Un oggetto fisico e la nostra percezione di esso sono fatti della stessa sostanza: i particolari (Russell docet). Se guardi i particolari in relazione alla loro fonte, stai facendo fisica. Se guardi i particolari in relazione al luogo (o al cervello/mente) in cui vengono recepiti, stai facendo psicologia. La "percezione" è dunque l'atto che mette in contatto questi due mondi, che sono in realtà due modi diversi di guardare la stessa identica realtà. Non esiste più un "oggetto" misterioso e una "mente" separata che lo osserva, ma un unico flusso di dati (i particolari) che cambia nome a seconda del sistema di riferimento. Se colleghi tra loro tutti i particolari che convergono verso un centro (la fonte), ottieni l'oggetto fisico (è una classificazione spaziale e causale). Se colleghi tra loro tutti i particolari che arrivano a un determinato sistema nervoso in un certo arco di tempo, ottieni l'esperienza mentale (è una classificazione prospettica e temporale). La percezione non è un processo che crea qualcosa di nuovo, ma è l'intersezione tra questi due modi di ordinare la realtà. In fisica, ci si chiede: "Quali sono le proprietà di questo particolare in quanto parte di un sistema di stelle o atomi?". In psicologia, ci si chiede: "Qual è l'effetto di questo particolare in quanto parte di una memoria o di una sensazione?". Il problema del "fantasma nella macchina", viene così eliminato: la mente non è una sostanza diversa, è solo un modo differente di catalogare gli stessi eventi che la fisica studia da un'altra angolazione.
Per Berkeley, se un albero cade in una foresta e non c'è nessuno a sentirlo, l'albero (e il suono) non esistono affatto, a meno che non siano "percezioni" nella mente di Dio. Per lui, la materia non esiste: esistono solo le menti e le loro idee. Russell, invece, introduce un concetto fondamentale che lo allontana da Berkeley: i sensibilia. Russell sostiene che i "particolari" (gli aspetti di una cosa) esistono anche se nessuno li sta guardando. Un "particolare" non ha bisogno di una mente per essere reale; ha solo bisogno di un luogo (una prospettiva) nello spazio-tempo. Per Russell, se non c'è un occhio a guardare una stella, la "prospettiva" di quella stella in quel punto vuoto dello spazio esiste comunque come fatto fisico. Diventa "percezione" (psicologia) solo se in quel punto mettiamo un sistema nervoso.
Mentre per Berkeley la mente è il "contenitore" necessario della realtà, per Russell la mente è solo un criterio di classificazione di eventi che accadono comunque. Russell non dice che la cosa esiste solo perché la percepiamo (Berkeley), ma che la cosa e la percezione sono fatte della stessa stoffa. La "materia" di Russell è molto più "eterea" di quella di Newton, ma è molto più "reale" e indipendente di quella di Berkeley. In un certo senso, Russell "fisicizza" la mente e "mentalizza" la fisica finché non si incontrano a metà strada, in un punto neutro dove nessuna delle due ha il sopravvento. Russell non cerca la "verità assoluta" sulla sostanza del mondo, ma cerca un linguaggio che permetta alla fisica e alla psicologia di parlare la stessa lingua. Se accettiamo che la mente è solo un modo di organizzare i dati, eliminiamo il conflitto tra "mondo interno" e "mondo esterno". Non c'è differenza tra un'immagine (fisica) e il significato che le diamo (logica/psicologia); sono entrambi flussi di bit organizzati in modi diversi.
In questa prospettiva, la realtà si rivela non come una dicotomia tra spirito e materia, ma come una complessa matrioska di significati. Se i "particolari" di Russell sono la sostanza neutra, ogni livello di classificazione (dalla fisica alla psicologia) rappresenta uno strato che ne avvolge un altro, in un gioco di prospettive sempre più ampie. L’evoluzione della nostra esistenza, dalla nascita alla morte, non è altro che l’attraversamento di questi strati: un percorso dove l'ultimo livello, quello esterno che coincide con i nostri ultimi giorni, funge da meta-strato-significato per eccellenza. È in quel punto di massima sintesi che il cerchio si chiude, spiegandoci come ogni particolare, fisico o mentale che fosse, appartenesse da sempre a un unico disegno coerente. La realtà non è solo un accumulo di eventi, ma una struttura autoconclusiva.
