giovedì 8 novembre 2012

Nuovo concetto e metodo per rilevamento e visualizzazione delle impronte digitali.

Fonte: Sci-X
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Gli scienziati della Hebrew University di Gerusalemme hanno sviluppato un nuovo approccio per rendere più facilmente leggibili le impronte digitali sulla carta, un supporto che spesso rende difficile il rilevamento delle impronte. Il nuovo metodo, creato da un team guidato dal Prof. Yossi Almog e dal Prof. Daniel Mandler dell'Istituto di Chimica presso l'Università Ebraica, utilizza un innovativo processo chimico per produrre un negativo dell’immagine dell'impronta digitale, piuttosto che l'immagine positiva prodotta coi metodi correnti. Il processo sviluppato è pressoché indipendente dalla composizione del sudore residuo lasciato dal dito sulla carta.
La nuova procedura sviluppata presso l'Università Ebraica evita questi problemi. Esso fa un’inversione del metodo consolidato, nel quale nanoparticelle d’oro sono prima depositate sulle impronte invisibili, seguiti da argento elementare, in modo simile allo sviluppo di una fotografia in bianco e nero.
Nella tecnica convenzionale, le particelle d'oro si attaccano alle componenti aminoacide del sudore presente nelle impronte digitali e poi l’argento viene depositato sull’oro. Il risultato è che, molto spesso, si ottengono impressioni, poco contrastate, delle impronte digitali. Nel nuovo metodo, le nanoparticelle d’oro aderiscono direttamente alla superficie della carta, ma non al sudore. Questa tecnica utilizza il sebo dalle impronte digitali come mezzo per evitare questa interferenza. Il trattamento con uno sviluppatore contenente argento fa diventare nere le aree su cui c’è oro: in tal modo si ha una immagine negativa, chiara dell’impronta digitale.
"Dato che il nostro metodo si basa unicamente sulle componenti grasse nelle impronte digitali, gli aspetti del sudore non svolgono alcun ruolo nel processo di imaging", ha detto il Prof. Almog. Questa tecnica promette anche di risolvere un altro problema, ha detto. "Se la carta si bagna è bagnata, è finora stato difficile rilevare le impronte digitali perché gli aminoacidi nel sudore, che sono il substrato primario per reazioni di amplificazione chimica, vengono sciolti e lavati via dall'acqua, mentre le componenti grassi sono appena intaccate" In tal modo, la possibilità di evitare gli aspetti del sudore fornisce un ulteriore avanzamento per le indagini di laboratorio della polizia, ha osservato lo scienziato.
Testo originario integrale:

Filtro biologico che abbatte residui medicinali nelle acque.

Fonte: Sci-X
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Quindici studenti del Centro di Biotecnologie dell’Università di Bielefeld hanno sviluppato un filtro biologico che rimuove gli estrogeni dall’acqua potabile. Vi sono riusciti mediante la produzione di enzimi che abbattono gli ormoni. Si tratta di enzimi di funghi che crescono sugli alberi, i quali filtrano i residui di medicinali dalle acque di scarico e dall’acqua potabile.
I metodi convenzionali di filtraggio delle acque reflue negli impianti di trattamento delle acque reflue non sono in grado di rimuovere completamente i residui di farmaci, come ad esempio gli estrogeni. Questi residui poi vanno a finire nei fiumi e nei laghi e si accumulano nell’acqua potabile. Per i pesci e le altre forme di vita acquatica, gli estrogeni possono portare a disturbi riproduttivi e di sviluppo e persino alla formazione di caratteristiche femminili nei maschi. Le potenziali conseguenze a lungo termine per gli esseri umani, il numero degli spermatozoi in declino, la sterilità, vari tipi di cancro e osteoporosi, sono ancora in gran parte sconosciute.
Il team degli studenti di Bielefeld ha sviluppato un filtro biologico in cui gli enzimi specifici (i cosiddetti laccasi) abbattono questi residui di medicinali. Una fonte nota di laccasi particolarmente efficienti è il ‘turkey tail’ (coda di tacchino), un tipo di fungo che cresce sugli alberi. Utilizzando metodi di biologia sintetica, gli studenti sono riusciti a sintetizzare questo enzima e ad impiegarlo per filtrare materiale. 'Non volevamo inventare qualcosa di completamente folle con il nostro progetto, solo perché è tecnicamente possibile. Volevamo fare qualcosa che possa realmente essere utilizzato in un prossimo futuro, ossia essere un reale vantaggio ', spiega Robert Braun, uno studente di biotecnologia molecolare. Il biofiltro realizzato è appunto un progetto del genere.
Articolo originario integrale:

Un nuovo nanomateriale che resiste ...alle pallottole!

Fonte: Sci-X
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Un nuovo studio condotto da ricercatori del MIT e della Rice University ha dimostrato che anche materiali molto leggeri,più leggeri del Kevlar, possono essere in grado di svolgere la funzione di protezione contro urti ad alta velocità da parte di corpi vari, come sassi, sabbia, pezzi di ferro e proiettili.
La chiave è usare materiali compositi, costituiti da due o più materiali, le cui rigidità e flessibilità sono strutturati in modo molto specifico, ad esempio, in strati alternati di solo pochi nanometri di spessore. Il team di ricerca ha prodotta anche proiettili in miniatura e ha misurato gli effetti che hanno prodotto sul materiale che doveva assorbire l'impatto.
I risultati della ricerca sono riportati nella rivista Nature Communications, in un articolo intitolato ("High strain rate deformation of layered nanocomposites").
Il team ha sviluppato un polimero auto-assemblante, dotato di struttura a strati: strati gommosi, che forniscono la resilienza, alternati a strati vetrosi, che forniscono la resistenza. Hanno poi sviluppato un metodo per sparare perle di vetro contro il materiale, ad alta velocità, utilizzando un impulso laser per far evaporare rapidamente uno strato di materiale appena sotto la sua superficie. Sebbene le perline fossero minuscole, del diametro di millesimi di millimetro, erano comunque centinaia di volte più grandi degli strati del polimero contro cui hanno impattato:ossia abbastanza grandi per simulare l’impatto di grossi oggetti, come le pallottole, ma sufficientemente perché gli effetti degli impatti potessero essere studiati in dettaglio, mediante un microscopio elettronico. (segue…)
Testo originario integrale:
Immagine courtesy of Thomas Lab, Rice University

Ottenuto Diesel dallo zucchero, grazie ad un processo di fermentazione.

Fonte: ANSA.it
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Un lungo processo di fermentazione utilizzato in passato per trasformare l'amido in esplosivi può essere utilizzato per convertire lo zucchero in biodiesel. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, si deve al gruppo di ricerca coordinato dall'americano Dean Toste, dell'università della California a Berkeley.

Secondo gli autori il prodotto ottenuto potrebbe essere commercializzato entro 5-10 anni, soprattutto come biodiesel da usare come carburante nei trasporti.

I ricercatori sono partiti da una tecnica inventata quasi cento anni fa, nel 1914, dal chimico Chaim Weizmann. Nel suo processo, Weizmann utilizzava il batterio Clostridium acetobutylicum per far fermentare gli zuccheri dell'amido in acetone, butanolo ed etanolo. Il processo di fermentazione, chiamato Abe per le tre sostanze chimiche prodotte, ha permesso alla Gran Bretagna di produrre l'acetone necessario per produrre la cordite, utilizzata a quel tempo per sostituire la polvere da sparo.

Per ottenere il Diesel i ricercatori hanno sviluppato un metodo che estrae l'acetone e il butanolo dalla miscela di fermentazione ottenuta con la tecnica di Weizmann e poi, con un catalizzatore, hanno convertito queste sostanze in una miscela di idrocarburi a catena lunga che assomiglia alla combinazione di idrocarburi nel gasolio.
Il problema dei percorsi naturali per produrre etanolo e altri alcol è che i composti ottenuti hanno meno atomi di carbonio rispetto a quelli necessari per la benzina o il diesel. Adesso il probema è stato risolto integrando percorsi biologici e chimici, i ricercatori superano questo problema e mostrano di riuscire a convertire efficacemente i prodotti di fermentazione ottenuti in grandi molecole che contengono molti atomi di carbonio.

I test hanno dimostrato che la miscela ottenuta brucia come lo fanno normalmente i prodotti ottenuti dal petrolio. Il processo è abbastanza versatile e, secondo gli esperti, può utilizzare una vasta gamma di materie prime rinnovabili, dallo zucchero del mais (glucosio), allo zucchero di canna (saccarosio) fino all'amido, e può lavorare anche con materie prime non destinate all'uso alimentare come alberi e i rifiuti vegetali.

Minuscoli sommergibili per viaggiare nel corpo umano.

Fonte: ANSA.it
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Microscopici chirurghi robot sono capaci di viaggiare nel corpo umano per curarlo dall'interno. Dotati di piccole zampe, come gli insetti, o di eliche, come i sommergibili, si muovono nello stomaco e nell'intestino per diagnosticare e trattare i tumori, oppure nei vasi sanguigni, per distruggere i blocchi che ostruiscono il flusso del sangue. Sembrano usciti dal romanzo fantascientifico 'Viaggio allucinante' di Isaac Asimov, ma li hanno ideati i ricercatori della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, che li presentano a Milano, nella fiera Robotica 2012.

''Il romanzo di Asimov è stato per noi una grande fonte di ispirazione, così come la natura e il mondo degli insetti'', spiega Gastone Ciuti, ricercatore del gruppo di Chirurgia robotica coordinato da Arianna Menciassi. Nei loro laboratori, presso l'Istituto di Biorobotica, ha preso vita una folta schiera di micro-chirurghi robot dotati delle forme più disparate a seconda del distretto del corpo in cui vengono usati.

I più curiosi sono gli insetti-robot con 8 o 12 zampe, che servono per diagnosticare e trattare le malattie del colon. ''Sono capsule grandi meno di un centimetro che vengono introdotte nell'apparato digerente e che, una volta raggiunto l'intestino, dispiegano le zampe e cominciano a muoversi alimentati da batterie ai polimeri di litio'', spiega Ciuti.

Per lo stomaco, invece, sono stati messi a punto dei mini-sommergibili dotati di eliche che navigano tra i succhi gastrici per inviare all'esterno tutte le immagini e le informazioni utili.

Sono decisamente fantascientifiche anche le sonde che viaggiano nei vasi sanguigni per raggiungere e distruggere le ostruzioni che bloccano il flusso del sangue. ''Queste capsule vengono guidate da un campo magnetico esterno e nei loro spostamenti sono sempre tenute sotto controllo ecografico'', spiega Ciuti. ''Una volta raggiunta l'ostruzione - aggiunge - attraverso la loro coda vengono iniettate delle microbolle d'aria che esplodono come mine''. L'ostruzione viene così frantumata e i detriti vengono legati da particelle magnetiche che vengono recuperate sfruttando il campo magnetico esterno.

La prima malattia su un chip: La tecnica promette di rivoluzionare la medicina.

Fonte: ANSA.it
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Per la prima volta una malattia umana, l'edema polmonare, è stata riprodotta su un chip. La tecnica, descritta sulla rivista Science Translational Medicine, si annuncia come il primo passo verso una rivoluzione nella medicina. Riprodurre una malattia su un chip significa infatti poterne studiare nel settaglio i meccanismi, migliorando in questo sia la diagnosi sia la ricerca di farmaci più mirati ed efficaci.

Il risultato si deve al gruppo di ricerca americano del Wyss Institute dell'università di Harvard. Le sperimentazioni tradizionali di farmaci, su colture cellulari e sugli animali, osserva Donald Ingber, direttore e fondatore dell'Istituto Wyss e fra gli autori dello studio "sono molto costose e spesso non riescono a prevedere gli effetti di questi agenti quando raggiungono gli esseri umani".

I ricercatori hanno prima costruito un polmone su chip e poi lo hanno fatto ammalare di edema polmonare per studiare gli effetti di un farmaco chemioterapico e per identificare potenziali nuove terapie per prevenire questa malattia mortale in cui i polmoni si riempiono di liquido e coaguli di sangue.

Il polmone su chip è stato realizzato con un polimero flessibile, delle dimensioni di una piccola scheda di memoria, che contiene canali cavi. Due di questi canali sono separati da una membrana porosa, sottile e flessibile, che da un lato è rivestita con cellule polmonari umane e dall'altra da cellule umane dei vasi del sangue. Un vuoto, fra i canali laterali deforma questa interfaccia tessuto-tessuto per ricreare il modo in cui i tessuti polmonari umani si espandono e si ritirano durante la respirazione.

Ottenuto il polmone su chip i ricercatori hanno studiato l'azione di un farmaco chemioterapico, l'interleuchina-2, che ha il grande effetto collaterale di causare l'edema polmonare. Quando il farmaco è stato iniettato nell'organo su chip, il fluido è fuoriuscito attraverso la membrana nei due strati di tessuto, riducendo il volume di aria nel canale respiratorio e compromettendo il trasporto di ossigeno, come accade nei polmoni dei pazienti quando viene somministrato il farmaco in modo prolungato. Inoltre, come accade ai pazienti trattati con questo farmaco, le proteine del sangue, hanno portato alla formazione di coaguli.

mercoledì 7 novembre 2012

Vita su Marte: “terraformare” il Pianeta Rosso.

Traduzione di Lucilla Croce Ferri (Fonte: http://www.scienceinschool.org/print/695)
The surface of Mars – devoid of liquid water and life
La superficie di Marte – priva di acqua liquida e di vita.
Immagine cortesemente messa a disposizione dall NASA Ames Research Center (NASA-ARC)
Scienza o fantascienza? Margarita Marinova del Caltech, USA studia la possibilità di installare la vita su Marte.
I primi astronomi guardavano Marte ammirati e pensavano di vedere un pianeta attraversato da canali di irrigazione e coperto di vegetazione. Un centinaio di anni più tardi, nel 1964, la sonda spaziale Mariner 4 raggiunse Marte. La delusione degli scienziati deve essere stata amara, vedendo un mondo arido senza segni di vegetazione, acqua o vita. A questi scienziati l’idea di un pianeta Marte umido, coperto di piante, sembrò improvvisamente fantascienza.
Nei quarant’anni passati dal Mariner 4, abbiamo imparato molto su Marte grazie alle molte sonde mandate sul Pianeta Rosso. Sappiamo che la temperatura superficiale di Marte varia tra i -143 °C ai poli e i +27 °C all’equatore. Marte ha un’atmosfera molto sottile (circa 1% della pressione terrestre), non c’è acqua liquida e la radiazione UV combinata con la regolite altamente ossidante rende la superficie di Marte un luogo senza vita. Tuttavia, dalle immagini che mostrano una fitta rete di canali e fiumi e dalle osservazioni dei Mars Exploration Rovers che mostrano strati di sedimenti e alterazioni degli strati dovuti all’acqua, abbiamo imparato che nel primo mezzo miliardo di anni della sua storia, Marte era un posto caldo e umido con una atmosfera spessa. Quindi Marte potrebbe essere reso di nuovo abitabile?
Questa è la premessa del “terraformare” – cambiare un pianeta per renderlo abitabile da forme di vita simili a quelle terrestri. L’idea del terraformare fu suggerita per la prima volta negli anni 30 – solamente nel settore fantascientifico. Tuttavia, negli anni 60, gli scienziati iniziarono a pensare a questa idea in modo più serio. È veramente realizzabile? Può essere realizzata con le tecnologie attuali?
Per rispondere alla domanda se sia possibile terraformare Marte, dobbiamo prima di tutto vedere cosa è necessario alla vita e se Marte ha queste basi. Marte attualmente non dispone di acqua liquida sulla sua superficie a causa delle sue basse temperature e dell’atmosfera sottile (la pressione atmosferica è sotto il punto triplo dell’acqua, la pressione sotto la quale un materiale può esistere solo come solido o vapore, indipendentemente dalla temperatura). Oltre all’acqua liquida, la vita più basilare sulla Terra ha bisogno solo di un’atmosfera con cui scambiare i gas. Organismi più complessi hanno esigenze più stringenti e numerose – le piante hanno bisogno di un piccolo ammontare di ossigeno, gli animale hanno bisogno di una pressione atmosferica più alta – ma i microorganismi hanno esigenze minime.
Marte ha biossido di carbonio congelato (CO2 ice) nelle calotte polari e assorbito nel terreno, che verrebbe rilasciato se il pianeta venisse riscaldato. Questo ispessirebbe l’atmosfera e così riscalderebbe ulteriormente il pianeta. Il riscaldamento causerebbe anche lo scioglimento dell’acqua gelata rivelata alle calotte polari. Così Marte sembra avere i due ingredienti-chiave necessari a sostenere la vita. Non solo questo, ma, una volta che Marte sia stato riscaldato in qualche modo, ci sarebbe un ritorno positivo nel rilascio di biossido di carbonio dalle calotte polari e dalla regolite, l’ispessimento dell’atmosfera, un ulteriore riscaldamento del pianeta, il rilascio di acqua e, di conseguenza, le condizioni che permettono all’acqua liquida di persistere sulla superficie.
Mars’ North Polar Cap: made of frozen carbon dioxide and water
Il Polo Nord di Marte: fatto di biossido di carbonio congelato e acqua
Immagine cortesemente messa a disposizione dall NASA Jet Propulsion Laboratory
Come potremmo riscaldare Marte o forzare il biossido di carbonio congelato ad essere rilasciato nell’atmosfera? Sono state proposte molte idee, come mettere degli specchi in orbita attorno a Marte per riflettere della luce extra sulla superficie marziana, riscaldandola; cospargere della polvere scura sui poli per diminuire la loro albedo (cioè la luminosità riflessa) così che maggior energia solare possa essere assorbita; e rilasciare dei gas a super effetto serra nell’atmosfera per riscaldare il pianeta. Ci sono gruppi che stanno lavorando per rendere tecnicamente realizzabile le prime due idee. Ma noi abbiamo già implementato l’idea del gas a effetto serra sulla Terra, rendendo questa idea, almeno per ora, il più promettente metodo per terraformare.
I gas a super effetto serra sono molecole molte efficienti nell’assorbire l’energia rilasciata dalla superficie del pianeta, per poi rilasciare questa energia sia verso l’alto – energia che va persa per sempre – ma anche verso il basso, verso la superficie del pianeta, riscaldandolo ulteriormente. Funzionano nello stesso modo di una coperta. Ma noi non vogliamo una coperta qualsiasi! Per esempio, il biossido di carbonio sarebbe come un lenzuolo sottile, mentre un gas a super effetto serra, come il perfluoropropano (C3F8), sarebbe come una spessa coperta di lana. Così noi vorremmo usare gas a super effetto serra – con alti potenziali di riscaldamento e anche lunga vita atmosferica (da 1000 a 10000 anni) per ridurre la necessaria frequenza di rifornimento. Un aspetto-chiave finale per scegliere i gas da super effetto serra è che questi non devono distruggere l’attuale e futuro strato naturale di ozono di Marte (non come i composti da cloro, fluoroe carbonio, detti CFC).
Mars, the Red Planet
Marte, il Pianeta Rosso
Immagine cortesemente messa a disposizione dall NASA Glenn Research Center (NASA-GRC)
Dettagliati modelli atmosferici mostrano che uno dei migliori gas a super effetto serra da usare è il perfluoropropano, e la quantità totale necessaria è cira 26000 volte la quantità di gas simili (CFCs, perfluoro carbonio, idrofluoro carburo) rilasciati ogni anno dall’industria sulla Terra. Questo significa che non possiamo produrre i gas sulla Terra e trasportarli su Marte. Invece i gas dovranno essere fatti su Marte. Di conseguenza terraformare Marte comincerebbe probabilmente quando inizieremo a colonizzare Marte e ci sarà sia l’ncentivo che il potere industriale per creare le fabbriche necessarie per produrre i gas a super effetto serra.
I gas ad effetto serra stanno attualmente drasticamente – e in modo indesiderato – cambiando la Terra, così può sembrare irresponsabile o semplicemente sbagliato usarli su Marte. Tuttavia, cambiare il clima della Terra è indesiderabile perchè c’è già un sistema ecologico altamente evoluto che è strettamente legato al clima. Ma su Marte tale ecosistema non c’è: le ricerche chimiche e fotografiche hanno mostrato che la vita non è proliferata e non controlla il suo ambiente. Ci possono essere organismi in vita latente o organismi che vivono nel sottosuolo. Da buoni esploratori e scienziati e in accordo con il trattato di protezione planetaria, dovremmo accuratamente esplorare Marte alla ricerca di vita già esistente prima di contaminare le nostre analisi scientifiche con organismi terrestri o causare una competizione tra la vita terrestre e quella marziana. Per puro caso, ci si aspetta che i primi stadi del terraformare riportino Marte al suo stadio primordiale – quando la vita sarebbe iniziata – dando così una possibilità ad ogni organismo sopravvissuto, combattivo o in vita latente, di uscire dall’ibernazione e ricreare la biosfera.
Una discussione sul terraformare sarebbe incompleta senza la domanda “Lo dobbiamo fare?”. Solo perchè il terraformare è tecnicamente possibile e non distruggerebbe direttamente un ecosistema, non significa che vada fatto necessariamente. Marte è bello e interessante com’è e forse dovremmo lasciarlo in questo modo per permetterne lo studio alle generazioni future e per preservarne l’attuale bellezza. Io direi che la vita è la cosa più preziosa e bella che conosciamo e diffonderla per tutto il nostro Sistema Solare e oltre è la cosa più importante che protremmo fare! È la presenza della vita che rende la Terra unica ed è questa presenza di vita che permette la nostra esistenza.
An artist’s conception of a terraformed Mars
Una concezione artisitica del terraformare Marte
Immagine cortesemente messa a disposizione dall Michael Carroll / stock-space-images.com
Il terraformare Marte ci permetterebbe di colonizzare ed esplorare il pianeta più facilmente, permettendoci di indossare solo maschere per l’ossigeno ma non tute spaziali per una pressione atmosferica più alta.
Un centinaio di anni fa gli astronomi persavano di vedere acqua e vegetazione su Marte. A quel tempo sbagliavano, ma forse stavanon solo vedendo il futuro.
Recensione
Una caratteristica-chiave dello scrivere libri di fantascienza è che indipendentemente da quanto un’idea è fantasiosa, deve essere teoreticamente realizzabile, nello stesso modo in cui in un giorno futuro lo sviluppo della tecnologia trasforma la finzione futuristica in eventi di tutti i giorni. Margarita Marinova del Caltech descrive la realizzabilità della prospettiva scientifica -fantascientifica di terraformare Marte – rendendo le condizioni sul Pianeta Rosso più simili al nostro pianeta blu, nella speranza di sostenere la vita (umana).
Molti studenti hanno un interesse intrinseco nell’astronomia come nelle questioni ambientali e l’articolo tocca entrambi i settori in modo piacevole, incorporando aspetti dei tre filoni tradizioni della scienza insieme alla geologia. C’è anche la possibilità di trattare l’etica del terraformare in lezioni di educazione personale, sociale e sanitaria (PSHE). Alternativamente, degli artisti potrebbero creare illustrazioni di come potrebbe apparire l’ex-Pianeta Rosso una volta reso verdeggiante, e forse confrontarle con le illustrazioni prodotte nella metà del secolo scorso.
L’articolo può essere usato come esercizio di comprensione o come stimolo per una discussione in classe, dove si può escogitare una varietà di domande trasversali rispetto alle suddivisioni tradizionali della scienza. Le domande di comprensione potrebbero includere:
  • Trova dov’è citato nell’articolo un “ritorno positivo”. Spiega cosa significa nel contesto dell’articolo. Trova un altro esempio di “ritorno positivo” (non nell’articolo). L’esito di un ritorno positivo è sempre buono?
  • Quali sono i tre metodi per riscaldare il Pianeta Rosso citati nell’articolo? Quali sono i possibili vantaggi e svantaggi?
  • Come cambierebbero le scale temporali umane se vivessimo su Marte? Come sarebbero paragonabili il giorno e la notte? Avremmo ancora le stagioni? Quanto sarebbe lungo un anno? Com’è la forza di gravità di Marte paragonata a quella della Terra e che effetto avrebbe sullo sport marziano, per esempio?
Potreste anche entrare nel settore degli aspetti morali legati a questa trasformazione planetaria. La grande questione “Lo dobbiamo fare?” dovrebbe generare molta discussione e si potrebbe chiedere agli studenti di considerare se la loro risposta alla domanda potrebbe dipendere dalle circostanze. Per esempio, sarebbe moralmente inaccettabile terraformare Marte se la vita sul nostro pianeta fosse in un declino terminale e non ci fosse nessun luogo dove andare per la specie umana? Come citato sopra, questo potrebbe essere parte di un dibattito etico in lezioni di PSHE e un esempio su larga scala del dibattito standard sul “diritto alla vita” che tende ad essere usato quando i domini scientifici ed etici si incontrano.
Questo articolo è sia una buona introduzione all’argomento, sia un utile punto di partenza per ricerche future che stimolino gli interessi degli studenti. Potrebbero voler vedere parti del film “Una verità scomoda” , in cui Al Gore discute dei gas ad effetto serra e suggerisce come dopo tutto ci potrebbe essere un aspetto positivo nel problema del cambiamento climatico globale. O potrebbere analizzare ulteriormente Marte: come conosciamo quello che conosciamo su Marte, dato che nessun essere umano lo ha mai visitato? Quali sono i piani attuali per mandare delle persone su Marte? Quali sono le sfide di una tale missione e come sono paragonabili alla sfida degli anni 60 e 70 di mandare degli uomini sulla Luna? Alla fine si potrebbe chiedere agli studenti di trovare esempi di fantascienza storica che siano già diventati scienza.
Ian Francis, Regno Unito