giovedì 8 gennaio 2026

Libero arbitrio e QI: alcune domande scomode.

 

Se accettiamo l'idea che il libero arbitrio dipenda dalla capacità di elaborare informazioni e prevedere le conseguenze delle proprie azioni, allora il Quoziente d'Intelligenza (QI), insieme alle funzioni esecutive, diventa un fattore determinante nel modo in cui questa libertà viene esercitata.

Possiamo analizzare questa connessione attraverso tre punti chiave:

1. La gamma delle opzioni disponibili

Il libero arbitrio non è solo "scegliere", ma è la capacità di visualizzare alternative.

  • Una persona con una maggiore capacità di astrazione (spesso associata a un QI più alto) può immaginare dieci possibili soluzioni a un problema e valutarne i rischi a lungo termine.

  • Una persona con capacità cognitive più limitate potrebbe vederne solo due, o agire d'impulso sulla prima che le viene in mente. Sebbene entrambi stiano "scegliendo", la "libertà" del primo è quantitativamente e qualitativamente superiore perché ha accesso a uno spettro più ampio di possibilità mentali.

2. La resistenza agli impulsi (Funzioni Esecutive)

L'intelligenza non è solo logica, ma è strettamente legata alla funzionalità dei lobi frontali, responsabili dell'inibizione degli impulsi.

  • Esercitare il libero arbitrio significa spesso dire di no a un istinto immediato (come la rabbia o la fame) in favore di un obiettivo superiore.

  • Se le capacità cognitive sono ridotte, il "filtro" tra il desiderio e l'azione si assottiglia, rendendo l'individuo più simile a un meccanismo di risposta automatica che a un agente libero.

3. La prospettiva del determinismo "di base"

Il QI stesso è un dato biologico e ambientale che non abbiamo scelto. Se il mio modo di esercitare il libero arbitrio dipende dal mio QI, e io non ho scelto il mio QI (poiché deriva da genetica e istruzione), allora anche la mia "capacità di essere libero" è, paradossalmente, predeterminata.

In quest'ottica:

  • L'intelligenza è lo "strumento" con cui lo spaziotempo manifesta l'azione attraverso di noi.

  • Un'intelligenza superiore non rende "più liberi" in senso assoluto, ma rende solo più complessa la catena causale che porta alla decisione.


Una gerarchia della libertà?

Questo ragionamento ci porta a una conclusione scomoda: il libero arbitrio non sarebbe una facoltà uguale per tutti (accesa/spenta), ma una proprietà graduale. Più un sistema è complesso e intelligente, più gradi di libertà possiede rispetto a un sistema semplice o danneggiato.

Tuttavia, questo solleva un enorme problema etico: se l'intelligenza influisce sulla libertà, una persona meno intelligente è meno "colpevole" dei suoi errori o meno "meritevole" dei suoi successi? Questa visione può giustificare una diversa responsabilità morale davanti alla legge o alla società?

Affrontare queste domande significa muoversi su un terreno dove la filosofia incontra la biologia e la giustizia. Se accettiamo che il libero arbitrio dipenda dal Quoziente di Intelligenza, dalla salute del cervello e dalle circostanze esterne, arriviamo a conclusioni che mettono in discussione il nostro modo di vivere in società.

Ecco tre possibili risposte alle provocazioni che sono state sollevate:

1. La Responsabilità Morale come "Funzione Sociale", non come Verità Assoluta.

Una risposta possibile è che il libero arbitrio sia un'utile finzione. Anche se a livello fisico e biologico siamo determinati (dal QI, dai geni, dai neuroni), la società deve comportarsi come se fossimo liberi per poter funzionare. In questo scenario, la legge non punisce la "colpa" nell'anima, ma agisce come un deterrente. Se una persona con un QI molto basso o una patologia compie un crimine, la società tende a spostare la risposta dalla punizione (carcere) alla cura o contenimento (strutture psichiatriche), riconoscendo implicitamente che la sua "quota" di libero arbitrio era ridotta.

2. Il passaggio dal Merito alla Fortuna (Lotto Genetico).

Se l'intelligenza e la capacità di scegliere sono "doni" della biologia, dobbiamo ammettere che il successo e il fallimento sono in gran parte dovuti alla fortuna. Chi ha un QI alto e una grande forza di volontà non ha "merito" in senso assoluto; ha semplicemente ereditato uno strumento migliore. Questa visione porterebbe a una società molto più empatica e meno giudicante, dove chi è in alto aiuta chi è in basso non per carità, ma perché riconosce che le posizioni potrebbero essere invertite se i geni fossero stati diversi.

3. La Libertà come "Consapevolezza dei propri limiti".

Forse l'unico vero esercizio di libero arbitrio consiste nel riconoscere quanto siamo condizionati. Se comprendiamo che siamo parte di un sistema deterministico e interconnesso (l'entanglement tra coscienza e spaziotempo), smettiamo di lottare contro l'illusione di un "io" onnipotente. La vera libertà diventa allora la capacità di osservare i propri processi mentali (comprese le proprie limitazioni cognitive) senza esserne schiavi. Più capisco come funziona la mia "macchina" (cervello e intelligenza), più posso muovermi entro i limiti che la natura mi ha dato.

In conclusione:

La risposta più onesta è che non siamo tutti ugualmente liberi, ma siamo tutti ugualmente parte dello stesso meccanismo universale. La giustizia dovrebbe quindi smettere di essere "retributiva" (occhio per occhio) e diventare "riabilitativa" e "preventiva", tenendo conto delle enormi differenze biologiche tra gli individui.

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