mercoledì 1 ottobre 2014

Un sistema di decontaminazione senza sostanze chimiche per frutta e verdura.

Fonte: Cordis  
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Il progetto SAFEBAG sta sviluppando un sistema di decontaminazione senza sostanze chimiche per la frutta e la verdura fresche, il quale soddisfa la domanda dei consumatori di prodotti sicuri e ricchi di nutrienti con un impatto ambientale minimo.
A livello globale assistiamo a un aumento del numero di focolai di malattie causate dagli alimenti e legate alla frutta e verdura "pronte da mangiare". I trattamenti usati attualmente - come il lavaggio con cloro - spesso lasciano residui chimici e resti di acqua. C'è una crescente richiesta di ridurre la quantità di sostanze chimiche usate nel processo, che è possibile mediante un sistema di decontaminazione efficace e rispettoso dell'ambiente attualmente in fase di sviluppo da parte di SAFEBAG.

Grazie ai finanziamenti del 7° PQ, il team di SAFEBAG sta sviluppando un nuovo sistema di decontaminazione all'interno dell'imballaggio che ci permetterà di ridurre la quantità di sostanze chimiche usate per il lavaggio. Il sistema si basa su un plasma atmosferico freddo, generato dentro il pacchetto sigillato che contiene gli alimenti, il quale produce particelle altamente caricate (radicali liberi) per danneggiare o distruggere i batteri. La ricerca preliminare ha già indicato che questo plasma non termico (un gas ionizzato energetico) nel pacchetto può ridurre significativamente il carico microbico della frutta e della verdura fresche.

SAFEBAG sta attualmente sviluppando questo risultato continuando la ricerca per massimizzare i potenziali benefici di questa tecnologia. Il prototipo a base di plasma pre-competitivo è già stato costruito dal team ed è pronto per essere testato da parte dell'industria in termini di efficacia per la decontaminazione della frutta e della verdura impacchettata fresca.

Adesso che il progetto entra nella fase cruciale di collaudo, la dott.ssa Edurne Gaston Estanga, Group Leader di Food Technologies presso l'IRIS in Spagna e coordinatrice del progetto SAFEBAG, parla con la rivista research*eu risultati degli elementi innovativi della tecnologia e di cosa succederà dopo l'approvazione da parte dell'industria.

Quali sono i principali obiettivi del progetto?

L'obiettivo generale del progetto è sviluppare un prototipo pre-competitivo di un nuovo processo per ridurre il carico microbico nei cibi tagliati e impacchettati, sulla base di una tecnologia di plasma atmosferico freddo. Questo processo assicurerà la sicurezza alimentare ed estenderà la data di scadenza del prodotto senza alterarne la qualità o i profili nutrizionali.

Per raggiungere questo scopo, sono stati fissati cinque obiettivi. In primo luogo, abbiamo deciso di usare un banco di prova per il plasma in scala di laboratorio per ottimizzare i parametri di processo del plasma che portano a una massima efficacia antimicrobica mantenendo allo stesso tempo la qualità e le caratteristiche nutritive del prodotto. Il nostro secondo obiettivo era caratterizzare la scarica fisica del plasma e correlarla all'efficacia antimicrobica per capire meglio il processo. In terzo luogo abbiamo cercato di espandere il processo a livello pre-competitivo e cioè di progettare e costruire un prototipo di unità industriale. I nostri due obiettivi finali erano convalidare le prestazioni del prototipo nell'industria dei prodotti freschi e dimostrare l'applicabilità dell'unità prototipo.

Perché è così importante migliorare le soluzioni di decontaminazione per la verdura?

Il cloro è uno dei disinfettanti più efficaci e il suo uso è diffuso nell'industria dei prodotti freschi. Nonostante i severi standard di igiene e sicurezza durante la lavorazione, i focolai di malattie trasmesse tramite gli alimenti e legate alla frutta e verdura pronte da mangiare esistono a livello globale. Spesso ci troviamo di fronte a nuovi rischi a causa delle mutevoli caratteristiche di microorganismi e dell'ambiente. Aumentare la sicurezza di questi prodotti è di enorme importanza per proteggere i consumatori, specialmente in vista della crescita del consumo di prodotti freschi impacchettati.

Cosa c'è di nuovo o innovativo nell'approccio del progetto verso la decontaminazione?

L'uso del plasma atmosferico freddo per la conservazione dei cibi è un'innovazione in sé stessa e questa tecnologia è stata recentemente aggiunta alla lista delle lavorazioni non-termiche per i cibi. Inoltre, la novità del metodo di SAFEBAG sta nella generazione del plasma all'interno di un pacchetto sigillato che contiene il prodotto, il che facilita il trattamento rapido ed elimina il rischio di contaminazione post-lavorazione. SAFEBAG è una tecnologia di lavaggio asciutta, non-termica e senza sostanze chimiche, compatibile con la produzione in linea e l'imballaggio con MAP, che non lascia residui nocivi nel prodotto trattato.

Come funziona esattamente la decontaminazione al plasma?

Il plasma (conosciuto anche come il quarto stato della materia) è un gas energizzato elettricamente nel quale le molecole che costituiscono il gas si dividono per rilasciare elettroni liberi, radicali, ioni positivi e negativi, quanti di radiazione elettromagnetica, mentre alcune molecole possono rimanere ancora neutre. Ci sono diversi tipi di plasma a seconda delle condizioni nelle quali sono generati. SAFEBAG usa plasma atmosferico freddo (cioè vicino alla temperatura ambiente) con un metodo di scarica a barriera dielettrica. L'imballaggio degli alimenti viene trattato tra due elettrodi ad alto voltaggio. Il processo ad alto voltaggio ionizza il gas all'interno del campo elettrico, compreso il gas contenuto nel pacchetto. È questa miscela di specie attive che ha come risultato l'effetto anti-microbico. Le specie reattive interagiscono con la superficie degli alimenti alterando la struttura cellulare della superficie. Questo porta al rilascio di componenti cellulari, che colpiscono l'integrità della cellula. Può verificarsi anche un danno al DNA a seconda del tipo di batteri. La cosa fondamentale è che il gas torna stabile subito dopo, il che significa che non lascia residui chimici sul prodotto.

Il vostro obiettivo è allungare la data di scadenza mantenendo allo stesso tempo il valore nutrizionale. Come sta andando il progetto a questo riguardo?

Il lavoro in laboratorio ha mostrato risultati promettenti per diversi tipi di frutta e verdura fresca, come gli spinaci, i pomodorini e le fragole, per i quali si è ottenuto un allungamento notevole della data di scadenza e un aumento della ritenzione di parametri qualitativi fondamentali, altri prodotti invece hanno ottenuto risultati meno soddisfacenti (per esempio le verdure a foglia). Data la diversità dei prodotti alimentari che si trovano nell'industria, non c'è un metodo universale per quanto riguarda il trattamento degli alimenti.

Quali sono i prossimi passi del progetto e dopo il suo completamento?

Il prototipo pre-competitivo è stato costruito ed è già pronto per la convalida industriale, che comporta il collaudo della tecnologia per un'ampia gamma di prodotti e condizioni industriali. Le prove di verifica si terranno presso le sedi dei partner del progetto, Nature’s Best in Irlanda and Verdifresh in Spagna. Il controllo della tecnologia in condizioni industriali è fondamentale perché l'adozione della tecnologia abbia successo. Altre fasi del processo saranno aggiunte per realizzare un ulteriore sviluppo e ampliare le raccomandazioni scaturite dalle prove di verifica dell'industria.

Quando prevedete che sarà commercializzato il sistema?

È ancora troppo presto per dirlo. Il sistema ha suscitato un notevole interesse da parte dei produttori di tutto il mondo. Bisogna portare a termine il collaudo del prototipo in condizioni industriali, seguito da una tecnologia di nuova generazione rivolta a condizioni di lavorazione a livello commerciale. Si pensa che questa fase sarà completata in 2-3 anni.

Telefonini carichi più a lungo, si avvicina l'era del grafene. Anche transistor superpotenti e schermi flessibili.

Struttura atomica dell'interfaccia grafene-allumina (fonte: Alessandro Baraldi, università degli Studi di Trieste)
Fonte: ANSA Scienze 
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Non più telefonini da mettere in carica tutte le sere, nè computer surriscaldati, futuri transistor notevolmente più potenti di quelli attuali e monitor sottilissimi e flessibili: tutto questo diventerà possibile alla tecnologia, nata in Italia, che per la prima volta permette di sfruttare in pieno tutte le capacità del grafene.

Descritta sulla rivista Nature Communications, la tecnica si deve al gruppo di Alessandro Baraldi, docente di Fisica della Materia dell'Università di Trieste e responsabile del Laboratorio di Scienze delle Superfici del centro Elettra Sincrotrone Trieste. Allo studio hanno partecipato ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e di Regno Unito, Danimarca e Spagna. "Siamo orgogliosi - osserva Baraldi - di avere aggiunto un nuovo piccolo tassello al complicato puzzle che, quando completo, consentirà di passare dall'era del silicio all'era del grafene".

''Il grafene ha l'eccezionale capacità di trasportare gli elettroni a temperatura ambiente e con essi la corrente elettrica'', spiega Baraldi. Questo però avviene quando il grafene è ''da solo'' e finora non è stato possibile combinarlo con un altro materiale senza danneggiarne la struttura e senza renderlo meno efficiente. Per questo, prosegue, ''nei dispositivi elettronici dove il grafene verrà impiegato sempre più diffusamente, come smartphone, schermi flessibili e celle a combustibile, le sue proprietà vengono irrimediabilmente degradate durante il processo di trasferimento dalle superfici dei metalli sui quali viene cresciuto alle superfici dei materiali ai quali deve essere abbinato''.

La tecnica messa a punto Trieste riesce a risolvere il problema: ''Abbiamo cresciuto il grafene sulla superficie di una lega di nickel-alluminio'', spiega Luca Omiciuolo, primo autore della pubblicazione e studente del dottorato in Nanotecnologie dell'Università di Trieste. ''Successivamente - aggiunge - abbiamo ossidato in modo selettivo gli atomi di alluminio posti al di sotto del grafene fino a formare uno strato dello spessore di circa 2 milionesimi di millimetro (nanometri) di ossido di alluminio, in modo così efficace da ripristinare le proprietà elettroniche che rendono unico il grafene nel suo stato isolato''. In questo modo si è ottenuto un ''grafene di altissima qualità'' che ''poggia su uno strato sottilissimo di ossido e questo costituisce la combinazione ideale per l'uso nei dispositivi elettronici".

giovedì 19 giugno 2014

È italiana la misura più precisa della costante gravitazionale.

Esperimento Magia: atomi intrappolati nella camera ad alto vuoto tramite la radiazione laser e usati per le misure gravimetriche (fonte: Infn)
Fonte: ANSA Scienze 
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E' italiana la misura più precisa della costante gravitazionale: quello descritto sulla rivista Nature è il tentativo più preciso di calcolare l'intensità della forza di gravità, dei circa 300 fatti dalla fine del '700 ad oggi. Il risultato, che riguarda uno dei cinque valori fondamentali dell'universo, si deve alla tecnica messa a punto dal gruppo di Guglielmo Tino, della sezione di Firenze dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e dell'università di Firenze.

Chiamata 'Magia', la tecnica 'avvicina' la gravità al mondo della meccanica quantistica, determinando con precisione il valore della meno 'conosciuta' delle costanti fondamentali della fisica. La costante G rappresenta uno dei più importanti 'numeri' in tutto il campo della fisica. E' infatti il valore che determina - ovunque nell'Universo - l'intensità dalla forza di gravità, il 'motore' che dà forma a galassie, stelle e pianeti. ''A differenza delle altre costanti però – spiega Guglielmo Tino, responsabile dello studio – sappiamo definirla in modo molto scarso. Un vero smacco per i fisici''. Ciò è dovuto principalmente alla 'debolezza' della gravità: questa è infatti la meno 'forte' delle forze note e sin dal primo esperimento, realizzato nel 1798 per misurare il valore di G, molti altri scienziati hanno ottenuto risultati poco precisi e spesso in contrasto tra loro.

Grazie all'esperimento Magia, i ricercatori italiani hanno ideato un metodo completamente nuovo che si avvale delle proprietà quantistiche della materia. L'esperimento consiste nella misura della 'deviazione' subita da un gruppo di atomi di rubidio, rallentati con dei laser, da una grossa massa di tungsteno posta a pochi centimetri dalla loro traiettoria. ''Il risultato ottenuto nella misura di G – prosegue Tino – ha una duplice importanza. In prima battuta dimostriamo la correttezza di un metodo nuovo che potrà essere migliorato ulteriormente anche da altri gruppi di ricerca. Secondo aspetto importante è che abbiamo usato una 'sonda quantistica' per misurare la gravità. Si tratta di due mondi considerati 'separati' e che in qualche modo abbiamo 'riavvicinato'''. Legge di gravità e meccanica quantistica fanno riferimento infatti a mondi 'diversi', quello macroscopico e quello dell'infinitamente piccolo, che appaiono enigmaticamente seguire logiche diverse.

lunedì 9 dicembre 2013

"PENSIERI. Confessioni di una mente in libertà" (2013); eBook, pp.127,costo: 5 €.

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Attenzione: L'ebook non viene spedito automaticamente, bensì entro 24 ore a partire dal momento in cui viene effettuato l'acquisto tramite Paypal.
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Tra le pagine di questa breve ma essenziale raccolta di riflessioni personali ad alto “potenziale soggettivo” (atte a svelare il “lato umano” dell’autore; come egli stesso dichiara nella prefazione del presente volume), Intilla ha inserito anche alcuni articoli ed interviste, che non ebbe mai modo di inserire nei suoi precedenti libri, poiché difficilmente collocabili all’interno di determinate linee argomentative. L’autore, lungi dalla presunzione di voler impartire qualche “lezione di vita” ai lettori più “esigenti”, affida questi suoi pensieri a tutti coloro che vorranno aprire le proprie menti verso una migliore conoscenza di sé stessi e del mondo in cui viviamo, non attraverso le sue idee e considerazioni personali, ma attraverso ciò che essi stessi saranno in grado di cogliere ed elaborare con il proprio intelletto e le proprie capacità associative, tra gli innumerevoli spunti di riflessione presenti in quest’opera.  Il testo è piuttosto scorrevole e non richiede particolari conoscenze tecnico-scientifiche nel campo della fisica o della chimica (prerogativa invece essenziale per tutti gli altri libri finora pubblicati dallo stesso autore).
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Prefazione integrale

giovedì 24 ottobre 2013

Intelligenza Artificiale, tra emozioni e sentimento.

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Nel 1985, nel suo libro “La società della mente”, Marvin Minsky scrisse: “Non dobbiamo chiederci se le macchine intelligenti possano avere delle emozioni, ma se tali macchine possano essere intelligenti senza di esse”. Fino a non molti anni fa, lo studio sull’intelligenza artificiale  ignorava l’importanza delle emozioni nello sviluppo delle risposte artificiali in quelle che potremmo tranquillamente chiamare: “macchine semi-pensanti”. Ma in questi ultimi anni però, le cose sono cambiate. Rosalind Picard, direttore del gruppo di “Calcolo Affettivo” (Affecting Computing Research) del MIT, in un’intervista spiegò che il “calcolo affettivo” definisce “il settore che si occupa dei calcolatori che sono in grado di riconoscere, esprimere e generare progressivamente emozioni umane”, aggiungendo inoltre che “esso include l’assegnazione alle macchine di abilità di intelligenza impressionabile”; e non escludendo infine l’ipotesi che un giorno, determinate “risposte oggettive e standardizzate, potrebbero definire dei comportamenti superiori a quelli umani”.
Quando un essere umano, è in grado di superare delle prove di intelligenza con eccellenti risultati, ma senza contemporaneamente provare alcuna emozione, emerge una condizione patologica denominata: “sindrome frontale” (a volte chiamata anche "sindrome di Damasio"). Tali persone prendono delle decisioni su basi esclusivamente logiche, senza alcuna mediazione emotiva (con risultati generalmente disastrosi). La “sindrome frontale” è caratterizzata da alterazioni nel lobo frontale, con interessamento di una zona chiave della corteccia che comunica con il sistema limbico. I malati di “sindrome frontale”, ottengono normalmente eccellenti risultati nella prove di intelligenza, ma sono persone con forti incapacità emotive nei loro approcci. Quindi prendono decisioni che non possono essere considerate intelligenti. Se una persona normale, dopo una determinata azione logica, non ottiene il risultato atteso, cercherà un’altra soluzione; ma questo non avviene nel malato di “sindrome frontale”, che ripeterà continuamente ciò che gli sembra logico, anche se i risultati sono sempre e palesemente disastrosi. Non esiste quindi per tali persone, un “circuito di controllo” delle sensazioni, in grado di migliorare i loro processi cognitivi (apportando maggiore informazione o ridefinendo quella già esistente a livello intuitivo) e dunque di rendere del tutto logica ogni successiva azione intrapresa. Come ben spiega Sara Sesti in un eccellente articolo su tale argomento: “Tanto Edith Stein, quanto Max Scheler, anche se in modi differenti, avevano individuato nell’empatia (per Scheler “immedesimazione affettiva”) il modo di conoscere umano; ossia la capacità di cogliere affettivamente il vissuto altrui. Prima di qualsiasi altro scambio, l'empatia costituisce il primo momento e la base di ogni comunicazione e rappresenta la capacità di comprendere l'altro senza bisogno di simboli o parole, ma attraverso gli atti intenzionali. La forma di percezione nella quale consiste la comprensione empatica non è la semplice percezione passiva e ricettiva, ma contiene in sé il momento attivo della rielaborazione del percepito”.
Secondo la ricercatrice Javier Movellan: “L'aspetto affettivo della comunicazione arricchisce la pura comunicazione verbale di messaggi che altrimenti rimarrebbero inespressi. Anzi, la comunicazione affettiva è a volte sufficiente affinché avvenga la comprensione tra due esseri viventi". Nel suo articolo sulle “emozioni artificiali”, la Sesti prosegue affermando che: “Il computer, attraverso l'acquisizione e l'elaborazione delle centinaia di migliaia di informazioni relative al volto umano e ai suoi movimenti, impara a riconoscere nei volti reali delle persone sentimenti come la gioia, la rabbia, la tristezza o la curiosità. Marian Bartlett, che svolge il suo dottorato di ricerca presso il Machine Perception Laboratory e si occupa direttamente del progetto di riconoscimento facciale, afferma che oggi i loro computer sono in grado di riconoscere le dodici principali espressioni facciali con la stessa accuratezza di un esperto (umano) del settore. Il trucco utilizzato dai ricercatori è quello di mimare il funzionamento della retina umana suddividendo l'immagine in piccole celle, che vengono poi esaminate per individuarne i cambiamenti. I problemi da risolvere riguardano ancora, però, la capacità del computer di seguire i movimenti di un volto in una situazione comune e quindi in presenza di elementi di disturbo. Il trucco adottato in questo caso consiste nel far seguire al computer i colori della pelle che rappresentano una piccola banda dello spettro luminoso. Naturalmente, come per ogni scoperta tecnologica, sono già stati previsti gli usi e le applicazioni dell'Informatica Affettiva. La capacità dei computer di riconoscere gli stati d'animo degli uomini potrebbe essere fruttuosamente applicata alla diagnosi di alcune patologie psichiche, quali la depressione e certe forme di schizofrenia, che potrebbero essere individuate nelle loro manifestazioni dalla macchina prima che dal terapeuta. Oltre alle applicazioni nel campo della medicina si prevedono ottimi risultati nell'utilizzo dell'Informatica Affettiva nell'ambito dell'insegnamento a distanza. L'insegnante elettronico potrebbe adattare il metodo d'insegnamento per ogni allievo a seconda delle sue risposte emotive. Altrimenti, nel caso dell'insegnamento a distanza nel quale comunque sia mantenuta la presenza di un insegnante umano, l'applicazione della nuova tecnologia permetterebbe a quest'ultimo di essere cosciente delle reazioni dell'allievo e del suo interesse. Altro ambito nel quale si intravede la reale possibilità di utilizzo è quello dell'interazione con oggetti d'uso quotidiano: dal giocattolo che si accorge della tristezza del bambino e lo invita a giocare, all'automobile che suggerisce al guidatore stanco di accostare e riposarsi”.
Fatta questa premessa, su come sia possibile, per una “macchina”,  riconoscere ed interpretare correttamente determinate emozioni umane e rispondere di conseguenza (mimando tali stati emotivi), rimane però ancora una questione fondamentale da risolvere; ovvero: Ma tali macchine, un giorno, saranno in grado di replicare perfettamente i processi cognitivi umani? E se la risposta è sì, in tal caso, le loro emozioni, saranno “reali”? Qual è il confine tra “reale” ed “irreale/artificiale”, quando parliamo di “stati mentali”? Perché di questo si tratta, ossia di stati di elaborazione dell’informazione così complessi, da poter essere considerati dei veri e propri “stati mentali”! Ebbene io qualche idea a tal proposito ce l’avrei.
Sul fatto che un giorno l’uomo riuscirà a costruire delle “macchine” in grado di replicare perfettamente i processi cognitivi umani (attraverso forme d’ intelligenza addirittura superiori a quelle tipiche degli esseri umani dotati di straordinarie capacità intellettive), in grado di muoversi autonomamente ed autoalimentarsi  (immaginiamo degli androidi estremamente evoluti, a titolo d’esempio), non ho alcun dubbio.  Ciò mi porta ad ipotizzare che il “sistema pulsante”, l’ “elaboratore centrale” di informazione relativa a tutti i processi cognitivi di  tale “macchina pensante”, potrà essere costruito ed operare su diverse tipologie di substrato ; per cui potrebbe essere di natura chimico-biologica, del tutto composto da elementi di natura inorganica, oppure ibrido (dove l’elettronica si fonderebbe con elementi di natura chimico-biologica).  Da tale ipotesi, non posso far altro che andare oltre e pormi le seguenti domande:  Ma tali “macchine pensanti”, raggiunto un certo livello di complessità (in materia di processi cognitivi), potranno manifestare anche un comportamento emotivo o addirittura “provare” del sentimento verso persone, animali  o altre “macchine pensanti” simili a loro? Emozioni e sentimento, necessitano  forzatamente di una “mente biologica”, oppure no?  Se ad un essere umano viene trapiantato un cuore artificiale (di materiale plastico-inorganico), i suoi sentimenti nei confronti dei suoi cari restano immutati. Non diventa improvvisamente insensibile o privo di quei meccanismi che regolano i suoi processi empatici. Lo stesso discorso si potrebbe fare per quelle persone alle quali vengono impiantati altri organi artificiali di natura inorganica oppure delle protesi in sostituzione degli arti inferiori o superiori; tali persone non diventano delle macchine, senza emozioni, sentimento, empatia e principi morali! Dunque tutto lascia credere che sia solo il cervello, a dare origine ad emozione  e sentimento; ossia che tutto dipenda dal nostro “elaboratore centrale” di informazione relativa a tutti i nostri processi cognitivi!  Nonostante queste considerazioni però, la domanda di partenza rimane sempre la stessa:  Emozione e sentimento, necessitano  forzatamente di una “mente biologica”? Ovvero, tutti i processi cognitivi, per manifestare determinate forme  di espressività comportamentale legate ad emozione e sentimento, debbono necessariamente prendere forma e svilupparsi attraverso un substrato biologico? Ma cosa sono in realtà le emozioni, che cos’è in realtà il sentimento?  Sono degli stati mentali, che portano a delle manifestazioni corporee, ma non sempre!  In alcuni individui infatti, tali stati mentali vengono “interiorizzati”, e dunque possiamo accorgerci della loro esistenza soltanto attraverso una comunicazione verbale con il soggetto interessato. Ma uno stato mentale possiamo però definirlo attraverso la tipologia delle onde cerebrali emesse in un dato istante e delle aree del cervello interessate durante tale processo cognitivo. Si tratta dunque di rilevare determinate onde elettromagnetiche e di determinare alcune aree del nostro cervello chiamate in causa durante uno specifico evento preso in esame (un gesto d’affetto, un grido di gioia,…). Ma se le onde elettromagnetiche emesse da un apparato tecnologico di natura inorganica , fossero della stessa natura (stessa frequenza e lunghezza d’onda) di quelle emesse da un cervello umano (quindi da un substrato biologico); se tali onde (dell’apparato tecnologico) emergessero inoltre, solo ed esclusivamente da determinate parti (o aree) del dispositivo artificiale (dunque secondo degli schemi  analogicamente equiparabili a quelli presenti nel cervello), a dipendenza della natura dell’onda stessa e della sua “affinità” con determinate aree dell’elaboratore artificiale; e se infine l’intero processo di elaborazione dell’informazione, fosse identico a quello prodotto da una mente umana, in che modo potremmo accorgerci della differenza?  Possiamo immaginare dunque l’esistenza di stati mentali di natura artificiale (non biologica); ma ci è difficile immaginare che onde elettromagnetiche della stessa natura (uguali in entrambi i sistemi di riferimento: cervello e apparato artificiale), e altrettanti processi di elaborazione dell’informazione anch’essi identici nei due sistemi di riferimento (cervello e apparato artificiale), possano dare origine a degli stati mentali umani e non umani! E se un giorno scoprissimo che amore e sentimento sono dei principi universali legati a qualsiasi “entità pensante” dell’Universo (sia essa di natura biologica o meno)? Ebbene sarà solo l’evoluzione della scienza e della tecnologia nell’ambito dell’intelligenza artificiale, che in futuro potrebbe portarci verso una risposta definitiva ed esauriente a tale domanda; per ora possiamo solo limitarci a cercare il modo di accrescere e diffondere tali principi tra i nostri simili, i quali, anche se non fossero universali, sono comunque in grado di rendere l’animo umano più nobile ed aperto ad ogni eventuale comunione (in futuro), con altre “entità pensanti” di natura diversa dalla nostra (fossero esse terrestri, dunque costruite dall’uomo, o provenienti da altri mondi). 
Nel libro “Il Principio Antropico”, gli autori John D.Barrow & Frank J.Tipler, sostengono che: “"L'opportunità di creare esseri intelligenti superiori agli esseri umani viene messa spesso in discussione, in quanto si dice che tali esseri non sarebbero dei servitori ma dei padroni. Noi riteniamo, al contrario, che sarebbe saggio dal punto di vista economico che i membri di specie evolutesi per via naturale costruissero dei robot intellettualmente molto superiori a se stessi. Ricordiamo che ogni ricchezza è in ultima istanza Informazione. Robot dall'intelligenza superiore aumenterebbero la quantità di Informazione a disposizione di una civiltà ben al di là di quanto potrebbero fare i soli sforzi dei creatori. La cooperazione tra robot super-intelligenti e membri della specie che li ha creati, porterebbe ad un aumento della ricchezza disponibile per entrambi i gruppi, e la specie creatrice sarebbe più ricca con i robot che senza. Che la cooperazione tra due entità economiche A e B, con A superiore a B sotto tutti i punti di vista, comporti un miglioramento economico per entrambe, è una ben nota conseguenza della teoria del vantaggio relativo in economia. Noi esseri umani non dovremmo avere paura dei nostri discendenti robot più di quanto ne abbiamo di quelli fatti di carne e sangue, che un giorno l'evoluzione renderà diversi dall'Homo sapiens. Decisamente non sarebbe saggio attaccare o tentare di ridurre in schiavitù i robot intelligenti nostri discendenti. Non dimentichiamo che nel racconto originale Frankestein era inizialmente un essere gentile e generoso, diventato malvagio solo per lo spietato trattamento ricevuto dagli uomini". Io aggiungo semplicemente questo: Tutto vero …purché le cose vadano sempre nel “verso giusto”.
Le ricerche più recenti (nonché le rispettive applicazioni) nel campo dell'intelligenza artificiale, atte alla realizzazione di robot umanoidi, implicano anche un miglioramento tecnologico in grado di fornire a queste "macchine" (un domani), una sorta di intelligenza emotiva sulla cui base possa svilupparsi ciò che comunemente chiamiamo: autocoscienza. Paradossalmente comunque, in base ai parametri più "deterministici" della teoria dell' "Oggettività Forte", il fenomeno dell'autoconsapevolezza non esiste (in quanto il nostro Ego viene considerato come una sorta di entità fittizia); tutto è quindi definibile in termini di "complessità auto-organizzantesi". Tuttavia, non è possibile intraprendere alcun tipo di studio o ricerca sull'intelligenza umana o artificiale, sulla base del modello deterministico della realtà.
A mio avviso, è possibile definire il concetto di "sentimento" come una sorta di input alla cooperazione, il cui fine ultimo è quello di migliorare la qualità dell'Informazione onde poter raggiungere livelli sempre più alti sulla nostra scala evolutiva. Nel caso specifico della specie umana quindi, tale fenomeno ("sentimento") porta a dei rapporti di coppia (uomo-donna) stabili i cui frutti (prole) saranno in grado di garantire una certa continuità della specie e quindi in ultima analisi, un miglioramento della qualità dell'Informazione (che come abbiamo precedentemente visto, rappresenta la nostra reale "ricchezza"). Amore ed Amicizia quindi, giocano un ruolo importantissimo nel processo evolutivo di una specie. Se un giorno quindi i nostri cari androidi diverranno sufficientemente evoluti da poter addirittura auto-riprodursi, possiamo facilmente intuire che non esiteranno un solo istante ...a mettere in pratica tale opportunità.  

martedì 22 ottobre 2013

L'evoluzione delle idee, attraverso i sentieri delle probabilità.

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Due amici, in un parcheggio per automobili…
“Ma guarda un po’ quell’auto, ha alcune impronte bianche di zampa di gatto sul cofano; e sembrerebbe persino vernice! …non vorrei essere nei panni del proprietario di quell’auto; riverniciare il cofano gli costerà probabilmente oltre mille euro!”
“Guarda che le cose non stanno come pensi. Conosco il proprietario di quell’auto; quelle impronte sul cofano le ha dipinte lui di proposito, pensando di rendere più simpatica la sua vettura”.
"Però …non l’avrei mai detto. E quell’auto accanto, tutta a pallini rossi su vernice bianca, l’hai vista?...il proprietario dev’essere sicuramente una persona molto estroversa…”

“Conosco anche il proprietario di quell’auto. Sono stati due ragazzini dispettosi, due sere fa, durante la notte, a ridurgliela così”.
“Ma è incredibile questa coincidenza! In uno stesso parcheggio, vi sono le auto di due persone che conosci personalmente …e che ovviamente hai subito riconosciuto dalle loro strane caratteristiche!”
“Trovi? …io invece ritengo più incredibile il fatto che un proprietario dipinga sulla sua automobile, solo tre impronte di zampa di gatto …invece di ricoprirla interamente di tali impronte; come ritengo altresì incredibile che due ragazzini, durante la notte, siano stati in grado di compiere in breve tempo un lavoro così accurato e preciso, come tu stesso puoi osservare con i tuoi occhi”.
“E quindi, cosa vorresti dirmi, che mi hai mentito?”
“E su che cosa, ti avrei mentito? Sul fatto che conosco i proprietari delle automobili, o sulle strane caratteristiche estetiche  delle loro vetture? Che io ti abbia mentito oppure no, sul fatto che conosco i proprietari, inciderebbe in qualche modo sulle probabilità che io ti abbia mentito anche su tutto il resto?”
“Bè, se tu mi avessi mentito sul fatto che conosci i proprietari, molto probabilmente anche tutto il resto sarebbe solo frutto della tua fantasia!”
“Già …questo è ciò che la nostra mente ci induce a credere e che col tempo abbiamo imparato persino a quantificare, in termini di probabilità, attraverso le regole dell’inferenza bayesiana. Per gli esseri umani risulta sempre molto difficile credere che possano esistere delle “verità isolate”, che non siano a loro volta figlie di una verità “centrale” più grande ed omnicomprensiva; tutto dev’essere sempre giustificato da un rapporto di causa-effetto o perlomeno da supposte (dunque soggettive) analogie tra i vari oggetti, pensieri, osservazioni ed eventi che compongo il puzzle di un determinato contesto preso in considerazione (che per quanto vasto possa essere, dovrà pur sempre avere dei limiti). Nel presente quindi, debbono sempre figurare degli elementi che ci ricollegano inevitabilmente al passato; affinché il tutto abbia un’aria di credibilità e sia quindi accettabile ed utilizzabile come terreno per ulteriori indagini (a titolo d’esempio, basti pensare al fatto che nel campo dell’astronomia, ci vollero circa 1300 anni per passare dalle idee di Tolomeo a quelle di Copernico!). Ciò ovviamente non può far altro che rallentare ogni eventuale progresso lungo il nostro percorso evolutivo, in ogni ambito dell’attività umana. Ma è un bene che le cose stiano così, altrimenti sulla Terra regnerebbe il caos; sia nel mondo delle idee (in ambito scientifico, filosofico, politico, economico, etc.) che in quello pratico relativo alla vita quotidiana di ogni essere umano che si rapporti con i suoi simili, all’interno di una collettività. Un mondo pieno di gattini ciechi non gioverebbe proprio a nessuno, ma starebbe solo a simboleggiare, forse come monito per l’intera civiltà umana, che la strada verso un’estinzione prematura, se non stiamo bene attenti, potremmo iniziare a costruircela da soli …e probabilmente senza neppure accorgercene”.  

domenica 20 ottobre 2013

Il mondo dei "vincenti".

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Dopo la riunificazione delle due repubbliche tedesche, federale e democratica (il 3 ottobre del 1990), le persone residenti nella Germania Est iniziarono a fare a gara nel trasferirsi il più presto possibile nella confinante Germania Ovest; la “terra promessa” in cui chi aveva la fortuna di approdare, poteva godere di tutte le meraviglie del capitalismo. I più audaci quindi, spinti dall’illusione della “libertà” e dal desiderio di sperimentare sulla loro pelle, quell’eccitante sensazione data da una libera competizione verso ricchezze e potere, sostenuti solo dalla loro vanità e avidità, si riversarono in massa  nella terra che avevano sempre sognato. Chi riuscì a realizzare i propri sogni, grazie alle proprie doti intellettive ed intuito negli affari (ma grazie anche ad una buona dose di fortuna e in molti casi anche di astuzia e disonestà), si convinse quindi della validità e degli innumerevoli pregi del sistema capitalistico; portandone alta la bandiera . Ed oggi sono proprio i nuovi ricchi del est (ormai non più giovani), coloro che durante la loro infanzia vissero sotto regime comunista, ad ostentare maggiormente le loro ricchezze. Per tali persone, il successo (denaro e potere a volontà), è figlio indiscusso della selezione naturale; visto che per raggiungerlo, occorre passare per la competizione (ad ogni costo, con ogni mezzo, calpestando chiunque intralci il loro cammino). I più forti vincono, i più deboli soccombono, così vuole la dura legge della natura; questa è la loro filosofia di vita. Ma è fin troppo facile adottare questa filosofia di vita quando si è dei “vincenti” e rinnegarla invece quando  si è dei “perdenti” (elogiando in tal caso il buon vecchio regime comunista). Un “vincente” quindi dovrebbe mostrarsi sempre coerente con le proprie idee e nel caso in cui il destino dovesse tradirlo (o metterlo alla prova?) facendogli perdere ogni ricchezza materiale, avere almeno il coraggio di suicidarsi. Invece il più delle volte capita che tali signori, invece di fare ciò che per coerenza con le loro idee dovrebbero fare (togliersi di mezzo), improvvisamente, trovandosi sull’orlo di un precipizio (o essendoci già finiti dentro), al culmine della loro ipocrisia, diventino dei “buonisti”; dei docili, simpatici ed amichevoli “fratelli” in cerca dell’ “Unità”. Ma forse è un bene che sia così; tutti hanno il diritto (o il dovere?) di capire, quando il fato ci mette duramente alla prova, che in realtà non esistono né perdenti e né vincitori, a questo mondo, ma solo persone che meritano di vivere dignitosamente. La selezione naturale (almeno quella legata alla competizione per le risorse, poiché quella legata agli adattamenti ambientali ed epidemiologica, non dipende dal livello evolutivo di alcuna specie animale) possiamo tranquillamente lasciarla alle specie animali meno evolute della nostra; poiché tali specie non sanno ciò che fanno e i loro comportamenti, sono quindi giustificabili; ma gli esseri umani sanno esattamente ciò che fanno, ne sono pienamente consapevoli, ed è per questo motivo che sono tutti biasimabili. Ma forse sono ancora io a sbagliarmi; infatti, finché negli esseri umani prevarranno determinati “impulsi neurogenetici di antico stampo”, le cose non potranno mai cambiare in meglio; e la realtà che osserviamo oggigiorno a livello sociale, è solo il risultato di un livello evolutivo ancora piuttosto basso, della nostra specie animale.