sua applicazione su larga scala non è sensata. In primo luogo perché si possono gassificare i rifiuti soltanto in piccole quantità. E poi perché il suo utilizzo ha costi altissimi. La gassificazione dei rifiuti è un sistema di nicchia, utile e logica quando si parla di portaaerei oppure grandi navi, ma in un contesto cittadino è fuori discussione».
IL PROBLEMA DEI RESIDUI – A interessare gli studiosi italiani per risolvere l’inquinamento dei rifiuti sono misure diverse di contenimento. «Uno dei problemi principali», spiega Consonni, «riguarda i residui prodotti dagli inceneritori. Sotto i 1.200 gradi, infatti, le ceneri non vetrificano e rilasciano materiali e residui che, a seconda dei rifiuti che si bruciano, possono richiedere un’ulteriore trattamento. Per esempio, in Giappone il processo di vetrificazione delle scorie viene fatto successivamente al loro incenerimento ottenendo materiale riutilizzabile per i fondi stradali. Se riuscissimo anche noi a intervenire sui residui si risparmierebbe un sacco di soldi in discarica, dove le scorie dei rifiuti che rimangano sono considerate rifiuti speciali».
ALTERNATIVE – Non resta a guardare l'Italia dove, per cercare di risolvere questo problema, è stato costituito il centro studi MatER (Materia ed energia da rifiuti), presso il laboratorio Leap e con la collaborazione scientifica del Politecnico di Milano. Polo di ricerca dove non solo si studiano metodi per riclicare i residui, ma si analizzano inceneritori e raccolta differenziata. Tra i numerosi progetti portati avanti da MatER, la potenzialità di recupero dei sottoprodotti degli impianti. In particolare, la parte di ceneri ottenute dalla termovalorizzazione dei rifiuti urbani solidi e dalla granella di vetro data dal trattamento di rifiuti di natura diversa e utilizzabili nella vetroceramica o come materiali isolanti.



Una memoria elettronica trasparente e flessibile.

Fonte: Le Scienze
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Basata su una tecnologia al grafene e all'ossido di silicio, lascia filtrare il 90 per cento della luce nello spettro visibile, e ha un consumo di energia 10 volte inferiore rispetto alle altre architetture attualmente esistenti. Oltre ad aprire le porte a una vasta gamma di applicazioni, promette di estendere la vita della "legge di Moore", secondo cui la potenza dei microchip raddoppia ogni due anni.
Il prototipo di un dispositivo di memoria non volatile, trasparente e flessibile è stato messo a punto da un'équipe di ricercatori della Rice University, che illustra la nuova tecnologia in un articolo a prima firma Jun Yao pubblicato online dalla rivista “Nature Communications”.
I nuovi dispositivi – che lasciano passare il 90 per cento della luce nello spettro visibile, e hanno un consumo di energia 10 volte inferiore rispetto alle architetture concorrenti – possono essere disposti su un sottile strato di vetro o su una pellicola di plastica flessibile.
La creazione di dispositivi elettronici trasparenti, che potrebbero trovare impiego in una vasta gamma di applicazioni, è perseguita da tempo da vari gruppi di ricerca, ma finora i tentativi di raggiungere un buon grado di trasparenza con le tecnologie microelettroniche più utilizzate si sono scontrati con il
parallelo peggioramento delle prestazioni di elaborazione.
La nuova memoria progettata dal gruppo diretto dal chimico James Tour e dal fisico Douglas Natelson, è a base di ossido di silicio e grafene e si fonda sulla scoperta che l'ossido di silicio può fare da “interruttore”. Una differenza di tensione imposta a un film sottile di silicio attraversi i contatti in grafene può espellere gli atomi di ossigeno da un canale di 5 nanometri di larghezza, trasformandolo in silicio metallico conduttore. Con tensioni inferiori a una certa soglia, questo canale può essere interrotto e ripristinato ripetutamente per migliaia di cicli. D’altra parte, la condizione in cui si trova il canale può essere letta come un "1" o uno "0", l'unità di base delle memorie dei computer.
Il fatto che il fenomeno si verifichi alla scala di cinque nanometri, osservano
i ricercatori, fa presagire la possibilità di garantire la validità della “legge” di Moore (secondo cui la potenza dei circuiti microelettronici raddoppia ogni due anni), ancora per parecchio tempo: la larghezza dei circuiti dei microchip attuali si aggira infatti sui 22 nanometri.
Inoltre, continuano i ricercatori, mentre i dispositivi di memoria anche più compatti, come le memorie flash che riescono a stipare milioni di bit in uno spazio minuscolo, stanno iniziando a raggiungere il limite delle loro capacità fisiche perché la loro architettura richiede la presenza di tre terminali per ogni bit, il nuovo tipo di memoria ne richiede soltanto due e quindi può essere confinato in un piano. Ciò significa che è possibile impilare schiere di memorie a due terminali in
configurazioni tridimensionali, incrementando la quantità di informazione che può essere immagazzinata in un chip.

Sviluppata una tecnologia per semiconduttori, basati sul DNA.

 Fonte: Sci-X
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Il gruppo di ricerca del professor Park Hyun Gyu, del Dipartimento di Ingegneria Chimica e Biomolecolare al KAIST, ha implementato con successo tutte le porte logiche usando il DNA, un’impresa scientifica che si è meritata la copertina della rivista internazionale di nanotecnologia “Small”.
Anche con la tecnologia più recente, era impossibile creare un semiconduttore a base di silicio più piccolo di 10nm, ma con il DNA, che ha uno spessore di soli 2nm, si potrebbero creare semiconduttori, dotati di gradi di integrazione del tutto ‘rivoluzionari’.
Un semiconduttore di 2nm sarà in grado di memorizzare 10 mila filmati HD all'interno di un chip della dimensione di un francobollo, una quantità di dati di almeno 100 volte maggiore di quella possibile coi semiconduttori attuali di 20nm.
I DNA sono costituiti da 4 basi che sono connessi in modo continuo: adenina (A) con timina (T) e guanina (G) con citosina (C).
Per questa ricerca, il team ha utilizzato le proprietà specifiche di legame del DNA, che formano la sua elica e una illuminazione molecolare circolare, che ha proprietà di segnalazione fluorescente, in presenza di cambiamenti strutturali.
Il gruppo di ricerca ha utilizzato segnali di ingresso per aprire e chiudere il DNA circolare, lo stesso principio che viene applicato a porte logiche nei circuiti digitali.
Il segnale di uscita è stato misurato mediante l’utilizzo dell'aumento e della diminuzione del segnale fluorescente della segnalazione molecolare, dovuti, rispettivamente, all'apertura e alla chiusura del DNA circolare.
La squadra ha superato i problemi di sistema limitato delle porte logiche esistenti e sono riusciti a implementare tutte le otto porte logiche (AND, OR, XOR, INHIBIT, NAND, NOR, XNOR, IMPlCATION). Per mostrare le sue proprietà rigenerative è stato testato un circuito multilivello che collega le diverse porte logiche.
Il professor Park ha detto che "dispositivi bio-elettrici, producibili a basso costo, con un alto grado di integrazione saranno possibili, grazie a questa ricerca".
Park Gi Su, dottorando e primo autore di questa ricerca, ha affermato che "una sequenza di DNA di 10 basi ha una lunghezza di solo 3 – 4 nm e uno spessore di 2 nm e può essere utilizzata per aumentare efficacemente il grado di integrazione dei dispositivi elettronici" e che "un bio-computer potrebbe concretizzarsi nel prossimo futuro, attraverso i semiconduttori di DNA, con porte logiche precise".
Testo originario:
Nella foto: il professor Park Hyun Gyu


martedì 2 ottobre 2012

Forse possibile una carta di credito quantistica non falsificabile.

Fonte: Sci-X
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Stephen Wiesner nel 1983 aveva riconosciuto che la natura fornisce modi per prevenire la falsificazione delle carte di creditofo: ad esempio, l'impossibilità di clonare informazione quantistica che è memorizzato su un qubit. Allora perché non utilizzare queste funzionalità per la verifica di sicurezza del denaro quantistica? Mentre le cifre stampate su una carta di credito sono abbastanza robuste per resistere all’usura dei vari sfregamenti, le informazioni quantistiche sono generalmente abbastanza messe alla prova da rumore, decoerenza e imperfezioni operazionali. Pertanto è necessario abbassare i requisiti nel processo di autenticazione. Un team di fisici del Max-Planck-Institut di ottica quantistica (Garching), dell'Università di Harvard (Cambridge, USA), e del California Institute of Technology (Pasadena, USA) ha dimostrato che tali protocolli possono essere tolleranti al rumore, garantendo nel contempo sicurezza rigorosa. Lo studio è pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science (PNAS).
Da un lato, le proprietà di informazione quantistica rendono ideale per evitare qualsiasi tipo di falsificazione. D'altra parte, le condizioni di vita quotidiana rendono praticamente impossibile memorizzare perfettamente bit quantistici di informazioni, a causa della fragilità dei loro supporti fisici che potrebbero essere singoli nuclei. I ricercatori, sotto la direzione del Prof. Ignacio Cirac, direttore al Max Planck Quantenoptik e capo della Divisione Teorica e il prof. Mikhail Lukin dell’Università di Harvard, si sono concentrati sia sul miglioramento della qualità di memorizzazione, sia nel fornire protocolli che possono appianare le imperfezioni provenienti dal mondo reale. Per fare questo, il processo di verifica per tali protocolli deve tollerare una certa quantità di errori dei bit quantistici. Allentare i requisiti di verifica migliora la capacità di un utente disonesto di falsificare un segno quantistico. Questa interazione è affrontata dagli scienziati impostando una soglia di tolleranza, che ammette una certa quantità di rumore, pur garantendo elevata sicurezza contro le copie fraudolente. Appena il dottor Fernando Pastawski (MPQ), che ha lavorato su questo argomento nella sua tesi di dottorato, è stato in grado di dimostrare che tali soglie si trovano per due tipi di protocollo di ‘segni quantici’. Nel primo protocollo, l’informazione quantistica deve essere fisicamente trasferita di nuovo al verificatore, che può quindi valutare la sua validità direttamente. Al contrario, il secondo protocollo prevede la verifica indiretta, avendo il verificatore comunicato con il detentore che misura localmente le memorie costituenti il bit quantistico.
In entrambi gli approcci, la banca emette un segno e lo invia al titolare. L’identità del segno può essere codificato su fotoni trasmessi attraverso una fibra ottica o su spin nucleari in una memoria solida e trasferiti al titolare. Tuttavia, solo la banca memorizza una descrizione completamente classica di questi stati quantici.
Nel metodo del ‘biglietto quantico’, il titolare deve restituire il segno alla banca o a un altro verificatore di fiducia per la convalida. Il verificatore è disposto a tollerare una certa frazione di errori, il che dovrebbe essere sufficiente per soddisfare le imperfezioni associate con la codifica, la memorizzazione e la decodifica dei singoli bit quantistici. L'unica informazione restituita al titolare è se il biglietto è stato accettato o rifiutato. In questo modo è stata ‘consumata’ e non è più a disposizione del titolare. Gli scienziati mostrano che attraverso tale approccio, sia la probabilità di rigetto del segno da un utente onesto,sia quella di accettare una contraffazione possono essere elementi trascurabili.
Il secondo approccio è il "classico biglietto di verifica quantistica". In alcuni casi può essere impossibile che i biglietti quantistici siano ridati indietro alla banca, fisicamente. Qui il titolare è tenuto a convalidare il suo segno quantistico, a distanza, rispondendo alle domande di verifica. Il team dei ricercatori considera uno schema in cui l’informazione quantistica è organizzata in blocchi di coppie di qubit. Una domanda di test di non-rivelazione consiste nel richiedere al titolare di utilizzare una base specifica di misura per ogni blocco. Così facendo, il titolare è in grado di fornire una risposta corretta, ma il segno viene consumato. Ciò esclude la possibilità per un utente disonesto di imbrogliare rispondendo alle domande complementari. Come in precedenza, la soglia data di tolleranza determina il numero di risposte corrette che è necessario per la verifica del segno. La struttura a blocchi utilizzata per il segno permette di sopprimere, esponenzialmente, l’indesiderata capacità del titolare disonesto di rispondere a due domande complementari, assicurando che un segno del vero titolare sarà autenticato con una probabilità molto alta. (…segue)
Testo originario: